Racconto
   



L'eterno vassallo
Roberto Furlani

 

L'eterno vassallo

Al di là della lastra di vetro opaco il cielo ed il mare erano due aree grigie quasi indistinguibili.
Gli occhi di Riccardo cercavano vanamente l’orizzonte ma erano troppo deboli per trovarlo, non ce l’avrebbero fatta nemmeno se la distesa d’acqua lì sotto fosse stata il mar Ligure dell’indimenticata Genova invece della Manica di quella Southampton fredda e nebbiosa in tutti i significati.
Il danno alla vista era solo uno dei segni indelebili che l’alcool bevuto senza parsimonia tra un vagabondaggio e l’altro gli aveva lasciato e verosimilmente non era nemmeno il peggiore, per quanto fosse sicuramente quello con cui era più difficile convivere.
Piuttosto erano sconfortanti le condizioni di quelle gambe immobili che lo costringevano su una sedia a rotelle e di cui con tutta probabilità aveva perso l’uso per sempre.
Da quello che ne sapeva in precedenza il bere ed il fumo (due presenze costanti nelle sue giornate solitarie senza meta, prive di un vero inizio e di una vera fine) erano capaci di dilaniare il fegato, di provocare infarti, di causare perfino certe forme tumorali, ma che potessero paralizzare un uomo e portarlo sull’orlo della cecità, Riccardo l’aveva scoperto sulla propria pelle.
Le lunghe sedute di fisioterapia erano dei martìri inutili, un perpetuo ripetersi di sofferenze atroci e mancati progressi, ma per quanto fosse dura lui cercava di consolarsi, di vedere il lato positivo della faccenda. Se un giorno fosse riuscito ad alzarsi in piedi, infatti, sarebbe stato dimesso dall’ospedale e rispedito in Italia da cui era fuggito clandestinamente cinque anni prima, per tornare a far parte di un popolo di diseredati senza alcuna speranza di riscatto, quindi forse era meglio così.
Peccato però che a quel popolo appartenessero anche Matteo ed Alessio, i suoi figli di dieci e sei anni cresciuti senza un padre, troppo impegnato a cercare di rigettare le basi della propria vita, di ricominciare da zero in un luogo lontano.
Non passava giorno in cui Riccardo non pensasse a loro, in cui non fosse attanagliato dal rimorso di non essere stato un buon genitore; l’unica giustificazione a cui cercava disperatamente di aggrapparsi era che ad ogni modo non avrebbe potuto fare un granché per i suoi bambini, perché dopotutto lui era solo un perdente.
E del resto in quale altra maniera poteva essere definito un uomo costretto a fuggire dalla disoccupazione della propria terra, che preferiva la debolezza istituzionale del lavoro nero degli immigrati più disperati, e a ricorrere ad una vita di espedienti, pullulante di aspettative ogni volta tradite?
Ma adesso le cose erano diverse, non era più uno sprovveduto perché si era disfatto una volta per tutte di quell’ingombrante zavorra costituita dall’ottimismo e dall’ingenuità con cui aveva attraversato la Manica quando l’impatto con la realtà aveva mandato in frantumi tutte le sue illusioni conducendolo nell’unica condizione possibile: la rassegnazione.
Una nave salpò nella nebbia, abbandonando lentamente il porto per attraversare lo stretto, allegoria di tormenti, tempo perduto e rimpianti inestricabili.
Riccardo la seguì con il suo sguardo fievole sino a quando l’imbarcazione svanì dietro l’orizzonte invisibile.

I giorni si susseguivano uguali ed inutili, facendo scivolar via le settimane e con esse, più lentamente, i mesi.
Quando la speranza e la forza di lottare spariscono, la degenza diventa una detenzione subdola e crudele perché adoperata su individui inermi, incapaci di reagire in una qualsiasi maniera. Eppure, per quanto possa sembrare insensato, bisogna andare avanti e trovare nelle piccole vie di fuga dei momenti che permettano di sentirsi delle persone, anziché dei malati.
Le scappatoie di Riccardo erano rappresentate dalle sporadiche sigarette vietate dai medici che lui riusciva in una maniera o nell’altra a procurarsi, e soprattutto dalle immagini baluginanti della televisione, davanti alla quale trascorreva praticamente tutto il giorno, spesso addormentandosi dinanzi al televisore ancora acceso. Ma a ben pensarci lui aveva sempre scelto la fuga anche al di fuori dell’ospedale, quando cercava di nascondersi dalla verità e di lasciarsi alle spalle la rabbia per mezzo della bottiglia.
Le cicatrici che ricoprivano il suo corpo, come una ragnatela stretta ed impossibile da smettere, erano la manifestazione visibile di tutto ciò: ogni taglio gli ricordava un attimo di sofferenza e di angoscia profonda e gli riportava alla mente i luoghi e le follie dov’era stato trascinato dalle sue sconfitte.
Ma Riccardo non voleva rammentare, rivivere nei suoi pensieri quegli episodi situati in periodi interminabili, quasi fossero dei deja-vu concatenati dei quali era impossibile comprendere l’origine, ed il modo migliore per allontanare da sé quei momenti era impedirsi di riflettere.
Da questo punto di vista la televisione era quasi magica, permetteva di attenuare la lucidità come fosse una versione diluita ed insapore dell’alcool di cui Riccardo doveva fare a meno da mesi, per quanto i suoi occhi fossero incapaci di seguire intere scene e spesso tendessero a spostarsi autonomamente verso gli angoli luminosi dello schermo.
Almeno avesse capito qualcosa di più d’inglese… Nulla di strano che si trovasse a disagio in un Paese straniero, visto il suo modesto livello d’istruzione, comune alla stirpe cui apparteneva.
Il peggio era che la scarsa conoscenza della lingua attenuava il potere inibitore della televisione, costituita da figure in movimento ma anche da parole, dialoghi di cui Riccardo non poteva cogliere il significato.
Per fortuna ogni tanto venivano trasmessi frenetici film d’azione, quelle pellicole infarcite di arti marziali e sparatorie con una trama fragile, quasi inesistente e che l’uomo riusciva a seguire agevolmente.
Non era il caso di quella domenica pomeriggio, una giornata avara di trasmissioni comprensibili a Riccardo, così si dovette accontentare di un telefilm poliziesco disimpegnato, di quelli a contenuto di violenza talmente ridotto da renderli accessibili anche ai bambini.
Inseguimenti e azzuffate da cartone animato, assieme a qualche frase dalla rara decifrabilità, rigettarono il paziente in un mondo ovattato, dove la percezione del tempo e della realtà era ottusa, come una luce soffusa troppo lontana per esser distinta con nitidezza da occhi deboli come i suoi.
Lentamente, in un processo molto più graduale di quanto avrebbe potuto esserlo se fosse stato stimolato da un buon drink, Riccardo aveva perso coscienza di ogni suo dispiacere, entrando in una dimensione diversa ed annacquata, da cui era escluso qualunque legame con l’universo oltre ai bordi dello schermo.
Se però il raggiungimento della catarsi richiedeva un tempo stimabile in minuti e variabile a seconda della predisposizione dello spettatore, il disincanto poteva essere immediato, istantaneo e talora persino brusco.
Fu così quel giorno, in cui la figura dell’intrepido poliziotto del telefilm venne spazzata via dai volti di un paio di uomini impegnati a conversare in quello che doveva essere un talk-show sportivo.
Sullo schermo la stasi; raffica di parole in inglese dagli altoparlanti; il dito dell’uomo che aveva cambiato canale ancora appiccicato all’apparecchio.
-Stavo guardando un film.- latrò Riccardo, indispettito.
L’altro paziente era un uomo corpulento, con una folta barba castana ed i capelli raccolti in una coda che stonava con la vistosa stempiatura.
-Oggi c’è il campionato di calcio.- tagliò corto.
-Stavo guardando un film.- ripeté Riccardo, aggressivo; convulsi fremiti di rabbia gli attraversarono il corpo, partendo dalle guance ruvide e terminando al bacino, incapaci di percorrere le gambe morte.
Un tremolio del tutto simile a quello di tanti momenti d’ira disperata, quando la calma era inarrivabile con la sbornia e lui doveva ricorrere al dolore, al suo coltello che gli affondava spietato e sapiente nelle carni.
L’altro degente se ne andò seccato, blaterando frasi di stizza delle quali Riccardo riuscì a cogliere soltanto “Il televisore non è tuo” e “Maledetto ladro italiano”.
Tornò a guardare mestamente lo schermo e l’invincibile poliziotto di prima, sentendosi di nuovo schiacciato dal peso dell’offesa e del rifiuto: ancora la solita storia!
L’assioma “Italiano uguale ladro” non aveva origini remote, aveva soppiantato il post-rinascimentale “Italiano uguale mafioso” agli albori del ventunesimo secolo, quando una procura di Bruxelles aveva scoperto degli scheletri nell’armadio relativi ad una decina d’anni prima e sufficienti a vietare l’ingresso dell’Italia nell’Unione Europea.
I magistrati avevano trovato prove inconfutabili di un sistema diffuso e stabile di corruzione politica ed amministrativa, iniziato nei primi anni novanta e terminato con il polverone sollevato dall’esclusione dell’Italia dalla moneta unica europea.
Per più di dieci anni i partiti avevano ricevuto finanziamenti illeciti basati su un clientelismo forte, radicato e apparentemente immutabile, mentre le indagini operate dai magistrati italiani erano state sempre abilmente depistate attraverso tempestivi insabbiamenti.
Ma poi qualcosa doveva essere andato storto, c’era stata una falla nella struttura per così a lungo inespugnabile delle tangenti e lo scandalo era divenuto di dominio pubblico, gettando l’Italia alla mercé di tutti gli altri paesi industrializzati del continente, in ginocchio e impossibilitata a rialzarsi.
Per quanto il tramonto del Secondo Millennio avesse portato via con sé anche il partito socialista, travolto dalla spirale di Maastricht che pose alla guida dello stato un governo tecnico e costrinse l’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi a varcare la soglia del duemila dalle spiagge di Hammamet, a fare le spese dello smascheramento degli abusi di cui si erano macchiati politici e pubblici funzionari era stato naturalmente il popolo nei suoi ceti più bassi, relegato in un Paese destinato al ruolo di vassallo di un’Europa che lo avrebbe aborrito per sempre e privo di qualunque aspettativa per il domani.
Sempre di più l’Italia assumeva le forme dell’Europa dell’Est anche nelle sue contraddizioni: gli autobus arrivavano sempre in perfetto orario ed i controlli di frontiera erano di una pedanteria fastidiosa, però prima del calar della notte prostitute e spacciatori di marijuana potevano offrire liberamente la propria merce senza trovare ostacoli adeguati. Nel frattempo i paria dotati di meno estro e di meno risorse da barattare se ne andavano a dormire, nella solitudine degli anfratti più nascosti delle città dove nessuno li avrebbe svegliati mai. Ed in fondo non c’era motivo per cui dovesse essere diversamente: quelli erano degli animali innocui, dei poveracci che avevano fatto dell’accattonaggio il loro strumento di sopravvivenza e non facevano del male a nessuno. Il dilagare dell’illegalità aveva però favorito l’estensione di ben altro sottobosco, fondato sul contrabbando e sugli affari sporchi di ogni genere e portata, facendo così diventare l’Italia la meta di turisti a caccia di trasgressione più di quanto lo fosse di quelli in cerca di bellezze naturali ed artistiche. Di fronte alla condizione sociale e alla tecnologia ferma dal termine della Prima Repubblica, credere che solo una dozzina d’anni prima la penisola fosse uno dei Paesi più progrediti del mondo era uno sforzo eccessivo per qualunque capacità di fantasia.
Le scene del telefilm furono sormontate da frammenti di episodi della vita di Riccardo prima dello sbarco a Southampton: il volto barbuto di uno dei tanti datori di lavoro, in un sorriso irrisorio da cui trapelava una grande considerazione di sé a dispetto di un malcelato disprezzo per i dipendenti pretenziosi e scansafatiche, con uno spinello in bocca in pieno giorno, quasi a voler ostentare il proprio potere e la propria superiorità nei confronti degli altri, delle istituzioni e delle leggi; le crisi isteriche della moglie per le ristrettezze economiche in cui dovevano vivere lei ed i figli, come fossero dipese dalla mancanza di volontà di Riccardo nella ricerca di un tenore di vita più soddisfacente; l’illusione di poter comprare un giorno un’automobile usata, perché sarebbe stato comoda per il lavoro nonostante la puntualità degli autobus e perché in qualunque circostanza bisogna avere un sogno da coltivare, una speranza, una candela accesa nelle tenebre dell’amarezza; l’alcool con i colleghi al termine della giornata lavorativa; i figli, ignari di cosa fosse la fame ma abitanti di una casa spoglia, con pochi giocattoli e pochi comfort; il superamento del confine francese ed in seguito la traversata della Manica, con l’intima promessa di trovare altrove condizioni migliori per la sua famiglia.
E poi ancora alcool, in un luogo straniero dove non capiva una parola della maggior parte dei suoi compagni di bevute e dove veniva squadrato per sbieco come un parassita, qualcuno da tenere accuratamente alla larga se si voleva evitare fastidi e proteggere la propria tranquillità.
Già, perché neppure in Inghilterra c’erano opportunità per uno come lui, lì poteva essere solo un vagabondo che appena aveva qualche soldo lo spendeva per bere nel rimpianto della morte di tutti i suoi miraggi.
Riccardo sentì una fitta lancinante al petto, come se gli fosse stato conficcato d’improvviso un pugnale nel torace.
Quelle visioni gli facevano ancora male, avesse vissuto per l’eternità non sarebbe mai riuscito a esserne indifferente e neanche a non sentire più i tessuti del suo corpo che venivano lacerati dalle immagini dietro la sua fronte, talora con dei tagli profondi e senza possibilità di cicatrizzarsi, talora con delle esplosioni devastanti come avesse ingoiato diverse scatole di petardi e bengala accesi, altre volte ancora avrebbe voluto contorcersi per il filo di ferro che gli pareva stringergli l’intestino fino a stritolarlo, se non fosse stato immobilizzato dalla paralisi delle sue gambe.
Sgranò gli occhi: era di nuovo nel salotto dell’ospedale di Southampton.
Era solo e sullo schermo scorrevano i titoli di coda del telefilm.
Poco male, sapeva bene che dopo quanto aveva appena rivissuto nessuna ubriacatura di fandonie sarebbe stata in grado di fargli scordare la sua realtà, quel giorno.

-È l’ora della terapia.- disse l’infermiera tentando di camuffare la sua ostilità nei confronti di Riccardo col sorriso più cordiale di cui disponeva.
Fatica sprecata, l’uomo era troppo abituato agli sguardi colmi di gentilezza artefatta usati per filtrare antipatia e diffidenza epidermiche, innegabili a prescindere dall’estro negli ammiccamenti dell’interlocutore di turno.
Con un grugnito si alzò pesantemente dal letto e con uno sforzo per nulla inferiore a quello dei mesi precedenti riuscì ad accomodarsi sulla carrozzella.
Niente da fare, neanche questa volta le sue gambe lo avevano aiutato a compiere un gesto così semplice: non volevano proprio saperne di guarire.
E malgrado ciò fosse evidente a chiunque, lui doveva continuare a sottoporsi alla pratica dolorosa e frustrante della fisioterapia.
L’unica consolazione era l’idea della sigaretta che avrebbe fumato alla fine di quell’inutile stronzata, ma non era un granché.
L’infermiera era già dietro di lui e cominciò a spingere la sedia a rotelle verso la palestra senza dire una parola.
Riccardo guardava davanti a sé le pareti e lo scarno mobilio scorrere senza fissare niente e senza venir attraversato da nessun pensiero.
Nella sua testa, infatti, i pensieri erano stati cacciati dalle sensazioni: quella tristezza infinita, il disgusto corrosivo e l’avvilimento per il quale non c’era alcuna occasione di conforto.
Forse la colpa era dei suoi occhi inaffidabili, o forse delle gambe inerti, ma più probabilmente a far sentire Riccardo così era l’atmosfera dell’ospedale: le luci al neon, le pareti bianche, le stanze spoglie, lo stesso cibo, la sveglia alle sei del mattino per i prelievi del sangue, gente incrociata il giorno prima trovata esanime e coperta senza cerimonie da capo a piedi con un lenzuolo candido.
E nessuno che venisse a fargli visita.
Il corridoio si allargava in un’area dedicata ad una fila di ascensori in continuo movimento, uno dei quali avrebbe condotto Riccardo al piano della palestra.
Anche le porte degli ascensori erano opache, avevano smarrito la lucentezza che del metallo era intrinseca proprietà in qualsiasi luogo all’infuori di quello: lì tutto languiva, si sfaldava come la cartina di una caramella gettata in un mare calmo ma inesorabile.
L’accesso di uno degli ascensori si spalancò con un ronzio mostrando un uomo dai vestiti pesanti tra cui spiccava una vistosa sciarpa viola. Evidentemente a Southampton era già arrivato l’inverno, per quanto la permanente aria asettica e l’immutabile luce fioca dell’ospedale negassero qualunque differenza tra le stagioni.
L’uomo teneva per mano un bambino di dieci anni che gli somigliava in modo sorprendente.
-Buongiorno.- disse l’adulto con un perfetto accento inglese pronunciato con la bassa voce richiesta da quell’ambiente.
-Salve.- replicò l’infermiera, mentre Riccardo si limitò a salutare con un cenno del capo accompagnato da un sorriso ostentato.
Per quanto fosse riprovevole, infatti, preferiva nascondere le sue origini italiane, che sarebbero indubbiamente trasparite da qualsiasi parola avesse proferito.
Le occhiate di sbieco colme della tacita accusa di essere un parassita che della disonestà aveva fatto il suo strumento di sopravvivenza erano per Riccardo una prassi, ma se poteva evitare di riceverle anche da un perfetto sconosciuto accoglieva la possibilità con sollievo.
I suoi occhi incrociarono quelli di un azzurro vicino al grigio dell’Inghilterra del bambino: sembrava impietosito nel vedere l’uomo paralizzato.
Doveva avere grossomodo l’età di Matteo e questa constatazione raggelò Riccardo sino ad infradiciargli la scatola toracica in ogni minuscola frastagliatura.
Chissà se avrebbe mai più rivisto i suoi figli, se adesso avevano anche loro qualcuno che li tenesse per mano, se erano felici laggiù?
Alessio poi era ancora così piccolo, forse non ricordava più il viso del suo papà, o forse continuava a piangere la notte da quando era stato abbandonato da lui.
In quel momento i due bimbi avrebbero potuto fare qualunque cosa e a Riccardo spettava solo l’afflizione di immaginarli fare merenda, disegnare o giocare a rincorrersi. O magari stavano…
Si ritrovò nell’ascensore; l’infermiera schiacciò un pulsante, le porte si chiusero e la cabina iniziò a scendere, lenta e silenziosa.
Ci sarebbe stato un gran bel film d’azione in tv, quella sera.


Roberto Furlani

(fine)

pubblicato sul n. 7 della rivista Fondazione
(illustrazione di Giovanni Ventura)

 
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