Racconto
   



L'ultimo posto libero
Davide Di Candia

 

L'ultimo posto libero


«L’uomo è condannato ad essere libero»
J.-P. Sartre

«Siete ad Alcatraz, fratelli. Cominciamo dalla nostra fine.»
Jack Folla


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From: "Salvo" <salvatore22@iol.it>

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Cogito ergo est.
È come diceva Descartes, ma meglio.
Penso, e quello che penso è, appare, come per magia, nel messaggio, trascritto dall’HD58.59c6.
I miei neuroni emettono infinitesimali scariche elettriche in un codice che i nanoelettrodi innestati nel mio cranio captano e interpretano, e trasformano, in questo caso, in scrittura, come i vecchi messaggi di posta elettronica, e-mail, come la chiamavano.
Potenza della nanotecnologia informatica neurale, la Divina Lingua del nostro secolo!
«Il Codice Mentale, l’ultima frontiera della Scienza del nostro secolo», come dicono i banner pubblicitari. In quello precedente è stato il Codice del DNA, il Segreto della Vita, ma non ha portato grandi frutti: le biotecnologie sono costose e hanno bisogno di tempi molto lunghi.
Il Codice Elettrico no.
È rapido. «Ha immediate applicazioni su ogni essere umano e non ha bisogno di costi eccessivi», come dice lo slogan. Perché, fondamentalmente, la tecnologia è vecchia: on/off. La stessa dei com-puter, ormai macchine obsolete.
Si deve solo adattare la tecnologia informatica a quello che è stato scoperto come il calcolatore più potente della natura, il cervello umano.
Quello che abbiamo sempre sognato, porca puttana, e l’abbiamo avuto sempre sotto il naso! O meglio, sopra
Il Codice Mentale è semplicemente una sequenza di acceso/spento che corrisponde a un pensiero-azione (penso e faccio), che, decrittato da un hard/soft innestato nella mia scatola cranica, trasforma ogni mio pensiero in fatto.
Fiat lux, lux fuit!
Siamo le divinità del Nuovo Secolo!
Certo, i soft che permettono la decrittazione degli atti di volontà, i buletici, non sempre riescono a interpretare esattamente quello che in realtà voglio o penso.
L’HD58.59c6, ad esempio, ha un bug: una parola che non riconosce, una sequenza di scariche elettriche tra le sinapsi dei miei neuroni che non comprende esattamente e che interpreta secondo quella sequenza che gli è elettricamente più simile: acromion.
O meglio, acromion è il termine che il soft interpreta al posto di acromion… cioè acromion…
Merda!
È impossibile spiegarlo logicamente.
Sappiate che quando penso una determinata parola viene fuori acromion. Posso anche sforzarmi: acromion, acromion, ACROMION, ACROMION, ACROMIONACROMIONACROMION!
Ma viene fuori sempre la stessa.
Così, per poter dire quella parola devo utilizzare una perifrasi: quella cosa che serve per affilare i coltelli.
Di cose per affilare i coltelli oggi ce ne sono ben poche. Forse qualche .jpg in qualche netmuseo, ma è sempre una parola, un pensiero che non posso comunicare con l’HD58.59c6, un soft che mi è costato ben quattromila euro.
Naturalmente esiste l’update che permette ai nanoelettrodi di riconoscere la differenza tra acromion e “cosa per affilare i coltelli”, e tanti altri bug che io non ho mai scoperto. Ma gli stronzi te lo vendono a ventimila euro, brutti pezzi di merda, e non ne vale la pena davvero.
Sono andato in una netaencyclopedia a cercare il significato di acromion: è un ossicino della spalla e non ha nulla a che fare con i coltelli, a meno che uno non voglia scrivere un racconto: «…e gli colpì l’acromion (l’osso) con l’acromion (l’utensile per affilare i coltelli)»
Ma non ho mai voluto essere uno scrittore, perciò: vaffanculo!
Non hanno nulla in comune, queste due parole, tranne il loro Codice Elettrico tra i neuroni del nostro cervello, che è simile per una percentuale del 99,92%. Misteri di Sua Maestà il Cervello!
Ben diversi, invece, quei soft che sono programmati per non riconoscere determinati pensieri-concetti “antinomici”, come li chiamano: rivoluzione, ribellione, sovversione e tanti altri. Pensieri vietati, pensieri scomodi. Scorretti.
Libertà, no.
Eh, no, gli stronzi non la toccano, la Libertà.
Assieme a Democrazia è la loro parola d’ordine.
È per essa che distribuiscono gratis e obbligatoriamente (questo buletico di scrittura è fantastico: trascrive in corsivo quando penso con forza un’idea o un concetto) a tutti i cittadini votanti soft «per il mantenimento della sicurezza», come dice lo slogan pubblicitario, che impediscono la trasmissione di determinati concetti.
Io no.
Io sono un anarchico, come ci definiscono i netnews, la bocca della verità della Net.
Io sono libero davvero.
E vi dico: questa non è una democrazia.
A proposito, non mi sono ancora presentato.
Il nome non ha importanza, ufficialmente non ce l’ho, ma tutti mi chiamano Orf.
Delle volte anche io mi penso con questo nome.
Ecco come sono:

Transcript Type JSUP.68.DigX3.3 >> .jpg >>

La figura è in una stanzetta in penombra, quasi un ripostiglio. Stretto e pieno di led luminosi, cavi, tubi e cianfrusaglie metalliche. Ovunque c’è immondizia e polvere. Un intrico di fili avvolge e penetra ogni parte del suo corpo nudo. Si riesce a malapena a vedere il suo volto: la testa è completamente rasata, filamenti che escono dal cranio, collegati direttamente al cervello; la pelle è pallidissima, come se non vedesse il sole da decenni, quasi trasparente; si distinguono anche le pupille tra gli occhi completamente rossi per la continua esposizione alla luce artificiale. Sembrano guardare verso di noi. Sembrano sorridere, accompagnati da un ghigno della bocca sdentata.

Transcript Type HD58.39c6 >> .txt >>

Sono un reietto.
Non affrettatevi a risalire all’indirizzo del mittente: è falso.
Non ho mai conosciuto Salvo, né salvatore22. Per quel che ne so potrebbe essere già morto da un secolo o forse più, gli ho solo fregato l’indirizzo e-mail.
E comunque, prima che voi riusciate a trovarmi, sarò già morto.
Sono ricercato. E mi nascondo.
Da quindici anni mi nascondo nel mio bunker tre metri per due, (è molto più piccolo di quanto sembri dalla foto) e non posso uscirne perché sono murato vivo. Sono nato venti anni fa.
Mia madre me la ricordo appena.
Trasgredì alle leggi sul controllo delle nascite (un figlio per ogni 0,8 abitanti) e per timore di dover pagare la multa, mi comprò questo bunker, una casa sicura, e mi ci fece piazzare all’età di cinque anni. Feci gli innesti, quei cavi e fili che mi escono dal cervello, e divenni un Surfer.
Uno dei migliori Surfer.
Undici anni fa riuscii a crackare la net della Coca Cola, nessuno ci era riuscito prima.
Scoprii che dentro la bevanda ci mettevano una piccolissima, minuscola quantità di una sostanza stupefacente (biozedirina-4) che crea, in dosi massicce, eccitazione e dipendenza immediata. Quando si accorsero che il loro segreto era stato svelato, alla produzione, quei pezzi di merda, per paura di perdere clienti, immediatamente aumentarono le dosi.
Non feci in tempo ad avvisare nessuno, nemmeno me stesso.
Da allora siamo tutti dipendenti: 25 cl di Coca Cola al giorno. Altrimenti ti vengono le convulsioni e nel giro di tre giorni il cervello ti va in pappa.
Per questo ho perso molti compagni. Adesso mi odiano perché li ho resi schiavi.
Non posso certo biasimarli.
Ma io sono chiuso in queste quattro mura di cemento armato, per sempre. Murato vivo, e non me ne frega un cazzo dei miei vecchi compagni, branco di coglioni.
Vogliono uccidermi, adesso che io li ho resi schiavi.
Altri però mi vogliono vivo.
Perché ho qualcosa che stanno cercando.

Transcript Type Amp 2.666 >> //hey_you.pinkfloyd.mp3 >>

But it was only fantasy.
The wall was too high,
As you can see.
No matter how he tried
He could not break free.
And the worms ate into his brain.

Hey you, standing in the road
always doing what you’re told,
Can you help me?
Hey you, out there beyond the wall,
Breaking bottles in the hall,
Can you help me?
Hey you, don’t tell me there’s no hope at all
Together we stand, divided we fall.

Transcript Type HD58.39c6 >> .txt >>

Sono Orf, l’ultimo Surfer.
Cavalco le onde della Net.
Come si faceva prima che il mare divenisse off-limit per la vita.
Quando ero piccolissimo mia madre mi portò a vedere una spiaggia, immensa, su al Nord, diceva che c’era stata una battaglia o uno sbarco, non so. Lei era una storica e a quel tempo pensavo che significasse sapere tante storie.
Era sera, ma le acque fosforescenti brillavano al buio.
Erano gli effetti imprevisti dell’Accordo di Salisburgo per la sistemazione delle scorie nucleari in mare, adesso lo so. Ma allora non capii quando vidi mia madre piangere, le lacrime che le rigavano il volto, oltre la tuta antiradiazioni semi appannata.
Uno dei pochi ricordi di mia madre.
Morì di cancro qualche mese dopo. La malattia del Ventesimo Secolo, la chiamava lei. «Mi sta bene, diceva, ho sempre vissuto nel passato io.» Ce l’avevano la cura, quegli stronzi, ma lei non aveva l’assicurazione medica e sul mercato nero le multi farmaceutiche la vendevano a prezzi esorbitanti.
Ero piccolissimo e non soffrii più di tanto.
Dopo la sua morte, fui affidato ad un tutore che mi guardava con lascivia e mi mise dentro questo tugurio, secondo la volontà testamentaria illegale di mia madre, e mi fece fare gli innesti.
Illegali anch’essi.
Ti trapanano il cranio in più punti, e ti infilano dei «nanoelettrodi che si inseriscono automaticamente nei punti nevralgici del sistema nervoso principale» (il cervello) «e inviano input in sistema binario zero uno al soft/hard principale, che li invia a sua volta ai diversi buletici, a seconda che si tratti di immagini, parole o azioni.» In questo oscuro gergo tecnico mi parlò quel figlio di puttana dell’ingegnere medico, con il camice bianco intriso di sangue, mentre mi eliminava con il laser i capelli biondi in una sporca sala operatoria di contrabbando. Poi mi fece stendere sul lettino e mi consolò: «Non ti faccio l’anestesia perché il cervello è l’unica zona del corpo umano che non ha terminazioni nervose. Non sentirai nulla.» Sorrideva il fottuto bastardo.
Trapanò. Ed io gridai per il dolore.
Entrai in coma per rigetto (capita ormai solo al 13% delle persone, di solito a causa di materiali scadenti o scarsa igiene) e quando mi risvegliai, due mesi dopo, mi trovai in questa stanza, murato dentro, e con una lunga cicatrice a ipsilon sul corpo. Scoprii che quello stronzo del tecnico, in combutta con il tutore, mi aveva aperto mentre ero in coma.
Mi mancano un rene, un polmone e una fetta di intestino.
Sul mercato nero degli organi fanno circa dodicimila euro. Pezzi di merda schifosa.
Almeno, non posso permettermi il vizio di fumare!

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L’immagine è la stessa della foto precedente, solo che stavolta è in movimento. Un movimento lento, a scatti, con i particolari che sfocano in pixel non ben definiti. Orf viene scosso come da brividi, poi dalle casse sentiamo una voce gracchiante, sgradevole: «Argh argh argh!» Ci guarda, solleva la mano bardata di fili e cuscinetti e fa ciao ciao. Scoppia di nuovo a ridere. «Argh argh ah...» La risata si strozza in un gemito, la differenza è poca ma si sente. Lentamente la mano di Orf corre al cuore. Una sirena comincia a ululare sommessamente, forse per non farsi sentire oltre le mura di cemento del bunker. Poi il corpo viene squassato letteralmente, vibra forte come i rebbi di un diapason. La telecamera si spegne.

Transcript Type HD58.39c6 >> .txt >>

Vi siete preoccupati?
Va tutto bene.
Avete visto un attacco di cuore in diretta!
Colpa del campo magnetico che mi circonda, da quindici anni.
E dai continui impulsi elettrici che si ripercuotono lungo tutto il mio corpo affinché i muscoli non si atrofizzino: sono avvolto in sottili cuscinetti epidermici, che mandano leggere scosse elettriche a intervalli regolari, come quelle macchine per dimagrire senza sforzarsi che vendevano per corrispondenza alla fine del secolo precedente.
Così faccio ginnastica pur essendo murato vivo dentro la mia casa-prigione!
Qui ho tutto quello che mi serve: il cibo me lo inviano attraverso un condotto qui, al mio fianco, almeno finché la mia carta di credito me lo permette (e quando non me lo permette più, basta rubarne un’altra).
Vitamine, minerali, lipidi, carboidrati scorrono per centinaia di chilometri in un lungo viadotto che termina nella siringa che, quando il mio pensiero (o se preferite il mio soft centrale) percepisce lo stimolo della fame, me li inietta direttamente nelle vene.
Qualche rara volta, mi faccio mandare frappé di hamburger dal McDonald’s, con contorno di salsa di patatine fritte e gelato alla vaniglia semi liquido.
Un vomito.
Ma piacevole sulla lingua.
Mi viene gettato a pressione nella mia bocca sdentata e se non faccio attenzione, mi strozzo. Come un coglione.
Questo, naturalmente, solo nei giorni di festa, tipo il ramadan, il natale, il primo aprile.
Per il sesso non c’è problema.
Il TuREX 9.7 mi avvolge il cazzo e le palle in una sacca cromata che luccica alla luce dei led. Un tubulo a pressione collega anche l’ano: serve per evacuare.
In caso di eccitazione, il TuREX agisce anche come stimolatore sessuale, collegato al SexChip 4.2 che proietta direttamente nella mia mente immagini, suoni, sensazioni e orgasmi che sono molto meglio dei rapporti sessuali veri e propri. (O così dicono sulla Net.)
È una specie di sega, ma fatta come si deve!
Perlomeno non ti becchi le malattie veneree come la Nestlè – da queste parti è il nome della vecchia AIDS, le multi si sono comprati i diritti anche sui nomi delle malattie –, facendo sesso con le puttane per strada.
A quelle mettono un ipno-chip nelle meningi che le fa cadere in trance durante il rapporto e ti sembra di scopare con un guscio. Così le chiamano.
Che poi, le multi farmaceutiche hanno la cura per la Nestlè, ma, in accordo con il Fisco, la vendono a carissimo prezzo, e solo ai dichiaranti più di trecento milioni l’anno.
Furbi, gli stronzi!

- NO OUT -

- NO OUT -

- NO OUT -

Scusate, sono entrato in stand-by.
Sul cranio ho due buchi simmetrici, tre centimetri di diametro. Ogni otto ore un braccio a pressione idraulica sul soffitto del bunker mi infila un enorme spinotto su un emisfero e mi stacca l’altro.
È un metodo automatico ideato in Corea per lavorare più in fretta. Si utilizza prima un emisfero cerebrale mentre l’altro viene addormentato con delle droghe che bloccano le sinapsi.
Poi, dopo otto ore, si inverte.
C’è un breve lasso di tempo in mezzo: stand-by, come lo chiamano.
Non capisci un cazzo di quello che succede: è come morire, ma meglio.
Non può durare più di cinque minuti.
Altrimenti, ti si frigge il cervello e ciao ciao.
Riesco a guardarmi, qui dentro. Grazie alla telecamera mio-ottica.
È proprio davanti a me, posta leggermente in alto, così che possa vedere tutta la stanza. È collegata direttamente alla nanomatrice retinica, innestata nel mio occhio destro, poco oltre la retina reale. Mi permette, a mia volontà, di vedere ciò che inquadra la telecamera, in traslucido su quello che vedono i miei occhi.
È con tale bellezza che ho fatto la foto e il filmino della mia quasi morte, prima!
Spero vi siano piaciuti! Non sono poi così brutto, vero?
Da qui, inoltre, collegandomi alla Net, posso vedere il Mondo, posso entrare nel Mondo e sapere cosa succede dappertutto.
Posso seguire, ad esempio, tutte le battaglie in Medio Oriente.
Su quel cazzo di deserto di vetro (la sabbia fusa dai bombardamenti nucleari diviene vetro, un vetro opaco e scaglioso), centinaia di soldati, corazzati da mutazioni RNA che li rendono più resistenti alla fatica e al dolore, lobotomizzati da droghe pesanti, con lo zaino Nike, i viveri McDonald’s, l’eterna borraccia Coca Cola, le armi delle multi giapponesi, fanno scempio di quello che rimane degli arabi.
In questa zona del mondo, “arabo” è diventata una parola tabù.
A me fanno schifo perché hanno reso la Città-Santa-Gerusalemme un colabrodo con i loro fottuti attentati kamikaze (non che io sia credente. Credo solo nell’Uomo, Dio del Millennio).
Mi fanno schifo anche i soldati, che dicono di combattere per la democrazia, e mi chiedo: che cazzo di democrazia vuoi portare con le armi?
E poi sono dotati tutti di nanomatrice retinica: basta collegarsi alla Net «e puoi scegliere chi vedere e sentire», come dice il banner pubblicitario.
In realtà la guerra potrebbero farla i robot psicotropici, quelli comandati da soldati che possono combattere stando comodamente seduti in poltrona al capo opposto della Terra.
Ma non è la stessa cosa: mancano il sangue, la paura e i costi della vera guerra, quella che piace ai politici perché suscita la compartecipazione dei cittadini e un flusso stabile di contanti…
E poi, cazzo, che divertimento ci sarebbe?
Ci fanno le scommesse: si sceglie un soldato e si punta una somma di denaro. Se quello schiatta prima di dodici ore, il giocatore perde, altrimenti si arrivano a vincere premi davvero esorbitanti.
Ma sono pochi davvero quelli che vincono.
Una netnews del momento! È su tutti i canali: «Eletto nuovo presidente della Confederazione Europea l’ex Presidente della EuroNet, con la maggioranza assoluta del Parlamento.»
Figurati, con il potere mediatico, come lo definiscono i netnewser, che possiede grazie alla Net!
Un tempo si chiamava InterNet.
Ma era roba diversa, molto diversa.
Prima dovevi avere un computer, un hard chiamato modem, una linea telefonica (i telefoni! Li conosco solo per sentito dire!), e quel minimo di conoscenze per connettersi – questo era il termine –; adesso, con la Net basta che tu abbia un cervello e lo sappia far funzionare.
Tutto per colpa di Jeorge Roseharcher.
Lo studioso danese che scoprì per primo “il meccanismo di diffusione binaria sinaptica” che permette ai pensieri di trasformarsi in atti.
Vinse un premio Nobel e, «procurando prestigio all’Università di Copenaghen, attirò numerosi fondi grazie ai quali continuò i suoi studi e la sua squadra si guadagnò un secondo Premio Nobel per la Medicina», come dice la sua biografia ufficiale sulla Net.
Cercavano una soluzione per le malattie e i disordini mentali e, analizzando il cervello di una donna schizofrenica di nome Rosetta, trovarono la Chiave di decrittazione del Codice Mentale.
La Neuronical Technologies, Inc. di San José, California, acquistò tutti i diritti sui lavori del team di Roseharcher, permettendo il salto di qualità, «la prossima evoluzione dell’uomo»: l’informatizzazione del cervello.
Fu così che nacque la Net.
O almeno è quello che quegli stronzi vogliono farci credere.
La realtà è ben diversa.
Andate, se avete le palle, a farvi un giro nel cuore della Net.
Oltrepassate tutti gli sbarramenti e i sistemi di protezione antidecrittazione e leggete la sua vera storia. Oppure, se siete dei pusillanimi, come direbbe il mio amico, quel coglione di Tek-thy – pace all’anima sua -, ascoltate quello che ha da dirvi Orf.
Orf il Grande, l’ultimo Surfer che domina la Net!
Jeorge Roseharcher non è mai esistito.
È un personaggio inventato da qualche astuto dirigente della Informatics&Co., Pasadena.
Subito dopo aver preso il secondo Nobel ha lasciato l’ambiente accademico per divenire, ringiovanito grazie alle costosissime tecnologie di micro-ricostruzione, un attore hollywoodiano sotto lo pseudonimo di Jason Lead.
Esatto, lo stesso Jason Lead vincitore di tre premi oscar come miglior attore e autore di film pluri-premiati come La ragazza oltre il ponte.
Era un attore, e tale, ma più ricco, è rimasto.
Nemmeno Rosetta è mai esistita, com’è ovvio.
Fu una splendida trovata pubblicitaria della MediaIndustries di Boston, in collaborazione con la Yamamoto, Ltd (una copertura della Yakuza): un riferimento alla Stele di Rosetta, che servì per la traduzione dei geroglifici egiziani.
Grazie ad essa è stata creata la più grande agenzia di produzione e distribuzione di informazioni del mondo!
Questo lo scoprite se avete fegato da vendere, ragazzi, e un culo grosso quanto un grattacielo.
È lì, negli archivi segreti della Net, per chiunque sia in grado di leggerlo senza farsi friggere i neu-roni dalle psycho-bomb di protezione.
Ma se siete pazzi, schizzati forte, allora potete andare oltre.
Potete scoprire, per esempio una lunga lista di nomi esotici, difficili da pronunciare, anche solo da pensare.
Ubik-Ala, in Mongolia.
Seternomonsk, in Siberia.
Curezo, nel cuore della Foresta Amazzonica (o di quello che ne rimane).
E tanti, tanti altri villaggi. Dappertutto nel mondo.
Sacrificati per il progresso dell’umanità!
Scoprire il Codice Elettrico-sinaptico e tradurlo in linguaggio on/off, uno/zero, permettendo alle macchine di adeguarsi al cervello umano è costato molto più che gli estratto conto che ogni netazionista (chiunque ha un contratto per il collegamento) possiede e ha contribuito a pagare.
Cercate nel cuore della Net le foto degli esperimenti. Siete loro complici. Io non ve le invio.
«La Net sei tu», come dice la pubblicità.
Ma vaffanculo.

Transcript Type MM3.6//f4 >> .mpeg >>

Settore I-45.2
È una strada molto illuminata, trafficata da gente ricca e benestante. Automobili dai motori potentissimi che si muovono lente, a passo d’uomo, come per ammirare le vetrine illuminate dei negozi di moda, i costosi ristoranti cinesi e indiani, le sex-house dalle luci colorate e dalla musica assordante, gli olo-banner tridimensionali della Marlboro e di Playboy. Sul marciapiede, una folla. Centinaia di persone, migliaia di vite. Una banda di strada composta di giovani coperti di tatuaggi e armati di spranghe adocchiano un tipico uomo d’affari (giacca cravatta valigetta ammanettata al polso e pistola .45 nella fondina ascellare) che cammina osservando continuamente l’orologio d’oro da tasca Kalvin Klein. Due gemellini maschi, non più di sette anni, vestiti con abitini trasparenti Armani e truccati come puttane, salgono su una Mercedes bianca con gli interni in pelle e una puzzolente nuvola di fumo che nasconde un grasso dirigente di banca con un sigaro in mano e l’acquolina alla bocca. Passa un giovane negro, alto due metri, con capelli lunghi e pizzetto biondo platino, vestito di una pelliccia di tigre del Borneo e saldali di bambù Versace, con in mano una catena che termina in un anello stretto attorno al collo di una ragazza giapponese, kimono blu e oro e piedi legati da ceppi di bronzo.

Settore D-22.09
Questa volta la strada è deserta. Sporca, male illuminata. Sbuffi di vapori giallastri escono dal tombino al centro della strada. Un barbone ricoperto da fogli di giornale è sdraiato tra alcuni sacchi di immondizia, vicino un topo morto, un pezzo mangiucchiato di cartone con sopra una scritta illeggibile e una bottiglia di Jack Daniel’s irrimediabilmente vuota. Nessun segno di vita.

Transcript Type HD58.39c6 >> .txt >>

Queste sono le due facce del Mondo, come si diceva un tempo. Vale ancora oggi.
Non so quale delle due mi faccia più schifo, ma non c’è problema: il Mondo oggi è uno solo.
Grazie alla Net, Divina Puttana dei nostri giorni!
E al sottoscritto, udite udite, non gliene frega un cazzo.
Il sottoscritto è murato vivo da quindici anni nel suo bunker di merda a respirare l’aria riciclata dall’impianto di aerazione, e se dovesse uscire morirebbe per la merda tossica che si respira fuori, a cielo aperto.
O forse per i raggi UVA, UVB e UVaffanculo che si prendono di giorno, perché a nessuno importava dell’ozono lassù sulle nostre teste.
A me, qui dentro, ancora di meno dei politici di quando-ancora-si-poteva-fare-qualcosa.
Io verrò fuori di qui. «E quando uscirò, lo farò in un sacco di plastica.», come dicono nei netfilm.
Mi verranno a prendere.
Se sono fortunato, tra poco.
Altrimenti, vorrà dire che soffrirò ancora un po’ di questa mia libera prigionia.
Sono solo.
Sono nato solo, solo a parte mia madre, è ovvio.
Vivo solo in questo buco di merda da quindici anni, murato vivo senza sapere com’è toccare un altro essere umano. Cosa si prova a scopare una ragazza, una donna vera, e non un microchip inserito nella mia testa.
Adesso non ho più nemmeno i miei compagni.
Sono morti tutti, e tra poco toccherà anche a me.
Jax è stato il primo. Ho visto le immagini alla Net.
Hanno mandato la sua cattura in diretta su tutti i principali netnews, come monito per noi altri Surfer. Ecco quello che vi succederà, brutti stronzi, pareva voler dire lo speaker.
E invece, con tono professionale: «Siamo qui a Washington. Vi mostriamo in esclusiva le immagini della cattura del pericoloso serial killer che ha terrorizzato la capitale in questi mesi. È accusato di aver stuprato e ucciso ben sedici donne, di cui una incinta. L’FBI è giunta al suo nome attraverso una difficile indagine grazie all’analisi delle prove rinvenute sulle scene del delitto…»
L’avevano spacciato per uno stupratore seriale, il povero Jax.
Tutto inventato, ovviamente.
Lo facevano per poterlo arrestare con più tranquillità, e per celare al Grande Pubblico della Net che esistono persone in grado di entrare ovunque.
Perché questo siamo, noi Surfer.
La Net ci appartiene, noi siamo in grado di controllarla meglio dei programmatori che la gestiscono all’interno dei loro uffici ipertecnologici dotati di realtà virtuale e tante stronzate varie, pagati miliardi e miliardi di euro all’anno.
Bastardi.
È tutta questione di Immaginazione.
Non so bene quale sia il processo fisico, non so bene neppure se sia un processo. So solo che io, e con me pochissimi altri, siamo in grado di estendere la nostra volontà a tutta la Net.
Siamo capaci di trasformare in atto qualunque pensiero.
Anche con hard e soft scadenti, vecchi di vent’anni come i miei.
Immaginazione, la chiamo io.
È come uno scrittore con il proprio romanzo: scrive e crea una storia, crea dei personaggi e degli ambienti, che pian piano assumono identità divise da quella dello scrittore, vita propria.
È come il grande divertimento di Prometeo, ma meglio: non ci sono uccellacci del cazzo che vengono ogni giorno a far baldoria col tuo fegato.
Noi Surfer siamo capaci di rendere reale nella Net ogni cosa che immaginiamo: l’Immaginazione è il nostro cogito, il nostro credo.
La Net è ovunque. Così noi siamo ovunque, nell’ombra.
Immaginiamo, dunque accade.
Loro ci vogliono per questo.
Siamo superiori a tutto ciò che avevano programmato.
Siamo gli unici liberi in un mondo di prigionieri inconsapevoli.
Ci vogliono perché non sanno cosa sia l’Immaginazione. Perché non siamo controllabili e l’unico modo per poterlo fare è capire come facciamo.
Per questo ci danno la caccia.
È difficilissimo: immaginiamo di non lasciare tracce ed in realtà è così.
Ma loro sono bravi. Sono i migliori.
Ci hanno uccisi quasi tutti.
Sì, perché ci siamo dati un regolamento.
O meglio, una sola regola (per non complicarci troppo la vita): «Conserva l’Immaginazione.» Che tradotta diviene: «Se ti beccano, fatti fuori.»
Jax, nel filmato della sua cattura, era stato colto alla sprovvista.

Transcript Type Amp 2.666 >> //jax.c78.796.wav >>

«…un momento, John! C’è stata proprio adesso una forte deflagrazione. Come un’esplosione… Sta venendo giù tutto. Cristo santissimo, viene giù tutto il palazzo. Porca troi…»

Transcript Type HD58.39c6 >> .txt >>

Non sapeva come fare: era incazzato nero perché si era fatto scoprire.
Così, ha tentato di distruggere anche i suoi avversari. Lo ha fatto per salvare anche noi.
Ha distrutto l’intero palazzo dove si nascondeva, coinvolgendo innocenti, la troupe delle netnews, le forze dell’ordine, agenti dell’FBI e tanti (2861) altri.
Era una guerra, secondo lui.
La tragedia, subito mediatizzata dalla Net, servì come capro espiatorio: eravamo diventati dei terroristi. Ci cercavano in ogni regione del mondo. Una taglia pendeva sulle nostre testa (anche se non avevano foto, ma sapevano solo il nostro nome di battaglia).
Da allora, decidemmo di comune accordo di non tentare più eventi così clamorosi.
Non era una guerra. O meglio, non era una guerra che potevamo combattere in sette, pardon sei.
Ma la morte di Jax, la consapevolezza che continuavano a cercarci con più determinazione e che prima o poi ci avrebbero trovati e la tensione cominciarono a renderci più deboli.
Alcuni di noi non ce la fecero.
Il corpo di Aileen fu trovato legato per il collo, penzolante dalle macerie del Golden Gate di San Francisco. Aveva sempre detto che le piaceva il mare, le sarebbe piaciuto nuotare e andare alla deriva. Almeno una volta alla settimana si recava lì ad ammirarlo.
Yin, invece, si sparò un colpo in bocca quando si accorse che erano sulle sue tracce e avevano ucciso sua sorella e i suoi nipoti perché non volevano svelare il suo nascondiglio. In realtà non lo sapevano, lo credevano morto, perché così risultava dalla Net.
Rimanemmo in quattro.
Io, Tek-thy, Krina e Soy.
Stringemmo un patto. Non ci saremmo più sentiti se non ad intervalli prestabiliti in maniera casuale.
Alla prima riunione (che avveniva nella realtà della Net, non ci siamo mai visti in carne e ossa), otto giorni dopo, eravamo in tre.
Un cittadino, avido di denaro (coloro che denunciano un atto illegale possono richiedere un premio in denaro), aveva notato delle strane e losche attività all’interno di una bidonville, alla periferia di New Deli, e aveva denunciato il fatto alle autorità.
Quegli stronzi si erano accorti che una minuscola quantità di elettricità veniva lì convogliata con contratto scaduto da 2,34 giorni dalla centrale nucleare Sheeva («la più grande al mondo», come diceva la pubblicità, «capace di soddisfare i bisogni energetici di tutto il subcontinente indiano») e avevano mandato dei tecnici per staccare l’attacco illegale, senza preavviso.
Lo sbalzo improvviso di tensione bruciò i 46.032 cervelli della bidonville collegati alla Net.
Tra questi c’era anche quello di Soy.
Tek-thy era quello che potrei considerare come il mio migliore amico.
Con lui, brutto stronzo, mi divertivo un casino.
Aveva delle idee bizzarre, ma grandiose.
Come quella volta che scatenammo un incendio in ogni sede del Klan di Nostro Signore (tutte quell tonache bianche e rosse con le sigle K.K.K. in fumo) e convogliammo i loro cospicui fondi all’Associazioni per la Tutela dei Diritti dell’Uomo e dei Gay. Razzisti di merda!
Tek li odiava molto. Forse perché era negro di padre e giapponese di madre.
Decise di vendicare la morte di Soy. Era alle strette anche lui.
Mentre tentava di entrare nel sistema di sicurezza di Sheeva, fu intercettato dagli agenti della Yamamoto in un appartamento all’ultimo piano di un grattacielo di Yokohama.
La facilità con cui lo avevano trovato era inspiegabile.
Lasciò accese le telecamere mio-ottiche.

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La casa è immersa nella penombra. Luci multicolori penetrano dall’enorme finestra inquadrata, le luci di Yokohama. Riflesso sul vetro un volto triste, rassegnato. Osserva con passione crescente la città che lo ha visto nascere, il budello caotico che lo ha nascosto per così tanto tempo. Uno schianto improvviso alle spalle, ma lo sguardo rimane fisso sulle luci intermittenti delle insegne al neon, sul serpente luccicante delle auto immerse nel buio della notte. «Signor Matsumoto?» dice una voce, lenta, in un inglese privo di accento. L’uomo alla finestra non risponde, né si volta. «Signor Matsumoto?» ripete la voce. Matsumoto si volta, i suoi occhi vedono (e la telecamera registra) un uomo alto, vestito di tutto punto, giacca e cravatta, Rolex d’oro al polso, occhiali Rayban con micro collegamento alla Net, una spada da samurai alla cintura. «Sei solo tu?» chiede Matsu-moto/Tek-thy. «Gli altri ci aspettano giù. Ho pensato che non avrebbe fatto resistenza come il suo amico Frank J. Morton. O dovrei dire Jax?» Il suo viso è inespressivo, simile a quello di un robot. E potrebbe realmente esserlo. «Andiamo?» chiede facendo un breve cenno con la mano verso la porta di legno sfondata. «Dove?» chiede Tek, lo sguardo (la telecamera) fissa sul samurai della Yakuza. L’altro sorride, un taglio rosso sangue nella faccia inespressiva. «Stanza 101, signor Matsumoto. Lo sa benissimo.» Tek non replica ma chiede ancora «Come avete fatto?», la sua voce tradisce una certa incertezza, come una malcelata curiosità morbosa. Il sorriso del samurai si apre ancora di più. Non può essere un robot, i robot non provano orgoglio: «La scia dei suoi neuroni, signor Matsumoto, è diversa da qualsiasi altra. Ogni cervello ha una particolare frequenza. È bastata seguirla. E allo stesso modo raggiungeremo gli altri,» (e qui sembra rivolgersi non a Matsumoto ma a noi che guardiamo ciò che è registrato dalla telecamera mio-ottica) «basta che siano connessi nella Net. E adesso,» abbassa la mano all’impugnatura della spada. «Se vuole gentilmente preceder» Non riesce a terminare l’ultima sillaba. L’immagine si sfoca e si avvicina troppo rapidamente al samurai. I fotogrammi diventano neri, a tratti troppo confusi, intervallati da suoni di lotta: Matsumoto si è lanciato contro il sicario della Yamamoto. Sul display del tempo segna che sono passati solo 2,03 secondi, ma sono incredibilmente lunghi. Poi, un urlo, feroce. La telecamera (gli occhi) si puntano su un moncherino sanguinolento che giace a terra: è il braccio reciso all’altezza del bicipite di Tek-thy, stringe un coltello nella mano. Il samurai asciuga la lama sporca di sangue con un fazzoletto che ha estratto dalla tasca della giacca grigia. La rinfodera. «Signor Matsumoto. Venga.» La sua voce stavolta è imperiosa. Matsumoto (la telecamera) si volta, si lancia contro la finestra. L’inquadratura diviene nera, un urlo del sicario «Nooooo!» Un frantumarsi di vetri. Poi, il volo, lungo. «È reale» dice Tek. Tre minuti, prima che il marciapiede ci venga incontro come un tir a tutta velocità.

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La Stanza 101.
Non so cosa significa. Per Tek, invece, aveva senso.
Capiva tutto, lui.
Cazzo, aveva capito ogni cosa, per questo aveva inviato i suoi ultimi minuti a me.
Affinché anche io capissi.
Chissà cosa cazzo ne avrebbe fatto di Sheeva, la centrale nucleare. Comunque il suo vero intento era quello di vendicare non solo Soy, ma anche tutti gli altri che con Soy erano morti in quella cazzo di bidonville.
Voleva fargliela pagare per lo schifo di mondo in cui viviamo, per lo schifo di mondo in cui solo tre persone erano libere.
E ci sarebbe riuscito, se non lo avessero fatto fuori.
Così le persone libere erano rimaste in due. Come i piccoli indiani della filastrocca.
Krina mi inviò una e-mail. Non si usavano più da decenni, ormai. Retaggio atavico del passato di InterNet. Paradossalmente, erano molto più sicure dei collegamenti vocali.
Diceva che si sarebbe nascosta e non si sarebbe collegata più alla Net. Non voleva morire.
Purtroppo non ce l’ha fatta.
Collegarsi alla Net, prima che un bisogno, è una necessità.
È come una droga, la Droga Perfetta.
E gli stessi produttori ne erano assuefatti. Anche loro, oltre che i consumatori, sono tutti fottuti stronzi Net-dipendenti.
«La Net sei tu.»
Krina non resistette più di diciassette ore, poverina.
Era ridotta malissimo quando, in un paesino della Norvegia assediato dai ghiacci e dalle nevi peren-ni, avevano fatto irruzione nella sua casupola di legno. Si era collegata per pochi secondi ad un netnews, aspettandosi di sentire che mi avevano trovato e fatto fuori.
Fortunatamente si accorse subito degli uomini della polizia che circondavano l’abitazione e fece in tempo a fuggire. Non volle uccidersi fino alla fine.
La trovarono in un bosco di conifere, semisommersa dalla neve. Morta per assideramento.
Povera, Krina.
Ecco come sono rimasto solo. L’ultimo piccolo indiano.
Presto, però, non lo sarò più.

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Settore K-32.01
Una strada, simile a tante altre. Anonima. Gente anonima che cammina indaffarata, molti con gli occhiali da sole («per chi non può permettersi le nanomatrici retiniche» come dice lo slogan). Tutti collegati alla Net. Uno spacciatore vende psicosomatici e anfetamine all’angolo. Poi, appare un gruppo di uomini vestiti completamente di nero. Reggono delle borse Adidas, nere anch’esse. Sembrano molto pesanti. Entrano in un edificio dai muri coperti di graffiti.

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Eccoli. Sono arrivati.
Vi sembrerà assurdo ma io non so dove abito.
Dove vivo.
So che mi trovo in una stanza, un bunker, tre metri per due. Murato vivo.
Ma dove sia questo anfratto non ne ho la più pallida fottuta idea.
Potrei essere in Antartide, come in Somalia, nella New York invasa dai ratti mannari o persino in Guatemala. Cittadina, megalopoli, villa in campagna, nella foresta equatoriale. Non so nemmeno se sono in un condominio o dietro il cesso del Presidente della Net (sai che strizza gli prenderebbe!)
O meglio, forse adesso lo scoprirò.

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K-33.05
Gli uomini entrano nel condominio. Sono in otto. Il portiere, un grassone con la maglia sporca di sugo, si alza sulla sedia e sembra apostrofarli oltre il vetro antiproiettile della sua cabina. Uno dei sei tira fuori un fucile dalla borsa che ha sulla spalla e fa fuoco senza preavviso. Il vetro esplode in mille frammenti, così come la testa dell’uomo. Poi, il gruppetto in nero esce fuori campo.

K-32.06
Quattro di loro prendono l’unico ascensore, sporco come un letamaio. Due si avviano su per le scale. Gli altri due scendono nel sottoscala.

K-32.47
I due del sottoscala arrancano lentamente nel buio. Si sentono solo i rumori. Probabilmente hanno delle nanomatrici retiniche per la moltiplicazione della luminosità che permette loro di vedere al buio.

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Se hanno delle nanomatrici allora sono collegati alla Net, un canale privato.
Basta… immaginare!

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La stanza è illuminata da una luminescenza verde acqua. La telecamera (gli occhi del sicario) sono attenti a ogni particolare. Cercano al buio, a lungo. Poi una voce: «L’ho trovata, Harry.» Gli occhi (la telecamera) si voltano verso il compagno che indica un display incassato nel muro. Vi si avvicina ed estrae uno spinotto. Una estremità la collega all’out che ha dietro al collo, l’altro in un forellino sul display. Qualche centesimo di secondo, poi una scritta luminosa come fuoco: CONNECTED.

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Passo falso, straniero!
Eccovi un po’ di net-surf, amici!
Immagina che…

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L’uomo inquadrato, sempre al buio, è luminoso come un piccolo sole ardente. «C’è qualcosa che non va, Fred.» dice. «Cosa?» risponde una voce fuori campo, la voce degli occhi (telecamere) da cui osserviamo. «Non so.» risponde l’altro. Poi, la scritta sul display cambia: ARGH! E una frazione di secondo dopo il corpo di Harry viene scosso da tremiti. Scintille argentate (stelle cadenti nel visore a raggi infrarossi) sprizzano dalla base del suo collo. La telecamera (Fred) si volta e comincia a correre via, ma l’esplosione la raggiunge lo stesso. Tutto torna buio.

K-32.19
I due che usano le scale sono arrivati al quinto piano, ma non si fermano.

K-32.08
Nell’ascensore i quattro fissano immobili le porte chiuse e il tipico specchio sudicio di ogni ascen-sore. Un cicaleccio li scuote un poco. Uno di loro porta una mano verso la testa e preme un pulsante invisibile sotto la lente degli occhiali da sole. Una voce metallica si diffonde. «Attenzione, siamo stati scoperti, abbandonate immediatamente l’ascens…» La luce nella cabina si spegne improvvisamente, poi si blocca completamente. Gli uomini, al buio, stanno immobili. Aspettano. Dieci secondi (si sente uno di loro che li sussurra tra i denti). Poi si adoperano per tentare di salvarsi. Troppo tardi. La cabina, come se il cavo fosse stato tagliato, improvvisamente cade. L’accelerazione è irreale. I corpi dei quattro uomini in nero vengono sbattuti contro le pareti di metallo. Lo specchio va in frantumi durante lo schianto.

K-37.21
I due delle scale sentono il fragore dell’ascensore che si distrugge nel cuore del cemento del palazzo e capiscono che sono soli. Cominciano a correre. Escono dall’inquadratura mentre si erpicano sui gradini con agili falcate.

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Piaciuto lo spettacolo?
Potere dell’Immaginazione. Sono o non sono un Surfer?
L’ultimo Surfer.
Ma tra poco mi prenderanno, anzi, sono già qui.
Quello è solo un diversivo.
Ce ne sono a bizzeffe nei canali governativi della Net.

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Un blocco di cemento si erge all’ultimo piano della Tour Eiffel, a Lione dopo che i Giacobini hanno creato la Nuova Comune di Parigi, indipendente dal resto della Repubblica Francese. Sei elicotteri volteggiano nel cielo, i riflettori puntati contro. Una squadra di guardie francesi con la coccarda bianca rossa e blu si appresta ad aprire la scatola come un enorme pacco di Natale.

Un gruppo di sommozzatori sta tagliando con una sega a denti diamantiferi un blocco di cemento enorme da cui vengono fuori strani cavi, a ventimila metri di profondità sotto il permafrost del Mare Antartico. Un pesce bizzarro passa accanto alla telecamera.

Il Presidente della Net si abbassa i pantaloni e le mutande. Si siede sulla tavoletta del bagno, immenso, di casa sua. Apre l’ultimo numero di Penthouse e si gusta con piacere il mega poster di una biondona con il seno rifatto. Poi, si accorge di un filo sottile sottile che viene fuori da una piastrella e che serpeggia fino allo specchio con la cornice dorata, regalo del Santo Padre. Lo segue fino all’ingresso nel muro. Toglie con poca fatica una piastrella smossa e vede una parete di cemento. Comincia a gridare. «Eureka! Eureka!»

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Visto?
Cercano sempre me.
Solo me.
Mi cercano ovunque, in ogni zona del Mondo e non smetteranno di farlo, finché non avranno distrutto ogni blocco di cemento esistente.
Basta che io pensi di trovarmi in un determinato luogo e loro, paf!, ricevono dalla Net la segnalazione e l’ordine di cercarmi lì, sempre in un blocco di cemento, in cui io sopravvivo nella mia solitudine.
Cogito ergo est!
Lì/qui rimarrò per sempre.
Ovunque e in nessun luogo.
(Delle volte penso di non esistere affatto, ma poi mi dico: se penso esisto!)
Finché non mi troveranno.
E, lo sento, ci riusciranno. Prima o poi.
Ma troveranno un cadavere, forse putrefatto, chissà… oppure sarò ancora vivo?
Eccoli.
Percepisco delle vibrazioni nel cemento. Lievissime, lievissime: una sega diamantifera, un missile teleguidato, un laser, un tirannosauro clonato che scacazza sulla mia culla-tomba, un treno della metropolitana di Londra che sfreccia qui vicino?
Chi lo sa!
Stanno già tagliando il cemento che finalmente mi libererà della mia libertà?
Non posso saperlo.
Questa è la Stanza 101.
È qui che quel samurai voleva che Tek lo portasse.
L’ultimo posto libero, in cui puoi immaginare che 2+2 fa 5 ed effettivamente 2+2=5!
Qui nel mio bunker.
Nel nulla.
Qui dove mi ucciderò, andando in stand-by. (Se penso di non esistere, se immagino di non esistere, allora morirò?)
Qui dove sono libero di essere libero, seppur schiavo della Net (fottuta droga dei nostri tempi).
Qui dove ho scritto/pensato/immaginato a qualcuno.
Qualcuno che non so se leggerà mai questa e-mail.
Qualcuno che potrebbe non esistere affatto.
Oppure esistere perché io lo penso.
(mi sento ubriaco, ma non ho bevuto neppure un bicchiere di quel buon barilozzo di Amontillado)
E il Mondo, là fuori, esiste?
O sono forse io che lo faccio esistere?
È per questo che mi cercano?
No.
È reale, ha detto Tek prima di morire.
Ma cosa?
Tek l’aveva capito. (Stanza 101)
Sono stato io a metterli sulle sue tracce, aveva capito anche questo.
Io avevo suggerito loro di cercare le frequenze del cervello, io avevo dato le frequenze di tutti i miei compagni, io li ho traditi… immaginando di tradirli! Facile, no. Quasi un gioco letterario…
(Non c’è posto per Dio su questo Mondo?)
Adesso.
Sono vicini.
Mi hanno trovato, li sento.
Immagino di sentirli.
Lo stand-by dura cinque minuti, poi ciao ciao.
Morirò prima io o riusciranno ad entrare qui dentro e salvarmi?
Spero di farcela.
Ma prima
Immaginate che…

- NO OUT -

- NO OUT -

- NO OUT -

- NO OUT -

- NO OUT -

- NO OUT -

(fine)

Davide Di Candia

 
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