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Dialogo tra mastro Cristoforo Colombo e Lorenzo detto il Magnifico signore di Firenze et lo stesso mastro Cristoforo con l’eccellentissimo messere Amerigo Vespucci


Firenze, 18 Maggio 1490.

Le rive dell’Arno erano rigate da una moltitudine di colori compresi tra il rosso e il giallo. Le sue acque verdastre si tingevano di sfumature che non avevano nulla di naturale, ma quasi di magico. Il ponte vecchio era affollato da numerosi carri e cavalieri che si intrattenevano a parlare tra loro, come se tutto ciò che li circondava non fosse una confusa e operosa massa di gente, ma una semplice esposizione di umanità.
Lorenzo guardò a lungo fuori dalla finestra del suo palazzo, tutta quella gente che si affollava sotto di lui. Quindi sospirò. La gamba gli doleva, da diversi giorni, ormai, non riusciva più a camminare. Da parecchio non scendeva nel giardino ad ammirare gli schizzi e le sculture dei suoi giovani protetti che avevano improvvisato una nuova scuola di Atene.
“Morirò, giovane, come tutti i maschi della mia famiglia”, si disse. Mentre il suo ricordo andava al padre, al fratello, ai cugini, che la stessa, subdola malattia, aveva cancellato dall’esistenza. “Possiedo palazzi e case, terreni e navi, possiedo tutto e non possiedo il tempo…Ma quale ricchezza dovrebbe avere un uomo per comprare la propria vita?”, domandò a se stesso.
Qualcuno bussò alla sua porta. Nessuno bussava mai, tranne alle otto del mattino, a mezzogiorno e la sera, per servirgli il pranzo; e tranne quando suo figlio Piero gli veniva a chiedere soldi. “Quel ragazzo è un pazzo scatenato, come potrò lasciare a lui tutti i miei averi”, rifletté mentre dava il permesso di entrare a chiunque fosse dietro la sua porta.
“Lorenzo, sono io, Angelo…”.
“Mio caro amico, da quanto non ti vedo? Vieni, su, dammi un bacio e parliamo immediatamente di quanto fosse bella la Grecia di Pericle e di Aristotele…”.
“Certamente, Lorenzo. Ma prima vorrei presentarti un mio conoscente che ha cortesemente insistito affinché fosse portato al tuo cospetto, anche se…Ecco, come dire, è solo un marinaio, gli manca la giusta educazione”, disse l’uomo facendosi timidamente avanti e mostrando il suo viso giovane e furbo.
“Orbene, conducilo qui, che di parlare ho giusto gana…Che, del resto mi importa meno!”.
L’uomo che si presentò al cospetto di Lorenzo, accompagnato dall’elegante Angelo Poliziano, era veramente un rude marinaio. La pelle bruciata dal sole, i capelli gialli, crespi e lunghi, lasciati cadere sulle spalle, l’abbigliamento essenziale, anche se non misero.
“Messere, la ringrazio di avermi ricevuto al suo cospetto”, disse l’uomo inchinando leggermente il capo. “Il mio nome è Cristoforo Colombo da Genova”.
“Mastro Cristoforo ha sentito parlare molto bene di te, Lorenzo, della tua magnanimità”, intervenne Poliziano.
“Invero, la sua generosità è nota in tutta Europa”, concluse Colombo.
“Bene, vedo signor marinaio che i suoi vestiti sono poveri, il suo aspetto tirato, ma i suoi modi sono avvezzi alla diplomazia”, commentò ironicamente Lorenzo, indicando ai suoi ospiti degli eleganti sgabelli per sedersi.
“Mastro Cristoforo ha dovuto fare di necessità virtù”, spiegò Poliziano. “In questi ultimi anni ha girato per tutti le corti del continente per cercare sovvenzionamenti al suo progetto”.
“Quale progetto?”, chiese il Magnifico incuriosito.
“Vede, mio Signore, da quasi 40 anni i Turchi Ottomani hanno tagliato la via per l’Asia. I ricchi commerci che i mercanti europei avevano intrecciato con le lontane popolazioni dell’India, sono ora più difficili e complicati”, spiegò Colombo in tono serafico. “Bisogna trovare un’altra via per raggiungere il Katai”.
“Concordo, ma i Portoghesi hanno già tracciato nuove rotte”, commentò Lorenzo chinando il capo in segno affermativo.
“Le rotte portoghesi sono lunghissime, circumnavigare l’Africa è affare di anni ed anni di navigazione”.
“Sono curioso Mastro Cristoforo, quale via, in alternativa, avrebbe da proporre”, chiese il Magnifico lasciandosi andare ad un fuggevole sorriso.
“La via dell’Ovest” disse Colombo senza batter ciglio.
Angelo Poliziano sembrò trasalire. Lorenzo, invece, si fece serio e pensoso.
“Passare le colonne d’Ercole e proseguire navigando verso Ovest fino ad incontrare le Indie” concluse il navigatore, tutto d’un fiato, con la paura che i suoi due interlocutori potessero ribattere in qualche modo al suo piano.
“Ma queste sono pazzie, mastro Cristoforo”, sbottò Poliziano. “Se avessi saputo del suo folle progetto non l’avrei mai condotta qui”, concluse irritato.
“Ed io non te lo avrei mai perdonato, mio caro Angelo”, intervenne il Magnifico. “Perché il piano di Colombo ha del buono”.
“Del buono? Ma sono i vaneggiamenti di un matto!”.
“Su, stai calmo, vai in quella libreria accanto alla finestra, ci deve essere un grosso volume in pelle con dei ghirigori in oro zecchino, prendilo e portalo qua!”, disse Lorenzo sorridendo.
“Cosa c’è? Vuoi ancora leggermi i testi di Platone che parlano della favolosa Atlantide?”, chiese Poliziano ubbidendo agli ordini dell’amico.
“Non ti leggerò quello che tu conosci meglio di me”, disse. Poi, rivolto a Colombo, aggiunse sottovoce, “Non badi alle parole di Angelo, è un passionale, anche se non si direbbe…”.
Poliziano seguì attentamente le istruzioni date dal Signore di Firenze e tornò con un libro dalle dimensioni ragguardevoli che poggiò su un piedistallo di legno intarsiato, proprio innanzi a Colombo e a Lorenzo.
“Questo volume, caro mastro Cristoforo, viene dai forzieri di Damasco, me lo regalò un mercante che lo aveva scambiato con stoffe pregiate, e raccoglie le opere del grande geografo arabo Al Idrisi”
“Mio Dio Lorenzo, uno scomunicato infedele!”, esclamò Poliziano.
“Mio caro Angelo non mostrare a mastro Cristoforo i limiti della tua fede in nostro Signore, e consentimi di finir di parlare”, lo rimbrottò il Magnifico aprendo il colossale volume.
Colombo, incuriosito, non accennò a nessun commento riguardo la sottile disputa teologica scoppiata tra i suoi due ospiti, e si chinò leggermente per leggere meglio quello che il prezioso libro poteva offrirgli.
La prima pagina era scritta in fitti caratteri arabi, poi, pagina dopo pagina, si vedevano bellissimi disegni delle coste Mediterranee. Riconobbe Creta, quindi Cirpo, la Sicilia, la costa Amalfitana, la Catalogna, l’Egitto. I colori erano accesi, pieni di vita: il verde delle pianure, l’azzurro del mare, l’ocra dei monti; e gli intarsi ricchi, variegati, sorprendenti.
“E’ bellissimo!”, esclamò.
“Concordo”, disse Lorenzo.
Colombo sfogliò il libro con lentezza, assaporando pagina per pagina, come a viaggiare con gli occhi in quei luoghi che Al Idrisi aveva così mirabilmente ritratto. Poi, la sua attenzione fu attirata da una grande cartina in cui sembravano riprodotti tutti i continenti, con una precisione che a lui parve inaudita.
“Messer Lorenzo qui vedo cose a dir poco strane”, disse Cristoforo.
“Anch’io, se mi intendessi di mare e di geografia, ci vedrei delle facezie”, concordò Poliziano.
“Notate anche voi il quarto, il quinto e il sesto continente?”, domandò il Magnifico senza scomporsi.
“Ma queste sono fandonie belle e buone” sbottò Angelo Poliziano, “Sappiamo bene che su questa Terra i continenti sono tre, e che nella l’altro emisfero esiste solo il Purgatorio delle nostre anime, così come Dante lo ha descritto”, concluse allontanandosi irato e quasi schifato dalla cartina.
“E voi? Voi Mastro Colombo cosa ne pensate?”, chiese Lorenzo agitandosi nella sua posizione di dolente handicappato.
“Dico e penso, Signore, che nessuno sa esattamente cosa c’è oltre le Colonne d’Ercole”.
“Bene, è la risposta giusta, ecco perché vi farò dono delle cartine. Andate ed organizzate il vostro viaggio alla scoperta degli altri continenti, amico mio”.
“Certamente Messere, ma per viaggiare occorrerà ben un’altra cosa oltre le mappe…”.
“I soldi, vuole i soldi Lorenzo”, disse Poliziano con amarezza, dal fondo della sala, l’esilio ch si era scelto per prender le distante da quella che lui riteneva pura follia.
“Io non posso sovvenzionare la vostra impresa amico mio, sto morendo, e mio figlio, il mio erede è uno scioperato e disgraziato, devo provvedere a lui…Ma, posso darvi una lettera per Isabella di Castiglia, la regina del regno unito di Castiglia e Aragona, so che voi avete già ricevuto un diniego da parte sua ma, la sua famiglia mi deve molto, ho sovvenzionato personalmente parecchie guerre, non potrà dirmi di no”.
“Grazie Signore”, disse Cristoforo alzandosi e inchinandosi devotamente. “Vi terrò aggiornato di tutto”, concluse.
“Non credo che sarò più su questa Terra quando voi tornerete. Ma, da la su, pregherò per voi”, lo congedò mestamente.

Quando Colombo si ritrovò nell’anticamera di Lorenzo il Magnifico, con le mani sudate e incerte, che stringevano da un lato una lettera sigillata con cera lacca rossa e nell’altra il grosso vuole di Al Idrisi, per poco non si lasciava andare a un moto di contentezza e sollievo. Poi, sentì la porta alle sue spalle aprirsi e vide comparire Angelo Poliziano ancora teso e sconvolto per la discussione che si era da poco conclusa.
“Mastro Colombo, voi mi avete ingannato!”
“Messer Poliziano, non era mia intenzione, mi creda”
“Voi avete dato credito ai vaneggiamenti di un moribondo”.
“Io ho dato credito alle miei idee”, rispose Cristoforo decisamente contrariato da quell’attacco.
“Non penserete davvero di andare a scoprire un altro continente?”, chiese Poliziano in tono di sfida.
“Si, ma nessuno saprà mai cosa ho in mente di fare”, disse Colombo.
“Perché?”.
“Perché? Perché nessuno mi crederebbe mai. Quindi continuerò con la mia idea, quella di raggiungere le Indie. Ma utilizzerò queste carte…” e indicò il libro quasi affettuosamente, “Come un tesoro e poi…”.
“E poi?”, chiese Poliziano sempre più incuriosito.
“E poi, se dovessi fallire e non c’è nessun altro continente, non mi andrebbe di coinvolgere in questo fallimento anche il Magnifico. Così, se mai io e lui avremo ragione, io dirò a tutti chi è stato la fonte e l’ispirazione del mio viaggio, in caso contrario il segreto morirà con me”.
“Mastro Colombo, invero la mia prima impressione su di voi era più che giusta, siete un brav’uomo”, concluse Angelo Poliziano porgendogli la mano in segno di saluto.
“Grazie, Messere”, disse Cristoforo stringendogliela.

Siviglia, 25 Marzo 1491.

“Mastro Colombo, un inviato dei Medici vuole vederla”.
Cristoforo era seduto su uno sgabello traballante innanzi ad un tavolo stracolmo di mappe geografiche e strumenti di misurazione. Quando il suo servo lo chiamò, alzò lo sguardo e strinse gli occhi, dolenti e sensibilizzati per il gran lavoro.
“Dei Medici?”, chiese stupito posando una penna d’oca che aveva tra le mani.
“Si”
“Fallo entrare”, ordinò Colombo alzandosi per andare incontro all’ospite inatteso.
Dopo pochi istanti apparve innanzi a lui un uomo vestito sobriamente ma elegantemente con gli occhi spiritati e curiosi che, immediatamente, iniziarono a guardarsi intorno.
“Sono Amerigo Vespucci, delegato Bancario di Lorenzo de Medici”, si presentò formalmente.
“Sono Cristoforo Colombo, in cosa posso esserle utile?”.
“Sono qui per consegnarvi un mandato di pagamento di 150.000 maravedi, somma che il mio padrone ha a voi destinato per il vostro progetto sollecitato da diversi banchieri della città di Genova”.
“Misericordia di Dio! Centocinquantamila! E’ quasi il doppio di quanto sono riuscito a racimolare in un anno”.
“Già!”, borbottò Amerigo iniziando a guardarsi insistentemente intorno, incuriosito soprattutto dalle carte su cui Colombo stava lavorando.
“Il vostro mandante vi ha parlato del mio progetto?”, chiese Colombo avvicinandosi pudicamente al suo posto di lavoro e coprendo discretamente le carte su cui stava lavorando.
“Si, per sommi capi”, rispose Amerigo avvicinandosi anch’egli al grande tavolo da lavoro di Colombo.
“Quindi saprete tutto?”, chiese Cristoforo quasi sollevato.
“Posso dire di sì”, rispose il suo interlocutore agitando con maestria le carte che aveva innanzi. “So che intendete percorrere le via del mare Oceano…”.
“E’ vero. Vie che queste carte, donatemi dal vostro padrone, hanno promesso essere di piene di sorprese e misteri, guardate qua…”.
E, detto questo, aprì il grande libro regalatogli dal Magnifico; lo sfogliò e presentò al Vespucci il planisfero dai 6 continenti; quello che aveva tanto fatto discutere Angelo Poliziano e Lorenzo de Medici.
Amerigo ebbe un leggero sussulto, ma da abile diplomatico non lo diede a vedere. Studiò la carta senza scomporsi e senza dire nulla, mugugnando ritmicamente per dare soddisfazione al suo interlocutore, ma senza lasciarsi andare ad alcun commento. Dopo parecchi minuti scosse la testa con fare incredulo e guardò Cristoforo che, in effetti, era incuriosito dagli strani modi di Vespucci.
“Allora, Messere?”, chiese.
“Allora è una carta parecchio strana, mastro Colombo. Oltre che a mostrare luoghi inesistenti, mostra i luoghi esistenti in fattezze assai diverse da quelle tracciate dai nostri più famosi cartografi”, concluse Amerigo.
“E’ vero, l’ho notato anch’io. Ma in questi mesi ho potuto constatare che questa carta è di gran lunga più precisa di quelle a nostra disposizione. La costa che da Genova conduce fino in Spagna è disegnata fin dai minimi particolari, così come la costa del Nord Africa…In effetti, penso…”, balbettò e arresto il suo dire.
“Cosa pensa, mastri Colombo? Orsù, parlate!”, lo incitò Vespucci.
“Ecco, penso, che questa precisione si potrebbe ottenere disegnando la carta dall’alto dei cieli, mai e poi mai, un cartografo potrebbe fare altrettanto percorrendo a piedi questi territori”, disse queste parole con ritrosia, quasi volesse rimangiarsele appena proferite. Se l’uomo innanzi a sé non fosse stato mandato da quel Signore che così generosamente gli aveva regalato quelle carte, mai e poi mai si sarebbe lasciato andare a simili considerazioni.
“Da quale altezza ella stimerebbe essere state realizzate queste carte?”, chiese Amerigo con un leggero sogghigno stampato sulle labbra, ma continuando quasi distrattamente a studiare ancora le preziose mappe.
“Non meno di 6, forse, 7 miglia marine”, rispose Colombo titubante.
“Mio Dio, ma nulla vola così in alto, forse neanche l’aquila!”.
“E’ quello che ho pensato anch’io…”
“Ma allora queste carte sono false, il suo viaggio è basato sulle delle falsità!”, esclamò Vespucci.
“Non lo sapremo mai finché non andrò lì!”, disse indicando sulla mappa l’oblungo continente che si estendeva da nord a sud tagliando in due il mare Oceano.
“Ma nessuno vi darà mai credito se direte in giro che andate a scoprire un nuovo continente”.
“Ecco perché ho sparso la voce che vado a tracciare una nuova rotta per il Katai, per quanto folle questa è una fandonia che tutti hanno creduto, e per cui ho ricevuto lauti compensi”, disse indicando la pergamena che costì gli aveva portato il Vespucci e che conteneva il mandato di pagamento di 150.000 maravidi. “Ma di questo il vostro padrone, il Magnifico, vi avrà certamente parlato”, sussurrò con fare circospetto Colombo.
A quelle parole Vespucci ebbe un sussulto, lo guardò di traverso e, dopo aver deglutito e richiuso il libro innanzi a sé, gli rivolse finalmente la parola.
“Il mio padrone non è il Magnifico. Ma bensì Lorenzo di Pierfrancesco de Medici, cugino del Magnifico”.
Colombo impallidì. In un supremo atto di pudicizia raccolse alla rinfusa le sue carte e cercò un posto dove nasconderle; quindi, disperatamente le mise dentro una grande cassapanca e si lasciò cadere su una sedia proprio vicino alla finestra da dove entrava un pallido raggio di sole. Non disse nulla.
“Mi spiace del grande equivoco, mastro Colombo…”, disse Amerigo decisamente costernato.
“No, messere. La colpa è mia. Preso dalla bramosia di condividere con qualcuno il mio progetto, ho tradito il mio fermo proposito di non dir niente a nessuno”
“Fate conto che io sia nessuno!”, esclamò Vespucci portando la mano petto in segno di impegno e giuramento.
“Mi promettete di non dir niente a nessuno?”, chiese Colombo colpito dal gesto del suo interlocutore.
“Nessuno saprà nulla di nulla, anche perché se no, i vostri amici genovesi, non scuciranno il becco di un quattrino!”.
“Di questo poco mi importa. Ma apprezzo la vostra saggezza, allora siamo d’accordo?”, domandò porgendogli la mano.
“D’accordo!”, disse Amerigo stringendola.

« Arrivai alla terra degli Antipodi, e riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa, dell'Asia o della stessa Africa » 1497 – Amerigo Vespucci.

Claudio CHILLEMI

(fine)

 
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