Racconto
   



Il suono antico
delle parole
Davide Di Candia

 

IL SUONO ANTICO DELLE PAROLE

A Stefania,
la mia donna-angelo.


«In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.»
GIOVANNI I,1


Quando finalmente smise di piovere, le nuvole si diradarono a scoprire il cielo stellato. Uscii allora sulla veranda e scoprii che l’aria odorava di erba bagnata e terra umida. Il respiro dei boschi attorno alla villa aveva sempre suscitato in me uno stupore inspiegabile, la coscienza di un vuoto che finalmente si colmava. Inspirai profondamente e cercai di trattenere dentro di me quella dolce sensazione di completezza, ma essa scivolò via come neve da un pendio roccioso.
Rimasi ad osservare per un poco le stelle e le veloci scie delle navi che solcavano l’atmosfera, dirette verso lo spazio esterno. Ramina, il gigante gassoso del Sistema Albedo, occupava tutto il cielo di Amaltea, ma non lo si riusciva a distinguere: solo il bulbo luminescente della stazione orbitante che estraeva elio dalla sua atmosfera ribollente occhieggiava di febbrile frenesia.
La fredda brezza della notte amalteana costrinse il mio esoderma a irrigidirsi, così decisi di tornare dentro, vicino al camino acceso, per continuare il libro che avevo abbandonato.
Ripresi a leggere.
Un tempo, quel gesto mi avrebbe riempito di orgoglio e vanità, ma adesso era diventato naturale e ordinario, normale. Troppo tempo era trascorso da quando, alle feste e ai banchetti cui la fama mi permetteva di partecipare come ospite d’onore, dovevano pregarmi a lungo prima che accettassi di recitare un’ode di Alceo o un canto del Paradiso perduto. Finivano sempre per convincermi, con i loro sorrisi allegri e colmi di aspettative. Mi spingevano al centro dei vastissimi saloni decorati con i marmi più pregiati della galassia, screziati dal tremulo bagliore di fiaccole cangianti e immersi in deliziose combinazioni di profumi esotici e alieni. La sala si zittiva d’improvviso e il brusio mentale cessava come per incanto. Tutti attendevano la lettura.
E allora recitavo.
Mi immaginavo un aedo, un cantore errante. Ero l’unico individuo nell’intera Armonia a saper leggere le lingue dell’antica Umanità, quando essa era soltanto una specie e viveva su un unico Mondo, isolata dalle altre Razze, il solo a poter dischiudere con il suono antico della mia voce il passato dei poeti Umani.
Ero l’ultima voce dell’Armonia.
La capacità di interpretare i simboli oscuri che gli Uomini primitivi avevano tracciato con tanta cura su carta e pergamena o che avevano faticosamente inciso nella pietra non aveva alcun valore estetico se non si era anche capaci di estrarne il vero senso, il vero suono.
E le mie corde vocali genemodificate erano le uniche ancora capaci di tradurre le antiche scritture in onde sonore, vive e reali.
Solitamente, il padrone di casa mi porgeva un vecchio libro dell’Antica Terra, un prezioso cimelio che faceva parte della propria collezione di famiglia, protetto dagli anni, in mia attesa; mi chiedeva di recitarne qualche passo, qualche brano, ascoltare per una volta la voce dell’Uomo.
Così leggevo, per la gioia dei miei mecenati e la meraviglia dei loro invitati.
Molti non riuscivano a credere che millenni prima dell’Armonia, l’Uomo comunicasse con i suoi simili attraverso i suoni prodotti dalla vibrazione di quelle sottilissime lamine muscolari situate nella laringe e che io sfoggiavo con somma fierezza.
L’uso genera l’organo, spiegavo. Quando l’Umanità ha scoperto l’empatia, le corde vocali si sono ridotte ad insignificanti organi vestigiali, atrofizzati e inutilizzabili. Posavo poi una mano sul libro che stavo per leggere e aggiungevo: Qui l’Uomo, quando la sua vita durava meno di un secolo, conservava il suo sapere, i suoi sogni, le sue paure. Oggi, abbiamo le neurodetiche per ogni nostra esigenza e abbiamo dimenticato tali rudimenti meccanici, troppo rozzi e imprecisi, troppo fragili, eppure così seducenti.
Alcuni mi davano dell’imbroglione e ridevano di me, ma poi, non appena le prime sillabe erompevano dalla mia gola, il mio uditorio rimaneva in solenne contemplazione, incantato dalla varietà inimmaginabile di inflessioni di cui era capace la mia voce allenata e dalla curiosa pronuncia delle lingue morte: l’intimità sospirata del klinghiano, la melodia simmetrica del latino, l’arroganza del tedesco.
Ma ciò che più colpiva e insieme atterriva era la potenza recondita, dimenticata di quelle parole, il significato profondo di quei suoni resuscitati dal passato, che assegnavano una dimensione precisa e spaventosa all’abisso temporale che ci separava da loro.
Puntualmente, alla fine della mia esibizione, con gli occhi gonfi di lacrime, il mio padrone zittiva lo scrosciare degli applausi empatici dei convitati e ci teneva a donarmi il prezioso libro con cui avevo allietato la serata. Io chinavo la testa: sarebbe stato un onore per me custodire quel dono prezioso nella mia biblioteca.
E aggiungevo tutti quei doni, milioni di tessere variopinte del mosaico dell’Uomo, lì, nel cuore della mia villa, chiusi in teche di cristallo sigillate, con temperatura, umidità e pressione rigidamente controllate.
Poi, come sempre accade, anche io persi importanza, venni presto dimenticato. E solo quei libri rimanevano a testimoniare l’esistenza della mia vita precedente.
Lessi ancora qualche frase del volume che avevo tra le mani.
Le vicende semiserie del cavaliere errante don Chisciotte riuscivano sempre a divertirmi, nonostante le avessi rilette centinaia di volte. Adoravo il brano in cui lo strambo personaggio lottava con i mulini a vento, scambiandoli per giganti: aveva un che di epico e di tragico insieme, qualcosa di incredibilmente attuale.
Ciò che più mi piaceva era, però, assaporare l’eco di ogni verbo perdersi nel soffitto a volta del mio salone, esercitandomi con le pause e i respiri. Per il mio esclusivo diletto.
La villa mi interruppe per avvisarmi che avevo un ospite.
Stava atterrando proprio in quel momento, con una piccola nave color oro. Le neurodetiche mi mostrarono l’enorme vela solare variopinta richiudersi come un fiore alla sera e la tipica forma a pera del vascello posarsi delicatamente nel mio giardino di edera blu.
A malincuore, misi da parte il libro e raggiunsi l’atrio.
Riconobbi immediatamente Mire dalla figura sinuosa e dall’incedere sicuro e provocante.
Era una donna-angelo di rara bellezza. Il suo esoderma era del pallore tipico della sua specie adattatasi alla vita nel vuoto: nonostante l’aria fresca, indossava soltanto un sottilissimo vestito di carta di seta verde scuro, che lasciava intravedere il seno piccolo e le natiche rotonde, ma che copriva le braccia fino ai polsi. Le sottili ali citofilamentose erano ripiegate a formare un lungo strascico che la seguiva fedelmente per diversi metri, i lunghi capelli color rame vibravano incessantemente ad ogni passo, cambiando la propria configurazione a seconda delle variazioni cinetiche rilevate dai sensori impiantati sulle punte.
Erano come flessuosi serpenti di fuoco, e lei pareva una splendida Gorgone.
Buonasera, mia dama, dissi procedendo con l’inchino rituale, senza sforzarmi di nascondere la sorpresa nel mio fluire mentale. Non l’aspettavo prima di un mese.
Mire si inchinò e vidi un guizzo divertito nei suoi occhi completamente bianchi, ciechi dalla nascita. Lo sa che adoro essere inaspettata. O forse sono stata anche importuna?
Sentire il suo fluire empatico nel mio ipotalamo mi diede la stessa sensazione che avevo avvertito poco prima, sulla veranda. Quel senso di completezza, di appagante… felicità? O forse la sensazione di aver ritrovato qualcosa che mancava da tanto, troppo tempo?
No di certo, mia dama, non attendevo altro che rivederla, trasmisi, cercando di confondere la mia bugia in divertita sorpresa.
Era impossibile che riuscissi ad ingannare Mire.
I suoi onirismi, noti in tutta la galassia, l’avevano resa la sensista più famosa dell’Armonia: il suo fluire era capace di generare sensioni nell’intero spettro dei sentimenti umani e alieni. Per lei, scovare una piccola bugia nel gorgoglio del mio pensiero era un gioco da ragazzi.
Forse, però, quella volta riuscii ad imbrogliarla, o forse me lo fece credere lei.
Ad ogni modo, mi s’accostò e mi abbracciò, come di consueto. La tenni stretta un po’ troppo a lungo e i suoi capelli di fuoco serpeggiarono nell’aria atterriti da quel contatto ravvicinato e, impauriti, provarono ad afferrarmi.
Sei forse venuta per uccidermi con l’inganno?, chiesi allegramente.
Lei sorrise raggiante, investendomi con una gioiosa cascata di empatia che scosse anche il mio esoderma. Era la sua risata.
La osservai meglio e mi accorsi che era cambiata.
Il suo corpo era perfetto, bellissimo e immortale come lo ricordavo; ma il tempo l’aveva segnata proprio nel fluire dei suoi pensieri. Non c’erano più quei colori pastello e innocenti che mi avevano fatto innamorare perdutamente secoli prima, quando per la prima volta l’avevo sentita esibirsi alla Festa dell’Ommome. E neppure risuonavano quelle armoniche erotiche, roventi e conturbanti che avevano scandalizzato mezza Armonia.
Quello che percepivo dinanzi a me era un fluire più pacato, meditato. Rassegnato?
C’era qualcosa di diverso in lei… Ma cosa?
Mi affrettai a scacciare quei pensieri dalla mente. Si diceva che i sensisti più esperti fossero in grado di leggere anche i pensieri non palesati; si trattava solo di una leggenda, ma non potevo correre rischi. Mi costrinsi a pensare ad altro.
Quanti anni erano passati dall’ultima volta che l’avevo vista?
Era stato quando avevamo inciso l’onirismo del Quinto Carme del poeta ultrarabico Yoshi Zalahad. Duecento anni prima? Forse qualche decennio in più.
Eppure il ricordo che serbavo più vivido era molto più antico…
Cinquecento anni prima, io e Mire avevamo atteso l’alba su Calliope, una piccola luna su cui la notte durava un anno intero. L’avevamo attesa stretti l’uno all’altra e avevamo guardato il sole sciogliere calde lacrime scarlatte sulle colline brunite e sul cielo limpido, mentre gli uccelli notturni, terrorizzati, intonavano un canto struggente per richiamare il buio.
Poi, avevamo fatto l’amore. L’avevamo aspettato più dell’alba, e lei aveva esercitato tutto il suo potere empatico, per poter provare il limite estremo dell’Estasi, l’unione assoluta di due menti, il sensismo più pieno di cui erano capaci i sensisti.
Ma non poteva durare: il nostro era amore, e inevitabilmente avrebbe finito per distruggere la nostra arte. A quel tempo, nessuno di noi due poteva permetterselo.
Quando avevo deciso di ritirarmi su Amaltea, aveva provato a chiederle di lasciare tutto e venire con me. Ma lei aveva rifiutato.
La feci accomodare in casa e ordinai immediatamente alla villa di preparare un the al ciclamino, forse era ancora il suo preferito.
Mire corse in piscina.
Adorava nuotare, soprattutto dopo un lungo viaggio nello spazio.
Quella sera l’acqua era dolce, con minuscoli pesciolini rossi e azzurri che saettavano sotto la superficie ed enormi orchidee fluviali e ninfee profumate che navigavano lentamente da un bordo all’altro della vasca.
Mire si spogliò con un gesto e mi parve che il vestito le fosse scivolato di dosso con la stessa semplicità con cui avrebbe potuto scatenare un incontenibile orgasmo al suo pubblico, durante uno dei suoi famosi onirismi. L’esoderma d’alabastro scintillò come una corazza di latte, alla luminescenza delle piccole lucciole che volteggiavano impazzite tra i cespugli di mirto.
Il Tirso di Dioniso, il piccolo tatuaggio argentato che aveva proprio sopra il pube, simbolo dei sensisti, emanava un alone iridescente, come un fuoco fatuo.
Mire mi lanciò solo un brevissimo messaggio, un invito a seguirla, e si tuffò tra le orchidee.
La vidi nuotare a lungo e il suo fluire mi cercava sulla riva, mi chiamava come il canto di una sirena. Infine, sparì sott’acqua per giocare con i pesci e riemerse solo dopo mezz’ora.
Sulla riva, le porsi un accappatoio che la villa aveva confezionato per lei. La vidi asciugarsi, ancora nuda, imperlata di gocce di acqua dolce. I suoi capezzoli, lì dove non aveva esoderma protettivo, erano turgidi per il freddo.
Andiamo vicino al fuoco, le proposi.
Non sembrava che ci fosse rimasta male per il mio rifiuto. Era solo una nuotata, forse anche un po’ di sesso. Nient’altro.
Eppure a me non andava.
Non che non mi piacesse, anzi, lei era l’amante migliore che avessi provato. Ma dopo ciò che era accaduto su Calliope, quel contatto così intenso e pieno aveva cancellato in me ogni interesse per il sesso normale, ripetitivo e meccanico.
Dopo l’Estasi, non potevo più tornare indietro.
Le porsi la tazzina con il the al ciclamino e lei l’accettò con un leggero inchino della testa e un fresco bacio sulla guancia. Di solito Mire baciava con l’empatia, era rarissimo che utilizzasse le labbra, perciò non riuscii a nascondere il mio stupore dinanzi a quel gesto insolito eppure così naturale.
Lei allungò una mano sottile e cercò la mia, la strinse morbidamente.
Guidami tu.
Sorseggiando la bevanda calda, l’accompagnai tra i corridoi della villa, fino al grande salone, in mezzo alla mia biblioteca.
«Arcadia mea.» dissi, pronunciando lentamente le parole latine, dando il tempo alle sue neurodetiche di tradurre la frase e di creare nella sua mente le connessioni giuste per esplorare il profondo oceano nascosto in quei pochi fonemi.
Chi l’ha detto, trasmisi con un po’ di soddisfazione, che evoluzione significa sempre guadagnare?
Mire capì a cosa mi riferissi e sorrise benevola.
Ci sedemmo sul grande divano, al centro della volta, l’uno accanto all’altra, con solo le tazzine di porcellana ormai vuote a separarci. Si era tolta l’accappatoio bagnato e copriva la propria nudità con le sue ali, avvolte attorno al corpo come un sottile velo trasparente.
Come mai sei venuta così presto?, mi arrischiai a chiederle, cercando di distogliere il mio sguardo dalla sua pelle nuda. La traduzione urquai non è ancora completa. Ci sono ancora troppe lacune interpretative. Voglio effettuare ancora qualche confronto incrociato, ma ho bisogno di tempo.
La vera difficoltà di tradurre le lingue pre-empatia consisteva precisamente nella complessa interpretazione del singolo lemma. Era nella scelta di quella parola, e non di un’altra, che si celava il mistero e la sorprendente ricchezza del linguaggio. Ogni frase era un tesoro di rimandi, di citazioni, di rinvii a qualcosa di più grande e di collettivo.
Una Cultura.
E ogni Cultura aveva basi e strutture differenti, archetipi e visioni diversissime che la rendevano unica. Sulla Terra Antica e sugli altri Mondi, erano fiorite milioni di Culture; alcune si erano smarrite nell’incessante corso del tempo, altre avevano spesso lasciato qualcosa, tracce, lettere, grafemi o altri segni convenzionali in cui avevano raccolto il proprio essere.
La rigogliosa differenza culturale dei linguaggi era cessata con l’avvento dell’empatia, forma concettuale e diretta di comunicazione tra senzienti, che aveva eliminato l’orrore della guerra e ci aveva ricongiunti alle altre intelligenze della galassia.
Ma a che prezzo?
Scoprirlo era il nostro lavoro, mio e di Mire. Io, con la mia esperienza con le lingue scritte e parlate, e lei, con la superiorità assoluta della sua empatia, ci incontravamo ogni cento anni circa e traducevamo i piccoli relitti del passato, poesie miti o romanzi, trasformandoli in onirismi.
Riportandoli alla vita.
Come l’opera della Cultura Urquai di cui mi stavo occupando e che sarebbe stato il nostro prossimo lavoro. È una storia d’amore, trasmisi. Un poema ciclico con ripetizioni casuali. Molto delicato, nonostante sia rimasto incompiuto.
Nel proprio genoma, quelle straordinarie creature alate semicoscienti avevano sviluppato una composizione di rara dolcezza, i cui versi erano costituiti dalle sequenze nucleotidiche del loro DNA. Era una biopoesia collettiva a cui ogni individuo aveva collaborato con la propria esistenza e che era cessata con l’arrivo dell’empatia.
Avevo deciso di intitolarla Vitaria.
Mire mi fissò a lungo, con i suoi occhi simili a perle, e ancora una volta percepii quella differenza profonda dalla donna-angelo che ricordavo.
D’improvviso emise un’onda empatica e fui aggredito improvvisamente da una sensazione di piacere. Si infranse su di me come su uno scoglio, gettando scompiglio tra i flutti dei miei sensi. E scomparve, lasciandomi solo e nudo, con un nodo che si stringeva lentamente nel mio petto.
Era una sensione colma di tristezza: voleva farmi sentire quello che aveva dentro.
Stretto in quella morsa dolorosa, annaspai in cerca di ossigeno, e il nodo si sciolse immediatamente. Il fluire incontrollato di Mire poteva scatenare una forza tale da uccidere la mente di chi la circondava.
Il tempo scorre, trasmise Mire. Il tempo cambia. Quando l’Umanità era solo l’Uomo, il tempo correva solo più veloce. Ma non si è mai fermato.
Ricordavo quelle parole. Le avevo pronunciate io stesso, quando le avevo chiesto di seguirmi nel periferico Sistema Albedo.
Attesi in silenzio che continuasse.
Accade anche a me, adesso. Sono rimasta sola, e tutte queste cose, le traduzioni, non hanno più senso. A nessuno interessano più i miei onirismi. Dicono che non sono più di moda, c’era tristezza in quel fluire, tristezza e profonda commozione.
Il mio futuro, dicono, è quello di fare la puttana! Di usare l’Estasi con i miei clienti, venderla al miglior offerente!
Il suo sdegno e il suo disprezzo mi avvolsero come una tempesta di vetro, graffiando la corazza che stavolta fui abbastanza veloce da sollevare. Dopo quello sfogo, si calmò immediatamente ed io la strinsi in uno scialle di dolcezza e comprensione, aggiungendo una goccia di tristezza quando vidi due piccole lacrime trasparenti scorrere giù dagli occhi ciechi.
Le strinsi la mano e trasmisi: Mia dama, è nella natura delle cose che il tempo scorra.
Lei sollevò fiera la testa e vidi che non piangeva più.
Solo quelle due piccole lacrime.
Quando girovagavo per i Mondi dell’Armonia, credevo davvero che sarei rimasto per sempre l’unico poeta dell’universo. L’ultimo poeta.
Feci una pausa densa di rassegnazione.
Ma le cose sono andate diversamente. Adesso, anche altri si sono impiantati corde vocali genemodificate e hanno imparato a leggere a voce. Anche meglio di me. Addirittura, ho sentito che su Cocona c’è coro di B’tar che interpreta i Canti Gregoriani della Vecchia Terra!
Sorrisi tristemente e lei ricambiò, perché capiva che il dolore in fondo alla mia anima era sincero.
Non sono più l’unico, ma solo uno fra tanti. Alla fine la mia fama mi ha condotto qui, su questo piccolo pianeta, ai confini della galassia.
È un bel posto
, trasmise lei con delicatezza.
Mandai un cenno d’assenso.
Tutto finisce, aggiunsi. È a questo che non riusciamo a rassegnarci, mia dama. Siamo immortali, la nostra vita si muove ai tempi immensi del cosmo, viviamo tra le stelle come gli dèi, ma rimaniamo i piccoli Uomini di sempre. Minuscoli, dinanzi all’eternità dell’universo.
Sapevo di non essere convincente.
Ma come potevo? Come si può insegnare ad un Uomo – perché questo era Mire, nonostante le sue ali citofilamentose, le neurodetiche e la sua vita lunga un milione di anni – ad accettare la propria finitezza, quando egli, per sua natura, è portato a trascendere se stesso?
Io stesso avevo impiegato secoli per capire e accettare la natura umana. I poeti e i filosofi della Vecchia Terra l’avevano chiusa nei vecchi libri, i romanzieri l’avevano raccontata nelle loro storie. Ma le cose, a distanza di milioni di anni, non erano cambiate: l’Armonia ci aveva dato soltanto l’illusione che il nostro essere potesse mutare.
Forse Mire sbirciò tra i miei pensieri, perché chiese: Come fai a sopportarlo?
«Abbiamo tutti bisogno di qualcosa che ci renda unici.»
Lei sollevò lo sguardo sul soffitto a volta del salone. Le parole volteggiarono nell’aria e poi si spensero bruscamente.
Tornò a guardarmi e chiese: Cosa ci rende unici?
Io scrollai le spalle, lentamente.
L’amore, avrei voluto dire. Ma invece pronunciai: «La poesia.»
I suoi occhi, anche se ciechi, brillarono di sorpresa eppure qualcosa si spense dentro di sé.
Mi alzai dal divano, frastornato.
Ho finito di tradurre il carme dirailne, trasmisi. Ricordi? Te ne avevo letto una parte e mi avevi detto che ti era piaciuto tanto. Volevi farne un onirismo, solo per noi.
Diedi un ordine alla villa e questa aprì una fessura in una parete. Ne trassi una scatoletta nera squadrata, circondata da sottili filamenti pulsanti color sangue. Era difficile crederci, ma si trattava di un libro. I Dirailne scrivevano poesie di una bellezza stupefacente quanto sconvolgente. Avevo impiegato più di duemila anni per tradurne pochi versi, dato che la scrittura era costituita da alterazioni quantiche degli elettroni chiusi nell’ipercubo di spettrocarbonio: ma le descrizioni dell’universo esadimensionale da cui provenivano valevano lo sforzo.
È perfetto per un onirismo, assicurai.
Lei annuì, ma aggiunse: Dopo. Leggimi qualcosa.
Voleva sentire la mia voce.
Dovevo cercare qualcosa che sapessi leggere a voce. Una poesia aliena, una delle sue preferite. Scartai i grandi blocchi fecali dei Fila Lumn, troppo osceni e scurrili, sebbene terribilmente satirici. Cos’altro c’era? Forse i pintapodi della razza guerriera dei Kammuti del pianeta Magellano?
Leggimi qualcosa dell’Uomo, trasmise lei, avvertendo la mia indecisione. Ne siamo circondati e sono il tuo tesoro. Lo leggo dentro di te.
Sorrise divertita ed io le inviai l’equivalente empatico di una carezza.
Mi guardai attorno, osservando la vastissima biblioteca che mi aveva tenuto compagnia in tutti quegli anni di solitudine. Milioni di volumi, milioni di racconti, poesie, storie, suggestioni, milioni di vite chiuse in pagine usurate e fragili, come le vite degli Uomini che le avevano scritte e lette.
La mia mano si mosse da sola e afferrò una di quelle reliquie.
Consunto dalla lettura, ma ancora ben leggibile. Come spiegai a Mire, mi era stato regalato da un ricco mercante poiwa, dopo che ebbi allietato il fastosissimo matrimonio alchemico delle sue duecentodieci figlie.
Di cosa parla?, chiese lei, incuriosita, e quel fluire frizzante mi solleticò la mente.
Come tutte le grandi opere dell’Uomo, racconta di un viaggio. Feci una pausa, cercando con le dita la pagina giusta. Un viaggio particolare, fantastico, in un mondo immaginario denso di significati mistici e religiosi dell’epoca in cui fu scritto. Il viaggiatore, il poeta, vuole raggiungere la donna che ama, ma alla fine del viaggio, come spesso accade, vi trova molto di più.
Cosa?
, chiese lei.
«Dio.» dissi.
La vidi subito annuire: le sue neurodetiche avevano trovato rapidamente le connessioni giuste per quella parola dimenticata. Potevo iniziare.
Interruppi il mio fluire empatico e feci scorrere l’aria nei miei polmoni.
Lessi:

«E io ch’al fine di tutt’i disii
appropinquava, sì com’io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.»

Non ricordo se terminai la lettura dell’intero canto, oppure interruppi la recitazione. La mia memoria cosciente si sgretola alla pronuncia di quegli unici tre versi: il resto fu pura empatia.
Mire invase la mia mente.
Prima con lente mareggiate di sensioni, poi sempre più rapide cascate di alterazioni sensoriali. Attraverso la sua arte era in grado di combinare la melodia di quella lingua primitiva e il possente e ancestrale significato della poesia stessa.
Trascinata dalla visione mistica del poeta, stava sviluppando un onirismo, ed io ero il fulcro di quella creazione.
Ombre e figure luminose irruppero nel mio fluire, sconvolgendo completamente le mie percezioni: vedevo il salone sotto i miei piedi sciogliersi in lampi colorati che distruggevano la solida materia del reale. La sentivo respirare profondamente accanto a me e urlare nella mia testa.
L’Estasi!
Di nuovo. Eppure… diversa…
Tutto cambia, trasmise Mire, divertita. E il suo fluire lambì la mia anima come una lunga lingua di fuoco. Niente è mai lo stesso.
Improvvisamente la sentii sopra di me, mi spogliava con voracità, mi porgeva i suoi seni sensibilissimi, dolorosi, e implorava che la baciassi. Ma il contatto fisico era solo una componente, la più piccola.
Lei andava plasmando il mio piacere con il suo fluire esperto e carico di eccitazione, e attraverso il contatto delle nostre empatie beveva avidamente dell’intensa pienezza che lei stessa mi procurava.
Come un meraviglioso serpente che si morde la coda.
Cantavo con la mia voce e dentro le nostre menti, narravo l’incontro del poeta con il suo Dio e quella scena impossibile a descriversi prendeva vita davanti a me, nella superba immaginazione onirica di Mire, che era insieme la mia.
E rispondendo all’urgente necessità, simile al gioco di forze che sottende le leggi dell’universo, mi unii a lei che già era scossa da spasmi di piacere incontrollato.
Sperai che durasse per sempre.
Ma mentre quel pensiero si formava lentamente nella mia mente, l’Estasi ebbe fine e Mire, stremata, si stese accanto a me. Del suo immenso potere non restava che un leggero sussurro.
La mattina dopo, quando la luce azzurrina di Albedo inondò il mio letto, se n’era andata da un pezzo.
Durante la notte, si era alzata e, in punta di piedi, era scivolata via dalla camera. Aveva eretto attorno alla mia mente un muro impenetrabile ai messaggi empatici della villa. Aveva fatto di tutto per non destarmi.
Non si era accorta però che ero sveglio e avevo seguito ogni suo minimo sussurro, ogni piccolo movimento del suo corpo. Erano secoli che l’insonnia accompagnava le mie notti, secoli che non riuscivo a dormire…
L’avevo sentita camminare verso la porta. Per un attimo, si era bloccata, poggiando le mani sullo stipite. Dovetti concentrarmi per evitare che il cuore accelerasse i suoi colpi per l’emozione, svelando il mio inganno.
Forse sarebbe rimasta…
Ma il suo fluire aveva soltanto pizzicato per un attimo il mio esoderma, solo una debolissima scossa elettrica, e poi era fuggita.
Mi ero alzato nel buio e avevo guardato fuori dalla finestra.
Pioveva e lei correva nuda tra l’edera e i cespugli, usando le fragili ali citofilamentose per proteggersi dalle raffiche di vento e ghiaccio. Era scomparsa, inghiottita dall’ombra dorata della sua nave, senza indecisioni. Poco dopo, il piccolo vascello aveva ripreso la via delle stelle.
Ancora una volta.
Tornai a letto e quando giunse, l’alba non mi trovò sorpreso, ma solo impreparato.
Ordinai alle neurodetiche di chiamare le immagini del Sistema Albedo e immediatamente la sfera screziata di Amaltea apparve davanti ai miei occhi.
Quanti secoli erano passati dall’ultima volta che avevo guardato il mio piccolo pianeta dallo spazio esterno? Come sempre, era nascosto dietro l’orbita di Ramina, il gigante gassoso che lo proteggeva dalle radiazioni mortali di Albedo, ma che ne rifletteva la tenue luce azzurrina sufficiente a permettere la vita. I genieri planetari avevano calcolato con precisione le masse e le distanze per creare quell’immenso meccanismo perfetto che sarebbe durato per sempre.
Ma io per quanto tempo ancora sarei rimasto lì?
Cercai tra le mille luci del Sistema. I battelli stellari scivolavano sospinti dai silenziosi motori gravitonici e i cargo-rifornitori di elio sciamavano attorno alla stazione orbitante di Ramina, come api impazzite; i lunghi vascelli ad antimateria dell’Armonia solcavano con sicurezza lo spazio extraplanetario, diretti verso i ricchi pianeti esterni o forse verso altri Sistemi Stellari.
La vela solare di Mire, però, non c’era.
Cancellai l’immagine e rimasi a guardare il cielo oltre la finestra. Il cobalto che tingeva ogni cosa non dava molto calore, non riusciva a riscaldare il mio corpo.
Era solo un riflesso…
Feci oscurare le finestre andai in piscina.
La villa aveva scelto una nuova combinazione: lunghi steli di pampini e papiri verdi e marrone circondavano la vasca colma di acqua argentata, ondeggiando lievemente al vento artificiale. I viticci della vite amalteana si erpicavano dal fondale melmoso e porgevano generosamente gli enormi acini scuri e maturi.
Ne staccai uno e lo inghiottii senza sentirne il sapore.
Vidi il vestito verde di Mire.
Era gettato ai margini della vasca, sommerso dagli steli dei papiri che erano cresciuti durante la notte. Lo raccolsi e feci scorrere le dita sulla morbida carta di seta. Se l’era tolto prima di tuffarsi e non l’aveva più indossato.
Lo annusai, ma non emanava alcun odore particolare. Il profumo e il calore del suo esoderma erano svaniti.
Rimasi scosso quando mi accorsi di non riuscire neppure a ricordarli.
Quante diverse sensazioni può contenere la memoria di un immortale? Chi sceglie quali ricordi conservare per l’eternità e quali gettare nell’oblio?
Era dunque questo che spingeva l’Uomo a scrivere, a conservare per sempre le proprie idee, i propri sentimenti sulla carta o nella roccia o…
«Plop!»
Sobbalzai a quel rumore improvviso.
Un baccello spinoso dell’enorme mangrovia che riparava la piscina dalle intemperie era caduto nell’acqua e subito alcuni serpenti marini cercarono di afferrarlo e ingoiarlo, attratti dal movimento.
Con estrema delicatezza posai il vestito di Mire su una roccia, glielo avrei ridato la prossima volta.
Mi tuffai nella piscina.
L’acqua era gelida, ma i termoregolatori dell’esoderma non si attivarono: il freddo colpì i miei organi con una violenza tale da togliermi il fiato, i pori del mio corpo non si chiusero in tempo e rischiai di affogare. Accortasi del pericolo, la villa prosciugò immediatamente la vasca, lasciandomi steso nel fango, accanto ai serpenti e ai pesci che si agitavano e urlavano, implorando di poter sopravvivere. La vegetazione, indifferente, continuava il suo ritmica dondolio.
Io ero da un’altra parte.
I vortici di acqua, le bolle e le spirali che si erano creati attorno a me mentre mi immergevo avevano aperto una porta nella mia mente. E io vi stavo precipitando rapidamente.
Fino a quando non percepii Mire.
Era lì, davanti a me.
Sopra di me.
Stavamo di nuovo facendo l’amore. E mentre mi accompagnava per mano ai confini immaginari dell’Estasi, mi sussurrava qualcosa nella mente…
Non riesco a sopportarlo. Ho deciso di morire.
Ripresi conoscenza urlando, mi sollevai e vomitai acqua e fango.
Le neurodetiche mi illuminarono: la sera prima, Mire aveva inciso un onirismo direttamente nella mia mente, un messaggio empatico nascosto da un blocco nella mia memoria inconscia. Bastava un odore o un suono o un’immagine particolare per risvegliarlo… Il turbinio dell’acqua.
«Villa!» gridai, sebbene non ce ne fosse bisogno. Leggendomi nel pensiero, le neurodetiche avevano ricreato di nuovo sotto i miei occhi il Sistema di Albedo. Di nuovo vidi Amaltea nella sua lenta rivoluzione all’ombra di Ramina.
Non poteva essere lontana.
Variai immediatamente l’inclinazione della visuale e moltiplicai i miei punti di vista; modificai le immagini, escludendo le distorsioni dovute alle interferenze elettromagnetiche ed eliminai le fonti luminose che non potevano corrispondere allo spettro di una vela solare degli uomini-angelo. Le corrispondenze erano troppe, così cercai di ipotizzare la rotta di Mire sulla base delle correnti solari.
Fu tutto inutile.
Dove sei?
Doveva essere ancora nel Sistema. A meno che non si fosse imbarcata su un vascello diretto nello spazio profondo.
Il turbine…
«Mire, no…» dissi.
Richiamai una visuale della Nube, sperando di sbagliarmi. Ad occhio nudo, era assolutamente invisibile, pareva una regione vuota dello spazio, priva addirittura di stelle. In verità, si trattava di un piccolo buco nero di classe K, che ruotava a milioni di chilometri da Ramina. Qualche millennio prima, era stato creato dal collasso della stella gemella di Albedo, per entrare all’interno del complesso meccanismo di forze planetarie che reggeva il Sistema.
Quando passai allo spettro gravitazionale, la vista fu scombinata da immensi vortici e mulinelli impazziti rappresentati da frecce, linee e campi di colore arancio, gorghi violenti e irresistibili che convergevano e attiravano materia verso l’orizzonte degli eventi.
La somiglianza con l’immagine-blocco che Mire aveva inserito nel suo onirismo mi lasciò senza fiato. Purtroppo, avevo indovinato.
Chiesi lo spettro empatico ad altissima definizione. Due soli segnali: la stazione-faro, che studiava la fisica impossibile del buco nero, era orientata verso Albedo, in orbita stabile a distanza di sicurezza dalla Nube; poco oltre, un piccolo puntino in movimento.
«Mire.»
La mia nave era pronta in giardino. Era la stessa con la quale ero giunto su Amaltea, ma ancora in ottimo stato.
Partii immediatamente e vidi l’edera blu ingiallirsi e bruciare sotto il fuoco dei retrorazzi.
Il vascello di Mire era una vela degli uomini-angelo. La gigantesca velatura variopinta, composta dello stesso materiali semiorganico delle loro ali citofilamentose, sfruttava le flare di elettroni e protoni e i flussi magnetici che eruttavano dalle stelle, come un tempo le imbarcazioni dell’Antica Terra utilizzavano il vento. Ad eccezione dei retrorazzi necessari per le manovre atmosferiche, non aveva propulsori o motrici attive.
La mia nave invece montava celle antimateria: costose, inquinanti e terribilmente pericolose (tanto da essere vietate nei voli intersistema), ma avrebbero potuto fare la differenza in quel viaggio disperato contro il velocissimo vento di Albedo.
Dopo esser uscito dall’atmosfera di Amaltea, le attivai e la nave, utilizzando le coordinate del buco nero e la rotta presunta di Mire, calcolò automaticamente un vettore di ingaggio che mi avrebbe portato da lei, prima che arrivasse al punto di non ritorno. Tempo stimato: quaranta minuti.
Mi costrinsi a rimanere calmo.
Le neurodetiche agirono immediatamente, convogliando sensioni calmanti nella mia corteccia e accelerando il mio metabolismo neurale: il mio tempo soggettivo sarebbe trascorso molto più veloce di quello reale.
Così non percepii la forte spinta dovuta all’accelerazione, anche se l’esoderma si compresse normalmente per evitare che gli organi interni venissero schiacciati.
Mentre attendevo, ripensai al messaggio di Mire, inserito come un ricordo inconscio dentro di me.
Non è stata colpa tua, diceva Mire. Non potevi farci niente. Non sentirti in colpa.
Ma come potevo non sentirmi in colpa? Come potevo credere che se invece avessi fatto qualcosa, se le avessi detto la cosa giusta, se l’avessi fermata quando stava per fuggire, lei si sarebbe salvata?
Sono venuta da te perché era giusto così. Era quello che volevo. Provare ancora una volta l’Estasi con te. Tu sei l’unico con il quale io l’abbia mai fatto.
Era a questo punto dell’onirismo che lei aveva inserito il blocco: quando, un giorno avrei visto le volute fameliche della Nube, il velo sarebbe caduto e la terribile verità mi si sarebbe finalmente rivelata.
Quando ormai sarebbe stato troppo tardi per cambiare le cose.
Fortunatamente, la mia mente aveva sbagliato e il blocco era caduto dinanzi alle spirali di acqua generate dal mio tuffo in piscina. Adesso che sapevo, dovevo fare di tutto per fermarla.
Perché, concludeva Mire nella mia testa, anche se mai ho avuto il coraggio di dirlo, io ti amo.
Dopo trentacinque minuti reali (qualche minuto soggettivo per me), l’accelerazione neurale terminò, ripristinando le percezioni. L’improvvisa spinta dell’accelerazione mi colpì duramente, facendomi boccheggiare.
Quando riuscii a riaprire gli occhi, c’era un puntino luminoso al centro della cabina. Era tutto quello che la nave poteva vedere dell’immensa vela solare di Mire.
Provai a chiamarla con l’empatia.
Cosa credete di fare?, mi rispose un fluire che non avevo mai percepito prima.
Mire?, domandai.
Qui è la stazione-faro della Nube. Il vostro vettore di volo è diretto verso la zona di non ritorno, invertite immediatamente la rotta o finirete nell’orizzonte degli eventi.
Decisi di non rispondere.
Ripeto, invertite immediatamente la rotta o finirete nell’orizzonte degli eventi della Nube! Rispondete, per favore. Invertite la rotta!
Guardai la vela solare davanti a me, sempre più vicina. Anche lei doveva essere bersagliata dallo stesso messaggio, ma non aveva modificato la rotta. Nessun ripensamento.
Provai di nuovo a contattarla.
Mire, ti prego, rispondimi! Sono qui, sono dietro di te.
Niente.
La nave ricontrollò i calcoli, aggiornandoli con i nuovi dati che aveva a disposizione, e provò delle simulazioni. Solo una volta su dodici riuscivo a raggiungere Mire prima che la sua vela si tuffasse nella Nube.
«Maledizione!», dissi. A voce, le imprecazioni avevano più senso.
Portai le celle a livello critico. Virtualmente, la potenza dei motori antimateria era infinita; il vero problema era: quanto potevano resistere prima che la loro materia si annichilasse con l’antimateria che contenevano?
Numerosi allarmi e messaggi di pericolo risuonarono nella mia testa, ma li scacciai infastidito. Considerai solo quello che mi trasmettevano le neurodetiche: a quella velocità avrei raggiunto sicuramente Mire, ma non avrei avuto spazio e tempo necessari a rallentare e fermare la nave prima di finire nell’orizzonte degli eventi della Nube.
Mire, fermati!, trasmisi concentrando tutta la mia empatia in quell’unico messaggio.
Oramai il vascello dorato era visibile ad occhio nudo.
Poco oltre, c’erano anche le luci rosse lampeggianti che segnalavano l’inizio della zona di non ritorno, lì dove l’attrazione gravitazionale del buco nero non lasciava scampo. Erano terribilmente vicine.
Ancora qualche centinaio di chilometri…
Vattene via!
Mire! Mi sentiva, dovevo convincerla a fermarsi.
Ti seguirò ovunque tu vada!, dissi come un romantico guerriero.
Via!, rispose lei con violenza, facendomi vacillare. Anche a quella distanza il suo fluire era molto potente.
Non puoi fermarmi. Ti amo, Mire!
Non...
, la sentii trasmettere, poi cadde l’oscurità.
Nell’abitacolo le luci si spensero e quasi nello stesso tempo un feroce crampo aggredì il mio cervello facendomi urlare di dolore, non svenni solo perché le neurodetiche mi tennero in sospensione per spiegarmi che la stazione-faro aveva inviato un impulso elettromagnetico che aveva interrotto il fluire empatico con Mire e aveva mandato fuori uso le celle antimateria. La nave adesso era senza controllo: inarrestabile, correvo lungo la traiettoria mortale vettore che mi avrebbe portato nel cuore della Nube.
Provai a chiedere aiuto empaticamente, ma l’emicrania spezzò il fluire sul nascere e, per impedirmi di soffrire troppo, le neurodetiche furono costrette a decelerare il mio metabolismo neurale. Mi avvisarono che rimanevano appena tre minuti, prima che l’attrazione gravitazionale della Nube divenisse così forte da sminuzzarmi in sottilissimi brandelli di realtà. La notizia buona era che, a causa della decelerazione metabolica, quell’attesa per me sarebbe durata qualche ora.
Sorrisi e chiesi cosa fosse successo alla nave di Mire. Dopo quella che per me fu mezz’ora, le neurodetiche risposero che era stata risucchiata dalla Nube e…
Svenni per il dolore.
Sognai un bagliore dorato.
Davanti a me c’era un essere alato e luminoso, imponente. Mi afferrava in tempo, prima che cadessi entro un’enorme e cavernosa bocca affamata. Mi trascinava via, lentamente. Mi stava salvando.
Io cercavo di parlargli, di ringraziarlo, di chiedergli chi fosse, ma la mia gola non emetteva alcun suono, forse perché ero nello spazio vuoto.
L’angelo mi guardava e vedevo che aveva gli occhi bianchi come le stelle, sorrideva e sentivo la sua voce dentro di me. Mentre planava con estrema grazia nella notte che ci circondava, diceva, senza muovere le labbra, che mi amava e che non mi avrebbe abbandonato mai più.
E allora mi accorgevo che quell’angelo era Mire.
La mia Mire, con le sue lunghissime ali trasparenti, mi aveva raggiunto sulla mia astronave diretta verso la morte, mi aveva afferrato e, lottando con tutte le sue forze, mi aveva strappato agli avidi artigli della Nube.
E adesso mi portava lontano, al sicuro. Con sé.
Provavo a muovermi e lei riprendeva a parlare dentro di me, mi calmava e mi diceva che i soccorsi stavano arrivando, che sarebbe andato tutto bene e che non mi avrebbe lasciato andare, nemmeno per un secondo.
Sarebbe venuta con me su Amaltea!
Privi di controllo, i miei occhi lasciavano scorrere lacrime pesanti, che volteggiavano come piccoli globi ghiacciati davanti al suo viso e si spezzavano in miliardi di frammenti di cristallo.
E infine, cominciava a cantare.
Una canzone lenta e dolcissima, senza parole, fatta esclusivamente di suoni e musica che solo la mia anima poteva percepire. Rifluiva lenta, dentro di me, curando ogni ferita, raggiungendo ogni anfratto nascosto della mia anima.
Dopo secoli, tra le sue braccia, potei addormentarmi.

(fine)

Davide Di Candia

luglio 2006

 
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