Racconto
   



Agnese, dolce Agnese Donato Altomare

 

AGNESE, DOLCE AGNESE

Cos'era quel senso di vuoto?
Forse lo spazio immenso intorno a lui lo sconvolgeva?
Andrea sospirò. Tra le stelle era sempre stato solo, ma su quel piccolo pianeta che tutti chiamavano Terra un tempo qualcuno l'aspettava. – Maledizione! - borbottò, poi si decise. Batté sulla tastiera del InterPlanetPhon 00T 368151 A/F. Era sufficientemente vicino per chiamare. Attese otto minuti e quaranta secondi. Finalmente lei apparve.
- Ciao, Agnese. - Cercò di reprimere un tremito nella voce.
- Andrea?! Non aspettavo una tua chiamata. - Soltanto per questo c'erano voluti otto minuti e trentasette secondi.
- Scusa se ti disturbo, ma devo assolutamente chiederti una cosa. - Agnese, sempre più bella, sempre più lontana. - Vorrei sapere se tra noi è proprio tutto finito. - d'un fiato Poi attese col cuore in gola. Otto minuti e venticinque secondi d'ansia.
- Sai bene che la risposta è sì. Siamo troppo diversi noi due.

Andrea fece vagare lo sguardo sugli strumenti di guida senza vederli. Non poteva essere vero, non riusciva a capirne il perché... o forse non voleva. Sul retro del InniRadar vide riflessa la propria immagine. A se stesso non poteva mentire. Bastava fare con la mente un piccolo balzo indietro, soltanto un piccolo passo.

- Spiegami come io possa dare parere positivo. Guarda tu stesso il Test di Caloom: +7. Ti rendi conto? +7
Lui sapeva che già +3 sarebbe stato al limite dell'accettabilità. Scuotendo il capo l'istruttore aveva continuato: - Questa poi, - e mostrò il Test di Guida - è eccellente, hai fatto quasi impazzire di gioia l'elaboratore.
- E allora?
- E allora riesci puntualmente a rovinare tutto perché hai la testa fra le nebulose. Quando la smetterai di sognare?
Malgrado la situazione Andrea sorrise: - Devo farlo... è... è come avere le ali e non poter volare.
L'esaminatore tambureggiò con le dita sul tavolo. Nonostante tutto aveva una certa simpatia per quell'allievo impossibile. - D'accordo. Ma come pretendi che possa affidare qualche centinaio di civili a un pilota in gambissima... ma che mi sbaglia le cose più elementari. E, nota bene, le più vitali. Guarda, - gli mostrò un ologramma ingrandito - questo è il piano di volo simulato che ti è stato assegnato. Aveva una difficoltà del 6° grado, praticamente la più alta se si escludono gli ologrammi per piloti di velivoli sperimentali. Ebbene, se il computer avesse avuto le mani si sarebbe messo ad applaudire per come sei riuscito a evitare la catastrofe. Quelle spirali a precedere la tempesta ionizzata sono state un colpo di. genio. Tutti i leds si sono accesi contemporaneamente. E quella stessa scatola di latta piena di microprocessori ha impiegato ben tre secondi per rendersi conto che era la miglior soluzione. Ma è andato in corto quando, in volo stabilizzato, hai invertito il Klopper. Lo sanno persino i bambini che è un errore balordo! - Fece uno sforzo non indifferente per calmarsi - Andrea, sono mesi che mi sforzo a far di te un buon pilota. E' possibile che riesci puntualmente a rovinare tutto? – Non attese una risposta dell’allievo, sapeva che non sarebbe venuta. Con tono dimesso continuò: - Anche questa volta è andata buca. Non so proprio che consigliarti. Una cosa però posso dirtela: smettila di sognare. Poggia i piedi per terra, non importa su quale pianeta, ma torna sul solido. Una volta i geni potevano essere sbadati o distratti, ma oggi questo non è più ammissibile. Siete in troppi ad avere un Q.I. elevatissimo, occorre prendere in esame anche altri lati del carattere di ciascuno.
Non ho più nulla da dirti. Ciao.

Cos'era quel senso di vuoto? Agnese, cara Agnese.
Così realistica, attaccata alla praticità come una ventosa, così innamorata e delusa da un sognatore.
Ma avrebbe superato quel momento nero.
Si, al prossimo trimestre sarebbe riuscito a ottenere il Brevetto, poi avrebbe abbandonato le mortificanti piattaforme merci, sarebbe tornato sulla Terra e si sarebbe ripreso Agnese.
Ci mise cinque secondi a capire che qualcosa non andava. Troppi. I suoi riflessi erano prontissimi, ma quando si viaggia in uno di quegli enormi giocattoli spaziali occorre tenere gli occhi fissi sugli strumenti. E non perduti nel nulla a sognare. Le orecchie gli ronzavano. Doveva essere la pressione. Infatti stava scendendo velocemente. L'aria veniva risucchiata fuori. Ormai non aveva più dubbi. Una piccola meteora metallica, irrilevabile dagli strumenti, doveva aver forato lo scafo della piccola cabina di guida. La pressione continuava a diminuire e presto sarebbe andata a zero. Le pompe stavano intervenendo per cercare di ripristinare la pressione e la quantità di ossigeno, ma era uno spreco pazzesco.
In fretta sganciò i fermi del posto di guida e cercò nell'apposito scomparto la bomboletta di acciaio liquido. Con un sospiro di sollievo la trovò subito. Vuota. Allora si mosse freneticamente. L'aria era sul punto d'esaurirsi. Senza perdersi d'animo indossò la tuta. Appena in tempo. Una dose equilibrata d'aria gli inalò i polmoni. Si sentì meglio. Riprese la bomboletta e si lasciò sfuggire un'imprecazione. Era una grave negligenza dell'assistenza a terra. Registrò una nota. L'avrebbero sentito al Porto. Poi, come preso da un dubbio, fece un rapido calcolo mentale e con un'alzata di spalle cancellò la registrazione. Era ancora lontano dal Sistema Solare. Alla Base non ci sarebbe mai arrivato con l'aria delle bombole. Ce ne voleva almeno il doppio. Lanciò la richiesta automatica di aiuto, ma sapeva che anche quella sarebbe stata inutile. Con l'amaro in bocca capì che non poteva far altro che tirare avanti.
Sino alla fine...

Ventitré minuti d'aria. Circa.
In vista soltanto un pianetino abbastanza grande. Cosa fare? Cercò sulle mappe, ma non riuscì a identificarlo. Il computer non lo rilevava e questo significava che era un corpo vagante, lì soltanto per caso. Cosa fare? Improvvisamente fu preso dal desiderio di morire con i piedi poggiati sul solido.
Atterrò magistralmente in una tormenta d'ammoniaca.
La strana neve cadeva con lentezza esasperante. La bassissima gravità dava l'impressione di essere in una di quelle antichissime bolle trasparenti che capovolte lasciavano cadere finti fiocchi su un paesaggio in miniatura. E quella neve d'ammoniaca era straordinariamente simile alla neve vera. Vera?! Che sciocco! Vera forse per lui. Ridacchiò. Ora aveva soltanto un problema: come passare gli ultimi dodici minuti della sua vita.
Agnese glielo diceva sempre: - Se non apri gli occhi, prima o poi farai una morte stupida. - Poi aggiungeva dolcemente: - E senza di te io non vivrei.
Tanto tempo fa. Eoni fa. Scosse il capo.
E qualcosa si posò sulla sua spalla mentre un pensiero si affacciava alla sua mente: Cosa posso fare per te?
Si voltò di scatto, incredulo e impallidì. Una specie di orso bianco dal muso piatto e disgustoso aveva poggiato uno dei suoi innumerevoli tentacoli artigliati sulla sua spalla. Istintivamente fece un balzo indietro.
Non hai nulla da temere. Anche tu sei molto brutto per me.
Andrea riacquistò la sua calma abituale: ‘Chi sei?’ Pensò.
Questo è il mio Thagg (immagine di casa-rifugio-territorio di caccia) sei TU che devi dirmi chi sei?
‘Un terrestre, un essere umano. Ho il velivolo in avaria. Sono stato costretto a effettuare un atterraggio forzato. Non era mia intenzione invadere il tuo Thagg e recarti disturbo.’
Disturbo?! (senso di fastidio-disagio-ira). No, è un onore averti come Krovvegg (immagine di ospite-compagno-scambio di dono).
‘Sarei felice di regalarti qualcosa, ma non ho nulla con me.’
Per qualche istante non giunse alcun pensiero, poi: Tu mi hai fatto un immenso regalo. Ora tutti i Gragg sapranno di non essere più SOLI nell’universo.
Un debole sorriso increspò il viso del ragazzo: ‘Non avrei mai immaginato che un alieno potesse farsi una simile domanda.’ Poi rifletté su quel pensiero e concluse amaramente: ‘Ecco, la presunzione umana ha colpito ancora.’ Un leggero giramento di capo lo fece traballare.
Tu non sei axigg (immagine di forza-vitalità-cibo).
‘Non è nulla… sto soltanto morendo.’
Posso fare qualcosa per te?
‘Puoi procurarmi dell’aria?’
Aria?
‘Già, azoto, ossigeno, un pizzico di idrogeno e una spolveratine di gas rari, il tutto in opportune percentuali.’
Azoto? Ossigeno?
Andrea strinse le labbra e scosse il capo. Soltanto uno sciocco avrebbe potuto pensare che i termini terrestri convenzionali potessero essere capiti da una creatura aliena che vedeva l’uomo per la prima volta. Lo sconforto si stava impadronendo di lui quando gli venne un’idea: ‘Cos’è questa?’ Aprì la mano, raccolse un fiocco di ammoniaca e glielo mostrò.
Oggragg, naturalmente.
‘Naturalmente. Ne conosci la struttura?’
Struttura?
Andrea si chinò e sulla neve candida disegnò la molecola dell’ammoniaca con gli atomi di azoto e idrogeno.
L’alienò guardò, poi annuì vigorosamente: E’ esatto.
‘Perfetto. Mi servono entrambi i componenti, in misura diversa. Puoi farlo?’
Io posso dissociare e associare qualsiasi composto.
‘Magnifico. Cosa sei? Un mago?’
Mago? Chiamate così chi si nutre di energia?
Già, pensò Andrea, dissociando atomi si doveva apportare al sistema energia, ma associandoli si creava energia, la classica fusione atomica, che poteva essere una forma di nutrimento. C’era poco da meravigliarsi. A quell’alieno anche il metabolismo chimico umano sarebbe sembrato alquanto strano, forse troppo dispersivo. E che produceva scorie.
Si accorse di star respirando con più fatica. Erano trascorsi quasi nove minuti dall’atterraggio. Ancora tre di vita. Tre minuti per tentare di sopravvivere.
Era stato fortunato, aveva a disposizione una grande quantità di azoto e idrogeno. Gli mancava però il secondo elemento base: l’ossigeno.
Non gli ci volle molto per trovarlo.

- Agnese, ora ritorno. – Mormorò con gioia.
Dai grandi oblò in vetracciaio salutò l’alieno che mosse freneticamente i venti tentacoli mentre con gli ultimi due stringeva la tanica di plastica vuota. Era rimasto letteralmente affascinato dalla struttura molecolare della plastica termoindurente e l’aveva considerato un dono degno di un re. Dal canto suo, Andrea era stato sbalordito dalla incredibile abilità con cui l’orso usava gli atomi. Pareva stesse giocando con delle biglie. Gli aveva persino riparato il foro causato dal piccolo meteorite prelevando da una paratia interna un po’ d’acciaio e aggiungendolo alla parete forata. Neanche una indagine microscopica avrebbe potuto rilevare la riparazione. E tutto in cambio di una lattina vuota.
Perché l’acqua gli era servita per ricavarne qualcosa di molto importante. L’ossigeno.
Sorrise. Aveva ripristinato l’aria nell’abitacolo. Sarebbe stata sufficiente a tornare. Forse sarebbe stato costretto a indossare la tuta e usare le sue bombole anch’esse riempite nell’ultimo tratto, ma in ogni caso ce l’avrebbe fatta. Era soddisfatto.
Avviò i motori, inserì il giroscopio, attese il livello minimo di uniformità e partì. Praticamente com’era atterrato, con lo Spinmaker inserito.
Fu come partire in quarta. La navetta si sollevò appena sotto lo sforzo disperato dei due motori. Che si spensero dopo pochi secondi lasciando cadere di schianto la navicella sulla dura superficie del planetoide.
E fu il buio.

La piccola sala si illuminò tutta.
L'espressione sul volto dell'istruttore era sin troppo esplicita. Andrea non attese l'esito ufficiale della prova, lo sentì soltanto borbottare: - Tu sarai la mia disperazione. - e null'altro.

Fuori l'aria era fresca. Respirò a pieni polmoni scrollandosi di dosso la spiacevole sensazione di soffocamento dovuta all'ultima prova. Comprò un gelato, poi si sedette a gustarlo su una panchina nuova di zecca.
Agnese? La cosa più amara era forse sapere che… che Agnese non esisteva. Forse amara, forse dolce... chissà, non riusciva a dirlo. Agnese, estremo vano tentativo del suo istruttore per costringerlo a far bene.
Si accorse che il gelato si stava sciogliendo e colava sull'erba. Chinò lo sguardo.
E la vide.
Era magra, visibilmente affamata e aveva gli: occhi fissi sul suo gelato. Con un sorriso Andrea glielo porse e lei affondò il musetto famelico nel cono.
- Sì, ti chiamerò Agnese. - Poi afferrò la gatta e, con lei sotto braccio che si leccava i baffi, andò in cerca di un altro lavoro.

Donato Altomare

(fine)

 
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Si ringrazia Donato Altomare per la gentile concessione

Doc Moebius

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