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Donato Altomare
Il fuoco e il silenzio
Perseo Libri s.r.l.

Narratori europei di Science Fiction 22

donato altomare

IL FUOCO E IL SILENZIO

Perseo libri s.r.l.

Capitolo primo

Settembre

I
- Informazioni.
- Dettaglio.
- Il pianeta risulta dalle carte astrali come il ventunesimo della stella denominata G339.88-1.26, una stella molto massiccia a circa dieci anni luce dalla Terra. Ho però trovato su una vecchia mappa un nome: Settembre, pare che sia stato scoperto in un periodo corrispondente a quel mese sulla Terra. Ha una gravità appena superiore a quella terrestre, 1,09 G.
- Avremo qualche problema?
- Affaticamento e raffreddamento delle zone periferiche del corpo, compresa la riduzione dell’afflusso di sangue al cervello.
- Per Quattro non ci saranno problemi, lui non ne ha molto di cervello.- Intervenne Cinque ridacchiando.
- Seri.- Uno non aveva molta voglia di scherzare, specialmente al pensiero che Lui poteva essere lì. I segnali che avevano percepito le sonde erano molto forti. A meno che… - Altro?
Tre continuò senza mutare tono di voce: - Temperatura variabile tra giorno e notte in maniera violenta, si passa dai 20°C medi durante il giorno ai – 20 nella notte. Più o meno quello che succede su Gratus dell’Anello M57, per capirci. Con una brusca caduta subito dopo il tramonto. E’ presente l’acqua in quantità rilevante nel sottosuolo. C’è acqua anche in superficie, ma è scarsa e in forma paludosa. Bisogna proteggersi dagli UVA del sole che non hanno sufficiente schermatura nell’atmosfera peraltro respirabile. La protezione è poca cosa, basta non tenere la pelle scoperta almeno al 70% ed esposta al sole per un periodo di dodici ore consecutive.
Intanto l’astronave continuava ad avvicinarsi al pianeta. Il mezzo spaziale aveva la caratteristica forma discoide piuttosto gonfio nel mezzo e pochissime protuberanze, giuste quelle necessarie per le comunicazioni e l’armamento. Quando si viaggia nello spazio si impatta spesso con sciami di meteore che vengono deviate semplicemente per effetto flussodinamico lungo la superficie dell’astronave. Queste erano così progettate per avere il minimo CX quando si entrava in turbolenza di magma o sciami. Inoltre era la forma più adatta quando si scendeva su pianeti con atmosfera, anche non necessariamente respirabile. E la loro ricerca si svolgeva spesso su pianeti con una qualsiasi atmosfera.
- Inconvenienti?
- Un attimo…- Tre stava parlando col suo terminale: - Dunque…- riprese dopo aver ascoltato le rispose - un lieve eccesso di ossigeno sconsiglia di passare troppo tempo fuori senza respiratore. Dopo una decina di ore si percepisce un leggero senso di euforia, che aumenta sino all’effetto di una pesante ubriacatura. Si perde il senso dell’orientamento e la capacità di restare in piedi. Diciamo che il massimo sopportabile sono 24 ore standard, che corrispondono a 26,75 ore locali. Un’ora circa di respiratore convenzionale rimette tutto a posto. Ma bisogna essere coscienti per farlo.
Non risulta accertata la presenza di aborigeni pericolosi o altro.
- Che vuol dire ‘non risulta accertata’?
- Una decina di anni fa su questo corpo celeste, stando ai dati memorizzati da PlanetNet, è scesa una spedizione proveniente da Saga5. Dopo circa un mese di permanenza non hanno più dato segni di vita. E’ scesa una pattuglia di ricerca della UniPol. Ma neanche loro sono tornati. Infine è scesa una nave di soccorso. Pare sia ancora lì anch’essa.
Sono state mandate due sonde senza equipaggio umanoide, che hanno rilevato la presenza dei mezzi spaziali, ma nessuna traccia di esseri viventi.
- Le biosonde?
- Hanno rilevato la presenza di vita sul pianeta, ma sai che non possono dire di che genere di vita si tratta.
- Un posto accogliente, direi.- Quattro era serissimo.
- Hanno abbandonato le ricerche otto anni fa. Il pianeta è nella lista rossa.
- Quindi non in quella nera.
- Soltanto perché si ha la quasi certezza che sia pericoloso per esseri viventi stranei, ma non si conosce la natura di questi pericoli. Possono essere forme aborigene ostili, animali mortali o semplicemente gas allucinogeni. Nessuno lo sa. Se ne sconsiglia l’atterraggio e qualsiasi genere di attività.
- Abbiamo il segnale. Che facciamo?
- Devo ammettere che mi hai incuriosito molto.- Non era chiaro se Due stesse scherzando o dicendo sul serio.
Uno non aveva il minimo dubbio: - Un posto ideale per nascondersi, non credete?
Tutti annuirono convinti.
Allora il comandante non perse tempo: - Scendiamo. Secondo i soliti schemi.
Un brivido percorse tutti e cinque i componenti l’equipaggio.
Se davvero Lui fosse lì…

La prima cosa che videro fu la gigantesca astronave. Era il modello Aqua Fun, cilindrica e tozza, ormai in disuso per l’enorme consumo di carburante per scendere o ripartire dai pianeti dotati di atmosfera.
- Stando alle informazioni si tratta della Ballerina, proveniva da Saga5 della Vergine, una colonia umana con molti problemi di sopravvivenza a causa della situazione climatica del pianeta e quindi in perenne ricerca di un altro pianeta da colonizzare. Curioso nome per quella specie di sigaro sgraziato.- C’erano altre due navette, una di soccorso e un’altra della UniPol. Intorno nessun segno di vita. - L’incrociatore della UniPol aveva dodici uomini di equipaggio. Non ci sono notizie precise sulla terza navetta, quella di soccorso. Le informazioni ci dicono che altre due o forse tre navicelle hanno trasvolato la zona cercando un contatto otticosintetico o addirittura semplicemente visivo, senza ottenere alcun risultato.
- Non rilevo alcuna forza gravitazionale particolarmente intensa da impedire materialmente il decollo.- Intervenne Due, l’unica donna del loro gruppo.
- Non credo che si tratta di questo.- Tre era sempre freddo e preciso quando si trattava di dare informazioni: - Sono venute meno le comunicazioni e la presenza di esseri umani.
- Si sa qualcosa sugli aborigeni?
- Nulla. Come ho già accennato, neanche se ci siano o meno forme raziocinanti. La Ballerina aveva anche il compito di rilevare ogni informazione riguardo la vita del pianeta, partendo dal fatto che, in ogni caso, al 90% non c’è intelligenza sotto nessuna forma. Non vi sono costruzioni artificiali, o altro che lascerebbe pensare a un’opera di qualsiasi genere. Il pianeta pare deserto. Anche se le biosonde hanno dimostrato che non lo è affatto.
Intanto la loro astronave continuava ad avvicinarsi. I mezzi da sbarco erano quasi visibili a occhio nudo. Per questo subito qualcos’altro attirò la loro attenzione. Intorno alla nave c’era una specie di rete sollevata da terra e sostenuta da improvvisati pali.
- Cos’è?
Nessuno seppe dare una risposta.
- Scendiamo?
Domanda inutile. Non avevano il minimo dubbio. Dovevano scendere, a prescindere dal fatto che tutte le informazioni in loro possesso lo sconsigliavano. Loro dovevano CERCARE. e il segnale del nemico che le loro sonde cercatrici avevano captato da quel pianeta era molto forte.
Il suolo nelle immediate vicinanze del punto d’atterraggio era a tratti acquitrinoso, con acqua color fango e impenetrabile ai raggi del sole, a tratti coperto da una stranissima vegetazione composta da ‘piante’? che rammentavano vagamente i cactus terrestri, ma molto più grandi, non meno di venti metri standard, con corti rami tondeggianti e apparentemente senza spine. Intorno a queste una miriade di altre piante dello steso tipo, ma più piccole. Madri e figliolanze. Quelle piccole, tra i tre e i quattro metri, erano così vicine da intrecciare le corte ramificazioni creando una sorta di sottobosco in grado di nascondere quasi completamente il suolo alla vista. Era raro, difatti, scorgere la terra bruna attraverso le pochissime brecce, sorta di radure dai bordi irregolari, in quella folta vegetazione grigio-verde.
Alcune alture, assolutamente glabre, si stagliavano non molto lontane. Erano a carattere roccioso, ma piuttosto particolari, con lame di una roccia nerastra, probabilmente miche o micascisti, che emergevano formando curiose costruzioni, senza dubbio naturali, come capanne con tetti a spiovente tutte uguali. Avrebbero potuto dare l’impressione di opere artificiali se non fosse che erano, per la maggior parte, gigantesche, con pareti alte un centinaio di metri e tetti che avrebbero potuto coprire la loro astronave.
L’acquitrino si estendeva per circa un chilometro finendo in quello che pareva un lago assolutamente piatto. Dall’alto si notava che il lago era poco profondo, forse non più di un paio di metri, e terminava in una valle chiusa sui tre lati da montagne alte dalla cresta innevata. Il cielo era sereno, illuminato da un sole giallo più lontano di quello della Terra, ma egualmente abbagliante e caldo.
- In apparenza sembra un buon pianeta.
- Sarà stato quello che hanno pensato gli uomini della Ballerina quando sono giunti. Chissà cosa pensano adesso.
- Ammesso che possano ancora pensare.- Due era stata sempre molto pragmatica. Non amava scherzare né seguire pensieri fantasiosi. Uno l’aveva voluta nella loro pattuglia per la sua concretezza tipicamente femminile.
Non era certo una battuta, almeno non lo sarebbe mai stata in bocca a Due. Finalmente intervenne Uno: - Scendiamo. Il sole sta per tramontare. Restiamo nella nave sino all’alba, poi inizieremo le ricerche secondo la procedura prudenziale.
Nessuno disse nulla. Gli ordini di Uno non si discutevano, del resto era il più esperto e capace del gruppo. Ognuno pensò ai propri compiti. Ognuno nello spazio della propria cabina. Ognuno piacevolmente immerso nei pensieri di vendetta.

Uno sbatter d’ali pesanti.
Occhi che fissavano l’astronave mentre planava con sicura lentezza.
Occhi bramosi.
Ombre che si agitavano sotto i ‘cactus’ senza spine.
Ci fu un movimento furtivo, una saetta che fendé l’aria puntando verso quel movimento. Qualcuno fuggiva, qualcuno cacciava. La fuga era frenetica, cosciente di giocare con la vita.
Ma l’azzurro che si mimetizzava col cielo era implacabile. E non lasciava scampo.
Occhi terrorizzati sotto le piante cilindriche.
Occhi affamati sopra di esse.
E il tramestio della fuga disordinata.
Uno squarcio nella vegetazione. Qualcuno sbucava non più protetto dai rami.
Qualcosa di azzurro che, semi invisibile, calava dal cielo.
Una frazione di secondo, una guizzo velocissimo, come falco in picchiata.
Qualcuno che si dibatteva freneticamente al suolo sollevando polvere e disperazione sotto ali azzurro cielo che, del tutto calme, sapevano di avere la preda e che questa non sarebbe più sfuggita.
L’urlo risuonò indifferente e raggiunse l’astronave che scendeva.
Ma in quel momento era inudibile.
L’azzurro spostò i suoi occhi verso quella cosa nera ed elegante che si posava su uno spiazzo libero presso le altre astronavi. Non sapeva cosa fosse, né lo poteva immaginare. Ma una certezza guizzò in quella che poteva essere definita mente arcaica: forse altro cibo.

Uno percepì un movimento con la coda dell’occhio mentre abbandonava il posto di guida. L’ampia pseudo vetrata spaziava sul paesaggio indifferente alla morte quotidiana del suo sole. Non era una vera e propria vetrata, ma la visone perfettamente combinata di una serie di micro telecamere che riprendevano l’esterno e trasmettevano le immagini sullo schermo di guida dando l’impressione di un vetro senza spessore che permetteva alla vista di frugare con gli occhi l’universo. Il comandante poteva aumentare o restringere quella visuale, poteva ingrandirla o offuscarla per non rischiare gli occhi davanti a soli accecanti. Così tornò al suo posto e ingrandì le immagini sfiorando il display nella zona che gli interessava. Tutto era immobile, quasi le riprese si fossero interrotte su un fotogramma. Ingrandì ancora e settorializzò al massimo la visuale. Una volta a terra la possibilità di controllo si era ridotta di molto, ma egualmente poteva osservare al di sopra di quella che tutti avevano battezzato vegetazione e che poteva essere anche una forma di vita senziente. Ormai avevano visto centinaia di mondi alieni e sapevano che tutto, ma proprio tutto, persino l’inimmaginabile, poteva essere realtà.
Strinse le labbra, infilò il casco di guida e cercò la registrazione dell’atterraggio.
Ecco, un guizzo nel cielo, come un impossibile riflesso di colore su colore.
Ingrandì l’immagine memorizzata, la spostò. Ma non riuscì a vedere nulla. Soltanto colore su colore.
E udì l’urlo, agghiacciante, di morte atroce.
Strinse le labbra. Prima di uscire l’indomani avrebbe mostrato la registrazione a tutti gli altri due componenti la pattuglia di Cercatori. Tutti dovevano sapere che laffuori c’era qualcuno.
O qualcosa di mortale.

Quel qualcosa di bruno come la terra si staccò dalla sua preda che restava viva a contorcersi al suolo. Con un notevole sforzo, quasi mangione satollo, allargò le ali e balzò in alto, ridiventando azzurro come il cielo e rifugiandosi nella sua tana.
Sulla terra polverosa la preda cominciò a strisciare, doveva assolutamente tornare al coperto… assolutamente.
Ma un altro guizzo di colore su colore segnò l’aria e piombò sulla preda che strisciava disperatamente verso la salvezza.
C’era quasi.
Poi un urlo, ancora un urlo. Questa volta di disperazione oltre che di dolore.
La preda fu afferrata quando era a pochi centimetri dalla salvezza e trascinata indietro. Tentò di dibattersi. Inutilmente.
Il colore del cielo l’avvolse mutando in bruno terra e mimetizzandosi del tutto, celando la preda sotto le proprie ali.
Quando finì della preda restava soltanto una mummia rinsecchita.
E il cielo che stava rosseggiando accolse le altre ali che cominciarono a mutare colore prima di rifugiarsi nella propria tana.

II
Uno si svegliò di colpo. A volte era un bene, a volte no, ma quando si addormentava ricorrendo a Morfeo il risveglio era brusco, senza la coscienza di aver dormito. Fece raddrizzare la poltrona di guida che si chiuse come una mano accogliente intorno a lui adeguandosi al suo fisico e sfiorò alcuni tasti della consolle che reagì come una donna sfiorata in punti esogeni. Guizzò discreti segnali luminosi e sullo schermo concavo apparvero, come sospesi, alcune lettere e alcuni numeri. Uno li osservò con molta attenzione, poi strinse le labbra soddisfatto.
- Tre?
- Comandante?
- Operiamo secondo la normale procedura di ricerca.
- Tutto predisposto. Cinque è al suo posto alle armi di bordo.
- Ho in memoria una registrazione fatta ieri seri poco prima del buio. Vorrei che la guardiate. Non ho la minima idea di cosa abbia registrato, ma temo che sia quel pericolo dal quale dobbiamo guardarci.
- Sarà fatto.- Rispose Tre per tutti gli altri componenti l’equipaggio. In quei casi fungeva da vice comandante.
- Due e Quattro in camera stagna tra cinque minuti. Ho lanciato le informazioni alla base, tutto quello che accadrà sarà seguito passo passo, anche se sapete bene che ci vorrà parecchio tempo perché le ricevano e che loro non possono intervenire in alcun modo.- Tutti lo sapevano bene. Erano soli, ad affrontare, nella migliore delle ipotesi, un nemico che li avrebbe uccisi tutti.
Già, uccisi tutti. Nella migliore delle ipotesi non da soli.
Ma era quella la loro ragione di vita, l’oggetto della ricerca.
Si alzò dalla poltrona, indossò le proprie armi leggere e uscì dalla propria cabina che fungeva anche da guida, dirigendosi verso la camera stagna. - Tre e Cinque, secondo proceduta vi proibisco di uscire della nave senza un mio esplicito ordine, qualsiasi cosa accada. Tenete sempre attiva l’avvio della procedura di distruzione planetaria.
Credo sia appena sufficiente rammentarvi che le nostre sonde hanno captato un forte segnale su questo pianeta. Potrebbe essere un falso allarme o addirittura una trappola, Lui ha disseminato il cosmo di false eco, ma dobbiamo accertarcene, a rischio della vita. Se poi la fortuna vuole che siamo proprio noi a trovarlo… che abbiamo questa incredibile fortuna…- Lasciò sospesa la frase, come quando si ha un sogno meraviglioso e si teme che soltanto il parlarne lo renda non concretizzabile. - In quel caso- concluse, - ciascuno di noi sa bene come comportarsi.
Nessuno rispose, le cose che Uno aveva appena detto facevano parte di una procedura standardizzata. Ma nessuno si era abituato a quelle parole e il pensiero di tutti andò alla possibilità di scovare il Mostro. E di ucciderlo. Un intenso brivido scosse i corpi dei Cercatori. Un brivido di angoscia e di piacere.
Due e Quattro lo aspettavano nella camera stagna.
Indossarono soltanto i respiratori, non avevano bisogno di tute di uscita, quelle leggere di protezione sarebbero state sufficienti e avrebbero reso più spediti e agili i loro movimenti, presero il corto fucile focalizzatore e attesero che Tre disponesse l’apertura della paratia. Non era necessaria la decompressione.
- Prendiamo il minivol?
Uno scosse il capo: - In tre saremmo molto impacciati. Poi siamo già a livello del suolo che si mostra abbastanza compatto. No, soltanto se sarà necessario lo useremo.
La temperatura all’esterno era di sedici gradi in aumento. Avrebbe superato di poco i venti.
Per prima saltò giù Due, il suo fisico robusto e aggraziato era il frutto di anni di continui esercizi. Balzò sulla piattaforma e si pose a sinistra col fucile puntato senza sapere esattamente su cosa. La seguì Quattro con un salto un po’ meno agile ponendosi a destra. In attesa di Uno. Il Comandante doveva essere protetto a costo della vita. Scese con calma senza distogliere gli occhi dal paesaggio davanti a sé. Poi richiuse il portello sfiorando la cellula apposita. La piattaforma si mosse verso il basso.
Uno sbuffo di polvere li accolse sul pianeta sconosciuto.

L’aria era fresca ma non fredda. C’era un odore piacevole, che ricordava vagamente il profumo del Fiore di Montesacro, quello che nelle loro primavere macchiava di arancione pallido le nevi delle montagne. E questo attenuò la paura nei loro cuori. Quel qualcosa di familiare portò la mente dei Cercatori sul loro distrutto pianeta, amato pianeta e fece fremere le dita intorno ai fucili. Ogni cosa che rammentava quella tragedia faceva crescere la voglia di vendetta.
- Non mi piace essere allo scoperto. Né mi piace avventurarmi sotto quelle piante.- Mormorò Quattro.
Uno era d’accordo col suo armiere in prima, si guardò intorno, poi: - Costeggiamo quel costone roccioso ed entriamo nell’area della base. In fretta.
Due e Quatto seguirono il comandante accelerando il passo.
Sì, lo sentivano, c’era qualcosa di anomalo lì intorno, anomalo qualsiasi fossero le caratteristiche del pianeta sul quale erano sbarcati. In un primo tempo non riuscirono a capire cosa fosse, ma dopo poco tutti se ne resero conto, quando i loro passi risuonarono profani nel silenzio assoluto. Non un suono, non uno stormire di alberi, non uno strisciare di animale. Non un rombo cupo e minaccioso nel cielo né uno sciacquio nella palude. Uno sbatter d’ali o un verso d’animale. Nulla. E questo se da un lato poteva essere molto utile nel percepire la presenza di un pericolo, dall’altro creava in loro un forte disagio. Disagio che aumentava man mano che avanzavano, come dovesse succedere qualcosa di tremendo da un momento all’altro. La sensazione era tangibile, e presto i tre cominciarono a guardarsi nervosamente intorno. Il silenzio poteva celare il pericolo allo stesso modo e forse anche meglio del rumore, perché nel silenzio ti senti più sicuro e i sensi abbassano il livello di guardia.
Con un malcelato sospiro di sollievo raggiunsero la zona della Ballerina.
Sotto quella specie di grande rete tesa senza una vera e propria ragione si sentirono meglio.
- Mi ricorda le reti che venivano tese dalle mie parti per catturare i Larbi Volanti. Erano ottimi allo spiedo.
- Non serve a proteggersi dal sole o da altre intemperie. Né serve a mimetizzarsi. Non vedo altra utilità se non quello di ripararsi da qualche attacco aereo. Ma di chi? La rete è robusta ma di normale corda sintetica, non d’acciaio, quindi il nemico volante da cui difendersi non deve essere tanto robusto.
- A meno che non si sia dimostrata per nulla efficace.
- Non ci sono strappi vistosi o parti abbattute. La rete è ancora ben tesa. In ogni caso sono certo che sia servita al suo scopo.
- Però non c’è nessuno…
I tre in effetti stavano guardandosi intorno. Non c’era anima viva. Intorno il terreno era sgombro. Ovunque tracce di piedi umani e di mezzi semoventi. Una specie di grosso trattore era fermo nel mezzo dello spiazzo tra la Ballerina e le altre due navette di soccorso. Non c’erano segni di combattimenti o resti umani. Nulla che lasciasse pensare a qualche evento traumatico.
- Diamo una occhiata all’interno delle navi?
Uno scosse il capo: - Siamo qui per cercare, e cercheremo. Quando avremo finito il nostro compito ce ne torneremo sulla nostra astronave e ripartiremo. Quello che è successo qui non può in alcun modo distoglierci dal nostro unico compito.- Sollevò la sinistra e guardò il palmare da polso. Sfiorò una cellula laterale e l’oggetto si accese mostrando una fitta ragnatela. - Non ho più il segnale, ma può essere normale. Per riceverlo bisogna essere ‘a vista’ e quaggiù sicuramente siamo coperti.- Si mise in contatto con Tre sull’astronave. - Per favole, le coordinate.
Tre non rispose, dovevano ridurre al massimo i contatti attraverso l’intefon, ma obbedì prontamente. Uno le registrò, poi: - Siamo molto vicini.- Col cuore che pulsava più del normale si girò e indicò una zona intricata di quella specie di vegetazione che ricopriva una vasta area della piana: - Lì.
E le acque della vicine palude cominciarono a muoversi. Prima alcuni cerchi concentrici ne ruppero l’ossessiva immobilità. Poi i cerchi divennero numerosi. Ma i tre non potevano vederli, erano distanti. E fissavano la loro zona di caccia.
- Lì… sotto?- Chiese Quattro preoccupato.
Uno annuì. Dovevano cercare.
Preoccupati, perché a nessuno di loro era sfuggito un movimento. Un guizzo, un riflesso. Sopra la bassa vegetazione qualcosa si era mosso, ma non visibile. E sotto, tra le ombre zebrate da lame di luce che a stento si facevano largo tra i rami intrecciati ancora impercettibili movimenti.
- E’ normale avere paura, ma la paura è un lusso che in questo momento non possiamo permettercelo. Ricordare Alba.
I tre si mossero decisi a scovare il loro nemico.

III
La prima impressione fu quella di sentirsi osservati. Sollevarono le armi, non avevano alcuna intenzione di cadere in una imboscata, ma sapevano che se lì dentro c’era qualcuno, questi aveva avuto tutto il tempo di preparare loro un ‘ben’arrivati!’.
- Guardate.
C’erano molte orme a terra, nella polvere brulla, orme di piedi umani. Nudi.
- Non credo si siano spogliati per prendere il sole!- Esclamò Quattro.
E delle ombre cominciarono a muoversi intorno a loro. Ombre che le strisce di luce che proveniva dalla copertura di rami intrecciati rendevano inquietanti.
- Dovrebbero conoscere l’esperanto.- Poi – SIAMO VENUTI IN PACE. – Anche se i loro fucili parevano dire il contrario.
Uno aveva tolto il boccaglio e usata quella lingua interplanetaria in tono neutro, come a dire che sarebbero stati pronti anche a combattere. Del resto le armi spianate lo attestavano.
- Cosa siete venuti a fare qui? Andate via, subito, o per voi sarà troppo tardi.-
La voce era piuttosto lontana.
- Ce ne andremo una volta che avremo controllato quello che ci interessa. – disse sempre Uno con calma e a voce normale – Non vogliamo interferenze. Lasciate in pace noi e noi lasceremo in pace voi.
- Siete soltanto dei pazzi… non sapete… Qui c’è la morte… di peggio della morte…
Intanto i tre si stavano avvicinando al luogo da cui proveniva la voce. Uno osservò attentamente il palmare da polso: - Abbiamo il segnale localizzato a circa duecento metri standard. Proseguiamo in linea retta.
- Qualcuno potrebbe sbarrarci la strada.
- Conoscete la regola, sparare soltanto se assolutamente necessario. Per difendere la propria vita e quella dei compagni. Noi non dobbiamo interferire col biosistema locale.
- Credo che le interferenze ci siano state già.- Disse Due facendo un rapido cenno alle grandi navi spaziali che troneggiavano abbandonate alle loro spalle.
- Ve lo ripeto per l’ultima volta, non ci riguarda. Portiamo a termine la ricerca. Poi ce ne andiamo, quello che è successo su questo pianeta non è affar nostro.
Uno si mosse con decisione tenendo il fucile pronto a sparare. Non aveva la minima idea di cosa ci fosse lì davanti, sotto quell’intrico quasi impenetrabile di pseudo vegetazione, ma una cosa era certa. Avevano un segnale. E dovevano verificarne l’origine.
Fu così che videro qualcuno fuggire velocemente. Nonostante le ombre riuscirono a individuarlo. Era un essere umano in apparenza nudo con qualcosa addosso che sembravano resti di vestiti pendenti. Si stava spostando da sinistra a destra come a tagliar loro la strada. La sua corsa era cauta, ma senza esitazioni.
- Due, cerca di prenderlo, potrebbe esserci utile.
La donna non se lo fece ripetere, lasciò il fucile a Quattro, poi si lanciò all’inseguimento del fuggitivo, seguito a distanza dai due compagni. Non dovette correre molto. Davanti a loro all’improvviso comparve un varco nella vegetazione. Il fuggiasco si arrestò di colpo, era visibilmente incerto. Parve girarsi e guardare Due che sopraggiungeva a grande velocità. Scattò nuovamente in avanti. Non fece in tempo. La donna con un incredibile balzo si gettò su di lui afferrandolo per le gambe. Proprio al limite della radura. Il fuggiasco cadde pesantemente al suolo e cercò di liberarsi.
Si girò.
E Due lo vide in piena luce.
Lanciò un urlo di raccapriccio e lo lasciò.
Quando giunsero gli altri due Cercatori, Due aveva le mani al viso quasi a nascondere la vista. Il fuggiasco era già scomparso tra le ombre di quelle piante.
- Cos’è successo? – Nessuna risposta. Allora Uno le prese le mani e la scosse costringendola a guardarlo – Insomma, si può sapere che ti prende?
- Era… era orrendo…- Due aveva lo sguardo sbarrato e continuava a scuotere il capo quasi a negare quello che aveva visto. Si morse le labbra.
- Chi?
- Era… era…
E alle loro spalle una voce si fece udire: - Forse fate prima a guardare voi stessi.
I due Cercatori si girarono.
E fissarono chi aveva parlato.
Quattro non riuscì a trattenersi e vomitò anche l’anima.

- Noi… noi dobbiamo andare di lì. Se cercate di impedircelo useremo le armi.
Quello che una volta era stato un essere umano si lasciò sfuggire una specie di risata gorgogliante: - Di lì c’è la palude. Voi dovete allontanarvi dalla palude, in fretta. Tra poco ci sarà la prima luna e il livello salirà. Poi la seconda. E allora…
Due e Quattro cercavano di non guardare l’essere di fronte, ma Uno fece quasi violenza a se stesso e non distolse lo sguardo.
- Sono uno dei soccorritori… quando siamo arrivati, quelli della nave spaziale erano stati tutti invasi. Ma nessuno ci ha avvisati, come sto facendo io con voi… andatevene, o seguirete la nostra terribile sorte.
Aveva il corpo con numerose ulcere dalle quali emergevano grossi vermi che penzolavano a grappoli contorcendosi. I vermi terminavano con una specie di bocca irta di minuscoli ma appuntiti denti. Erano giallastri e semitrasparenti. Al loro interno si individuavano sostante chiare che ribollivano miste a fiocchi di sangue. L’uomo ne aveva alcuni sul petto, lunghi una ventina di centimetri e grossi due volte un dito umano, altri gli ballonzolavano sul collo e sulla guancia destra, più piccoli. Uno sbucava da un occhio che non c’era più. Mentre due grossi emergevano dalla zona intestinale. Piccoli gruppi di vermi di pochi centimetri si stavano facendo largo nella carne da una profonda ferita nella coscia destra.
Era la più orrenda forma parassitaria che i Cercatori avessero visto durante le loro ricerche. Era evidente che quei vermi facevano ormai parte del corpo di quel disgraziato e che stavano crescendo nutrendosi del suo sangue. Probabilmente lo sostituivano con altro liquido che secernevano.
Era impossibile vivere in quelle condizioni.
Eppure…
Uno scosse il capo: - Non so se dici il vero e se debbo in ogni caso ringraziarti, ma noi dobbiamo andare…
L’altro emise una specie di profondo lamento. Si contorse, sul suo fianco si aprì una piccola ulcera e una coppia di piccoli vermi cominciarono a farsi strada tra le ossa che emergevano sulla pelle bianca e untuosa, quasi saponosa. Ma non perdeva una sola goccia di sangue. Quello che una volta era stato un essere umano si piegò in due, poi risollevò il capo fissando Uno col suo unico occhio superstite. C’era supplica nello sguardo: - Fate… qualcosa…- Urlò ancora. E aprì la bocca. Cose sinuose e viscide si contorcevano dentro. - Hanno fame… e voi… voi… siete cibo… come lo sono io… fate qualcosa…
- Quanto tempo… prima della temuta marea?
L’infestato strinse le labbra e gorgogliò: - Poco.. pochissimo… fate.. qualcosa… per me… voi fuggite… non c’è scampo… non c’è difesa… ma per me… vi supplico… fate qualcosa…
Uno gli sparò facendogli esplodere la testa. Un verme che si era già insinuando nel cervello si contorse vomitando sangue e poltiglia giallastra. Due e Quattro si morsero le labbra per il disgusto.
- Muoviamoci.- Ordinò Uno. Nessuno dei due fece un passo. - Ho detto muoviamoci.- E li spinse brutalmente, poi fissò il palmare: - Di qui.- E prese a correre. Non sapeva cosa temere, o chi temere, ma qualsiasi orrendo pericolo fosse non aveva alcuna intenzione di conoscerlo. Altre ombre di aggiravano intorno a loro, ma non si facevano mai vedere bene restando a debita distanza. Era evidente che li seguivano nei movimenti, ma che non osavano assalirli. Ammesso che quella fosse l’intenzione.
Man mano che procedevano il terreno cominciava a inumidirsi.
- Ha detto… quella cosa… che di qui c’è la palude.
- Di qui c’è il nostro segnale. Il nostro nemico… Mille mostri non mi farebbero desistere dalla caccia. Pensate ad Alba e pensate che forse la ricerca del nostro popolo può essere al termine.
Due e Quattro annuirono e abbandonarono qualsiasi espressione sofferente. I loro visi si indurirono e la mente abbandonò quello che avevano appena visto. Erano tornati i Cercatori di sempre. Cacciata dalla mente ogni incertezza si allargarono, in modo da controllare una zona più ampia. Non troppo. Erano a circa dieci metri l’uno dall’altro.
Dopo pochi passi furono nell’acqua. Appena una pozzanghera, ma che aumentava man mano che procedevano. Il terreno sotto i loro piedi era diventato fangoso e facevano fatica a muoversi.
- Quanti ancora?- Chiese Due.
- Una cinquantina di metri.- Poi: - Tre, ti autorizzo a interrompere il silenzio radio.
- Dimmi, comandante. Non hai il casco con la telecamera, ma credo di aver capito quello che sta succedendo.
- Confermi la distanza del segnale?
- 47 metri, leggermente sulla tua sinistra. E’ forte, Non credo sia una trappola, in genere a questa distanza si attenua. State attenti, ho segnali confusi di forme di vita intorno a voi. Numerosissime.
- Ce ne siamo accorti.
Non disse più nulla. Due e Quattro avevano sentito.
E sbucarono un una piccola radura tra la pseudo vegetazione.
- Bene, non voi, ma qui fuori, alla luce del sole, mi sento molto meglio.- Esclamò Due.
Fece pochi passi. Un guizzo su di lei..
Uno lo percepì con la coda dell’occhio. Non esitò un solo istante si girò e sparò più per istinto che mirando a qualcosa. Una stella di un liquido che poteva essere sangue alieno si aprì nel cielo. Un essere volante perse subito il suo colore celeste che lo rendeva praticamente invisibile e cadde pesantemente in acqua galleggiando a pancia all’aria. Era una specie di grosso topo, con una bocca seghettata e zampe artigliate. Grandi ali gli permettevano di volare.
Prima che potessero osservarlo meglio fu ingoiato dall’acqua. In maniera repentina, come in un risucchio.
E nessuno si accorse del secondo che calava dall’altro. Tranne Quattro quando lo ebbe addosso.
Lanciò un urlo di dolore e cadde in ginocchio a causa dell’urto. Tentò di portarsi le mani alle spalle. Uno gli fu subito accanto. Non riusciva a vedere molto, ma c’era qualcosa che si muoveva sul dorso del suo compagno. Qualcosa che stava assumendone totalmente il colore. Non poteva però sparare, avrebbe certamente ferito il compagno. Uno era un uomo dalle decisioni rapire. Tolse dalla fondina laterale il lungo pugnale scanalato e lo affondò in quel qualcosa di invisibile che stava azzannando Quattro. Vide il pugnale penetrare in qualcosa di morbido e riuscì a fermarlo appena a pochi centimetri dalla schiena del compagno. Poi colpì ancora e ancora, sino a quando vide il sangue giallastro sgorgare dal nulla, da quel corpo invisibile che lentamente mutava colore tornando l’essere volante simile a quello che aveva appena ucciso. Strappò il corpo dalla schiena di Quattro e lo gettò lontano con un gesto di disgusto, poi si avvicinò al compagno. Aveva i segni dei denti sulla schiena. La tuta leggera d’’uscita era stata abbastanza robusta da impedire ai denti acuminati di raggiungere la carne, anche se in alcuni punti era stata quasi lacerata. - Fa male?
Quattro scosse il capo: - E’ soltanto un morso. Un po’. E qualche puntura di spillo. Ma adesso andiamo avanti.
- Sotto la vegetazione.- Ordinò Uno per evitare nuove cabrate.
- Siamo vicini.
- L’acqua ha superato il ginocchio. Ho un po’ di difficoltà a muovermi.
- Non importa, quasi ci siamo.
Comparve davanti a loro quasi all’improvviso.
I tre si fermarono. Nei loro cuori c’era gioia mista a delusione.
- Non è Lui, è uno dei suoi figli.- Mormorò Uno.
- Guarda quanto ha proliferato. Chissà come sarà giunto sin qui!- Esclamò Due sollevando il fucile.
- Probabilmente qualcuno della Ballerina sarà stato ingannato e l’avrà portato con sé.
Era davanti a loro. E stava espandendosi, come lebbra che infetta qualsiasi genere di vita, anche la più aliena..
- L’acqua continua a salire, eppure stiamo fermi.
- Starà sorgendo la prima luna.- Commentò con calma Uno. - Ma non voglio scoprire cose succederà alla seconda luna.- E cominciò a sparare. Aveva impostato il fucile al raggio più ampio possibile. Avrebbe utilizzato quasi tutta la riserva dell’arma, ma si sarebbe sbrigato molto in fretta. Stava bruciando tutto lì davanti, facendo attenzione a distruggere soltanto il nemico.
I due compagni lo imitarono. Concentratissimi.
Per questo non notarono delle bolle che scoppiavano silenziose del pelo dell’acqua paludosa intorno a loro.

IV
La progenie del mostro si contorse tra le fiamme. Tentò di resistere, fuggire era impossibile, tentò di nascondersi, ma la decisione dei Cercatori era troppa per dar loro la minima possibilità di scampo.
E bruciarono tendendo vanamente al cielo le loro propaggini, invocando silenziosamente un aiuto che non sarebbe mai giunto.
L’acqua della palude continuava a crescere, ormai era alla vita dei tre che non se ne accorsero, tanto alta era la loro concentrazione.
Poi fu sparato l’ultimo colpo.
E bruciato l’ultimo brandello della lebbra assassina.
- Ora andiamo via di qui
Uno girò lo sguardo verso la compagna. Aveva la fronte sudata e lo sguardo fisso davanti a sé. Sparò un altro paio di raffiche per sicurezza, poi anch’ella girò il capo verso Uno e annuì. Come a dire: missione compiuta.
Qualcosa si stava muovendo intorno a loro. Nell’acqua fangosa onde plastiche increspavano una palude che avrebbe dovuto essere immota.
- D’accordo. Andiamocene via…
Quattro non fece in tempo a finire la frase.
Fu trascinato sotto.
Uno si lanciò dalla sua parte arrancando faticosamente nell’acqua melmosa, mentre Due teneva inutilmente il fucile puntato verso la palude il cui livello continuava a salire.
Uno raggiunse la zona di Quattro.
E vide una mano tesa ad artiglio che sbucava dall’acqua come in cerca di aggrapparsi a qualcosa. - RESISTI.- Urlò. E afferrò la mano. Puntando i piedi la tirò a sé.
Vide il suo compagno riemergere lentamente, come stesse districandosi dalle sabbia mobili. Comparve il suo viso.
Uno inorridì. I vermi già l’avevano assalito.
Poi venne quasi del tutto fuori. Era coperto da carne giallastra brulicante, dai vermi che avevano affondato i denti aguzzi nelle sue carni. Quattro sputava acqua dalla bocca e si dimenava senza riuscire a gridare perché anche sul volto alcuni orrori si stavano facendo largo per penetrare dentro il suo viso.
Uno tirò fuori nuovamente il pugnale e cominciò a colpire quasi alla cieca facendo ben attenzione a non ferire il compagno. Ma presto si accorse che era tutto inutile.
Quattro aveva lo sguardo stravolto, doveva provare al contempo orrore e dolore tremendi. Ma ebbe un ultimo guizzo di lucidità. Morse un verme che stava forandogli le labbra e lo sputò via, poi disse: - Vendica anche me… cerca il Mostro… uccidilo… per colpa sua… muoio...- si sollevò sulle sue gambe facendo emergere il busto dall’acqua. Era uno stomachevole brulichio di vermi. - SCAPPA…- Urlò e premette un pulsante al polso sinistro.
- COSA FAI! FERMATI!- Lo sguardo di Quattro era ormai perso nella follia causata dal dolore. Uno si rese conto che aveva pochi secondi. Dodici per la precisione.
- VIA DI QUI…- urlò a Due - ANDIAMO VIA…-
E cominciò a contare sino a dodici.
Una violenta esplosione sconvolse la palude per un raggio di una trentina di metri. Una colonna d’acqua salì a innaffiare la pseudo vegetazione e ricadde al suolo mista a brandelli di vermi che macchiarono di sangue e umore giallognolo ogni cosa ch’era lì intorno. Umore di vermi, sangue e brandelli di carne di Quattro.
- Cos’è successo?- Chiese Due che era piuttosto lontana per rendersi conto di quello che era avvenuto.
- Scappa, usciamo da questa melma.
- Quattro?
- Non possiamo fare più nulla per lui. E’ morto.- Intanto si stava muovendo nella direzione dalla quale erano giunti. Non rammentava quanto si fossero inoltrati nella palude, anche se probabilmente l’acqua si era estesa molto. Valutò la possibilità di arrampicarsi su quella specie di cactus lisci, ma scartò subito l’idea, bisognava essere insetti per far presa su quei tronchi, per loro non c’era alcun genere di appiglio.
Ebbe l’impressione di sentire qualcosa sotto i piedi, ma si sforzò a non pensarci. Almeno sino a quando fosse riuscito a muoversi. Sperò che quei vermi fossero lenti…
I vermi…
Probabilmente si erano avventati sul più vicino di loro tre e in quel momento stavano dandogli la caccia. Poi avrebbero attaccato Due, la più lontana.
La luce del sole li colpì all’improvviso. Uno sollevò lo sguardo. Erano sbucati in una delle numerose radure che si aprivano tra la pseudo vegetazione.
Uno si girò. L’acqua alle sue spalle gorgogliava come mossa da frenetiche creature subacquee. I vermi…
Prese la mira e sparò nel mezzo. Uno sbuffo d’acqua, una piccola colonna con pezzi di indefinibile natura e il gorgoglio che si attenuava per qualche istante. Per riprendere più intenso che mai.
- Corri, allontanati mentre cerco di fermarli.- Disse a Due.
- Insieme lo faremo meglio.
Il comandante scosse il capo: - Certo non ci salveremo, la palude pullula di quei mostruosi parassiti. Se ti proteggo le spalle tu potrai farcela.
- Tu no.
Uno sorrise. Sì, incredibilmente sorrise: - Cercalo… trovalo… uccidilo… anche per me.
Due strinse le labbra e raggiunse il bordo della radura. Uno era quasi al centro e continuava a sparare con un fucile i cui colpi diventavano sempre più deboli. Finché la riserva si esaurì.
Con rabbia Uno scagliò la sua arma contro i gorgoglii che si avvicinavano inesorabilmente.
E l’acqua introno a loro si sollevò.
Dieci, venti, cento e forse più esseri coperti dai piccoli animaletti che si contorcevano appesi al loro corpo puntarono verso i due cercatori. Due si era fermata tremando per l’orrore.
- Non fermarti… continua a correre…
Ma Due era immobile scossa da violenti brividi.
Davanti aveva centinaia di esseri immondi che si muovevano nell’acqua melmosa per raggiungerli, per sfamare i propri parassiti con la loro carne. Erano orribili, agghiaccianti, esseri una volta umani, dei quali si distinguevano soltanto poche parti, un braccio, un occhio, mezza testa, completamente coperti da grappoli di vermi schifosi che avanzavano verso di loro affamati di carne fresca. Grappoli di parassiti che pendevano oscenamente da corpi ulcerati e irriconoscibili.
- Ecco che fine hanno fatto tutti gli uomini atterrati qui.-
Due non lo ascoltava. Aveva smesso di tremare, ma era sempre immobile, con lo sguardo fisso sulle figure mostruose di quegli esseri una volta umani che si muovevano coperti da grappoli di vomitosi vermi.
- MALEDIZIONE…- urlò Uno - NON RESTARE FERMA LI’… SCAPPA VIA… E’ UN ORDINE.-
Ma le donna non si muoveva. Il suo viso non era però più dilatato dall’orrore. Era deciso. Con assoluta calma sollevò il fucile e cominciò a sparare con una precisione micidiale. Uno dietro l’altro i mostruosi simbiotici cadevano nell’acqua che pareva pronta ad accoglierli come sporco sudario. Quelli che ormai erano vicini a Uno caddero davanti tendendo inutilmente le mani e i grappoli di vermi verso il Cercatore. Il fucile era ira di Dio. I mostri erano centinaia, molte centinaia, ma fino a quando l’arma avrebbe sparato nessuno si sarebbe avvicinato a Uno.
Ma Due era all’ombra. E il focalizzatore del fucile non poteva ricaricare l’arma senza una fonte diretta solare.
La sue energia era stata quasi del tutto esaurita.
L’orda che li stava assalendo era gigantesca e anche con un fucile carico non sarebbe mai riuscito a farcela. Ampi vuoti si aprivano tra gli esseri verminosi, ma questi venivano subito colmati da altri mostri che emergevano dalla palude puntando su di loro.
Facendosi più vicino, sempre orrendamente più vicini.
Uno si scosse dalla sorpresa della reazione di Due e tirò fuori la sua pistola. Altrettanto micidiale contro uno o due nemici, inutile contro decine e decine di esseri che gli sbucarono intorno assalendolo da ogni parte. Non emise un solo urlo mentre finiva sotto l’acqua in quell’orrendo abbraccio.
Due soltanto allora si scosse. Ma tornando verso Uno. Portò il fucile sulla spalla e continuò a sparare a raffica. Ma la sua arma era del tutto scarica.
Con rabbia afferrò l’arma inutile dalla corta canna e la scagliò contro il mostro più vicino.
E un enorme cratere si aprì tra gli assalitori. Un buco grande una decina di metri sollevò per qualche secondo l’acqua mostrando il fondo melmoso della palude nel quale si contorcevano nello spasimo della morte migliaia di vermi dalle dimensioni gigantesche.
Due guardò davanti a sé incredula, poi, seguendo l’istinto, sollevò il capo.
- Stiamo arrivando.
Tre e Cinque gravitavano sulla sua testa a cavallo del minivol. Tre lo guidava, Cinque teneva saldamente tra le mani una specie di cannoncino che sparava un colpo dietro l’altro seminando morte e distruzione tra i disgustosi assalitori.
- Non dovevate abbandonare l’astronave.
Tre non fece caso alle parole di Due che gli giungevano attraverso l’interfon. - Dobbiamo fare di tutto per salvarvi.- Fu la sua semplice risposta.
Cinque sparò ancora, due, tre volte. Altre fiammate e altre altissime colonne d’acqua che sputavano verso il cielo indifferente brandelli di vermi e di ex esseri umani. Che continuavano però a venire avanti in quella cieca ricerca di carne.
E un altro colpo mortale.
Cinque rise accarezzando il cannoncino.
Ma qualcosa di pesante si avventò sulla sua spalla scaraventandolo giù dal minivol. L’acqua lo accolse limacciosa e mortale.
- Cosa diavolo…- Il minivol sbandò leggermente ma Tre riuscì a tenerlo in quota. Cinque era caduto nel bel mezzo degli assalitori che si avventarono su di lui straziandolo insieme al topo volante che l’aveva abbattuto.
Tre si morse le labbra disgustato, ma non poteva fare più nulla. Allora continuò a girare intorno alla radura abbassandosi per avvicinarsi a Due.
- Preparati a saltare sul minivol.
Entrambi sapevano che il mezzo volante poteva restare sospeso nell’aria soltanto per pochi secondi. Ma sarebbero bastati.
Tre giunse in pochissimi attimi. E calò sulla donna. Che allungò le braccia e si aggrappò ai poggiapiedi del mezzo volante.
Venendo fuori dalla melma.
Con tre grossi vermi attorcigliati intorno alle gambe come immondi serpenti.
Lei lanciò un urlo di disgusto, non se n’era accorta perché non l’avevano ancora morso. Ma il più grosso spalancò la bocca irta di denti come una murena e li affondò nella coscia di Due.
- NOOOOOO…- Urlò la donna lasciando la presa.
Piombò in acqua nello stesso punto dal quale era stata sollevata.
- Ora ritorno.- Mormorò Tre aveva pensato che la donna avesse semplicemente perso la presa.
Ma un altro essere volate calò su Tre che spalancò gli occhi senza rendersi conto di quello che stava avvenendo.
Il minivol ebbe una impennata verso l’alto, poi deviò a sinistra quasi a U. Tre sentì i denti aguzzi lacerare la tuta di uscita e penetrare nella sua carne in cerca di sangue, un nettare che quegli esseri, una volta assaporato, ne erano rimasti dipendenti.
Tre urlò di dolore. Afferrò il coltello dalla gamba e cercò di colpire l’essere volante che continuava a mordergli le spalle. In preda a un dolore atroce menò un colpo violento. Sentì il pugnale penetrare nella carne del volatile Ma perse il controllo del minivol. Che, dopo una nuova impennata, puntò verso il basso e finì nella palude melmosa esplodendo.
Due si risollevò grondante acqua fangosa. Il grosso verme era saldamente aggrappato alla sua gamba. Con un colpo secco gli tagliò la testa che grondò umore giallastro, ma non si staccò dalla coscia. E un secondo verme la morse al fianco.
Allora si rese conto di non avere scampo.
E completamente circondata da quegli esseri da brivido che non avevano mai smesso di avvicinarsi a lei.
Capì che aveva soltanto una cosa da fare.
Con uno scatto secco pigiò il pulsante al suo polso sinistro.
E cominciò a contare.
Fu immensamente felice quando arrivò a dodici senza che i mostruosi esseri coperti da grappoli di vermi con le bocche spalancate in un silenzio urlo fossero riusciti a raggiungerla.

V
Le due lune cominciarono a calare.
La palude a ritirarsi.
Il suolo melmoso sommerso ricomparve umidiccio e liscio come rena. Non c’era una solo segno della tragedia.
Qualche movimento sotto la rena. Appena percettibile, poi più nulla.
Le bollicine erano scomparse del tutto e il silenzio era tornato sovrano.
Il sole di Settembre tramontò lasciando ancora una volta il buio minaccioso alle sue spalle.
Il buio che abbracciò tutto intorno, compresa una grande astronave che era stata battezzata Ballerina per ironizzare sulla sua forma sgraziata e due piccoli incrociatori, uno della UniPol, l’altra del soccorso sanitario.
Ma la navi spaziali non erano più sole.
Addormentata, forse per sempre, con loro c’era anche una piccola astronave nera, piatta e con una emisfera nella parte centrale, che ricordava un orizzonte notturno con una luna argentata a metà che tenta di sorgere.

(fine - capitolo primo)

donato altomare: il fuoco e il silenzio, Persero Libri s.r.l.
Narratori europei di science fiction n°22,
c.p. 1240 – 40100 Bologna Centro,
e-mail perseo@perseolibri.it c/c postale 10351401

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Si ringrazia Donato Altomare & la Perseo libri s.r.l. per la gentile concessione

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