Racconto
   



Al tuo posto,
essere umano!
Roberto Furlani

 

Al tuo posto, essere umano!

I bovini brucavano l’erba in modo pigro ma metodico, al centro della grande radura, quasi volessero assicurarsi di stare il più lontano possibile dal Muro. Ruminavano come assonnati sotto lo sguardo attento di Keith, il pastore che si occupava di quel bestiame da sempre.
Era l’unica cosa che sapesse fare, ed indiscutibilmente l’allevamento rappresentava lo scopo della sua esistenza e la sua funzione all’interno del Grande Sistema, qualunque cosa fosse.
Capitava piuttosto di frequente che si mettesse a parlare con le sue apatiche mucche, pur essendosi accertato anni prima della loro totale incapacità di capirlo.
Eppure gli veniva naturale farlo, perché se era in grado di mettere assieme delle parole per formare delle frasi doveva pur esserci un motivo e sarebbe stato stupido non sfruttare la sua dote, così straordinaria ed esclusiva.
Fino al compimento del suo settimo anno d'età, Keith parlava con una creatura molto diversa dai bovini, una figura alta ma esile, che camminava eretta sugli arti inferiori, di nome Mamma.
Come lui quella creatura era in grado di usare a pieno le mani: era stata lei a metterlo in guardia dal Muro e a insegnargli tutti i trucchi dell’allevamento, compreso l’utilizzo dell’Autostrada.
Poi, quando Keith compì sette anni, Mamma sparì dalla sua vita e lui non ebbe mai più occasione di parlare con qualcuno capace di comprendere le sue frasi.
A quanto pareva loro due erano le uniche entità del Creato con l’uso della parola, ed ora che Mamma non c’era più la risorsa di Keith era inutile, un vero e proprio spreco.
Così, spesso, il pastore improvvisava lunghi, inascoltati monologhi per i suoi bovini, ignari spettatori per i quali ogni lettera pronunciata da Keith era solo un suono privo di significato.
Continuava a parlare, come fosse qualcosa di connaturato in lui da sempre, da prima che nascesse, da milioni di anni. Un riflesso istintivo, insito nella sua essenza come poteva essere per i vitelli rigurgitare l’erba prima di consumarla definitivamente.
L’uomo non aveva mai pensato che dedicare la propria esistenza all’allevamento fosse noioso, perché non aveva mai conosciuto alternative. Ed in fondo perché avrebbe dovuto cercare dei diversivi, delle altre cose da fare, quando a tutte le sue necessità provvedevano i Messaggeri?
Aveva bisogno di caffè, di un abito nuovo, di un altro secchio per contenere il latte delle sue mucche? Bastava salire sull’Autostrada, correre a velocità inverosimile ma straordinariamente possibile e andare nelle zone giuste a farne richiesta.
Dopodiché i Messaggeri, entità basse e lucenti, incapaci di parlare ma dotate di un’intelligenza senz’altro più sofisticata di quella dei bovini, sarebbero arrivati con tutto l’occorrente.
Keith era convinto che i Messaggeri provenissero dal Cielo, incaricati dagli Dei di portargli il materiale da lui voluto nel giro di breve tempo.
Già, proprio così. I Messaggeri dovevano provenire da quel Cielo, così sconfinato, libero dal Muro tanto temuto da Keith e dai suoi animali.
Una volta il pastore aveva visto uno dei suoi vitelli sfiorare con il capo il Muro, lo aveva visto morire folgorato, in preda alle convulsioni e alla sofferenza, ed in quell’istante aveva capito come stavano le cose: il mondo finiva ai lati del Muro, il recinto che lo racchiudeva nella sua totalità. E poi c’era il Cielo, naturalmente, da cui scendevano i Messaggeri con tutto ciò che gli serviva.
Un evento curioso fu quando Keith decise di tenere per sé una certa quantità del latte da lui munto invece di darlo ai Messaggeri in cambio di altre utilità, e di manipolarlo un po’. Non aveva idea del perché lo facesse, forse era intuito o magari soltanto la ricerca di qualcosa di nuovo con cui condire le proprie giornate, però il risultato fu sorprendente.
Dopo qualche tempo di elaborazioni e sperimentazioni il suo latte si trasformò in qualcosa dalla vaga ma eccezionale somiglianza al formaggio che di consueto domandava ai cigli dell’Autostrada, e allora gli venne il dubbio: e se gli Dei manipolassero il latte per ottenere tutti gli altri beni? Davvero dal latte si poteva ottenere il formaggio? E se dal latte si fossero potute avere anche un paio di scarpe?
In fretta Keith decise di abbandonare queste riflessioni ed i suoi stupidi esperimenti: in cuor suo sentiva di aver fatto qualcosa di sbagliato, di aver cercato di sapere più di quanto gli fosse concesso e si rendeva conto dell’inutilità di comportarsi così. Non poteva permettersi di sfidare gli Dei, non aveva alcun senso.
Se erano così potenti da creare il mondo e da trasformare il latte in qualsiasi altra cosa sarebbe stata una partita persa in partenza, era molto meglio evitare di irritarli e soggiacere alla loro volontà come aveva sempre fatto, senza porsi troppe domande.

Prima di infilarsi il casco Keith si premurò di richiudere l’intero bestiame nel recinto: non gli andava proprio di tornare dall’Autostrada e trovare qualche prezioso manzo disperso ai confini del mondo o magari addirittura abbrustolito contro il Muro.
Anni prima, quando era ancora piccolo, quando viveva con Mamma, Keith riusciva a trovare l’Autostrada emozionante, quasi divertente; ora la trovava soltanto una frustrante abitudine.
Infilarsi in testa il casco, volare attraverso un mondo fittizio di diramazioni tentacolari per giungere ad uno degli infiniti sportelli digitali posti ai lati dell’Autostrada era ormai una routine, una routine fastidiosa tra l’altro, perché perdere la concentrazione poteva voler significare chilometri inutili per diversi minuti a velocità supersonica.
“Forza” si disse Keith, con un sospiro “andiamo a prendere le coperte!”
Si ritrovò di nuovo su quella piovra elettronica e non potè non provare un lieve senso di nausea, il solito lieve senso di nausea, come avrebbe potuto avvertirne davanti ad un pezzo di baccalà dopo aver mangiato del baccalà ogni giorno della sua vita per decenni. Era abituato a salire sull’Autostrada, ma ciò non implicava che si sentisse a suo agio nel farlo.
Dopo un ulteriore sospiro, quasi una sorta di rito di autoincoraggiamento, cominciò a correre, veloce, sempre più veloce: ai suoi fianchi scorrevano rapidi innumerevoli sportelli arancio fosforescente con le relative insegne che spuntavano da un surrogato elettronico del Muro.
Proprio così, ai bordi dell’Autostrada si ergeva qualcosa di molto simile al Muro, altrettanto nero, altrettanto inquietante, altrettanto invalicabile. Con la differenza che dal Muro, quello vero, non spuntavano gli sportelli.
Miliardi di insegne correvano di fianco a lui con verso opposto: “aromi”, “tabacchi”, “fai da te”, “liquori”…
Scritte che gli balenavano alla testa in un istante e l’istante dopo erano già smarrite, dimenticate, inesistenti.
L’Autostrada si suddivise in otto corsie e Keith scelse la settima, poi ci fu un’altra separazione in cinque nuove corsie tra le quali il pastore optò per la terza: ormai sapeva bene dove si trovava lo sportello degli arredamenti.
Però man mano che procedeva, stranamente, la nausea da sempre discreta compagna di viaggio cominciava a sormontarlo, ad imporsi su di lui.
Non gli era mai successo prima di non riuscire a controllare quel disgusto, di farsi sopraffare dal consueto brivido oscillante tra l’intestino e lo sterno con cui conviveva ogniqualvolta saliva sull’Autostrada.
Sin dall’inizio la nausea era stata un fastidio normale, qualcosa di spiacevole ma sopportabile; ora le cose stavano diversamente, quel fastidio si stava impossessando di lui e diventando talmente acuto da essere al limite massimo della tollerabilità.
“Maledizione!” urlò Keith dentro la sua testa “Che mi sta succedendo? Non posso fermarmi, lo sportello è troppo vicino ormai.”
Il suo cervello si stava appesantendo e diventando sempre più lento, mentre il corpo sembrava voler muoversi per conto proprio, stanco di aspettare le gocce distillate d’informazioni provenienti da quella scatola cranica troppo lontana ed impenetrabile.
Le insegne sopra gli sportelli avevano smesso di essere parole ed erano diventate interminabili sequenze di simboli impossibili da decifrare; ad una nuova diramazione il cervello non riuscì a seguire la curva e Keith stava andando dritto dritto verso quel simulacro di Muro, magari contro uno degli incontabili sportelli fosforescenti, pronto a ritrovarsi fritto come quel vitello di tanti anni prima.
“È finita!” trovò il tempo di pensare “Sono spacciato.”
Vorticando freneticamente si sfracellò contro quel confine scuro, incapace di impedirlo e di provare qualcosa di diverso da un terrore feroce, ma con sua grande sorpresa non sentì alcun dolore.
Forse arrostendo contro il Muro non si soffriva tanto come aveva immaginato, ci si assopiva senza alcun travaglio e si cessava di esistere quasi senza accorgersene.
Ed invece no, perché lentamente Keith riuscì ad aprire gli occhi e a capire che non era affatto morto. Evidentemente quella cosa contro cui aveva sbattuto era diversa dal Muro, pur nella sua straordinaria somiglianza.
L’impatto non gli aveva procurato ferite d’ogni sorta, l’agonia stava iniziando appena ora, e l’incidente non c’entrava in alcun modo: il corpo era sempre più incontrollabile, la nausea gli usciva dalle viscere fino a traboccargli dalla pelle, i turbini che sino a poco prima andavano su e giù, dal bacino al torace e viceversa, si erano fatti più violenti e l’uomo aveva cominciato a vomitare.
“Ma dove mi trovo?” si chiese in preda agli spasmi.
Era ancora sull’Autostrada sì, ma su un ramo sconosciuto, forse mai visto prima o forse irriconoscibile per gli occhi deliranti di Keith.
Ciò che di sicuro non aveva mai veduto era quella cosa davanti a lui, alta, immobile, estranea ma in qualche maniera familiare.
Era una creatura, diversa dai suoi bovini, più simile a lui e a Mamma. Doveva essere più grossa di Keith, era circondata da una criniera scura ed arruffata, mentre le iridi erano di un bruno quasi opaco.
Il pastore non distolse gli occhi da quella figura, malgrado fosse in balia delle convulsioni le sue pupille rimasero fisse su quelle dello sconosciuto per istanti lunghissimi durante i quali vedeva per la prima volta dopo tanti anni qualcosa che riteneva somigliante a sé, quasi avesse finalmente ritrovato una propria parte mancante.
Proseguì a guardarlo con curiosità e meraviglia senza proferire una singola parola, non distolse gli occhi… Finché il buio tornò ad impadronirsi di loro. Forse stavolta era davvero morto, o magari era solo il Muro che si era ripristinato.
Oppure semplicemente Keith aveva perso i sensi e si sarebbe risvegliato più tardi, circondato da migliaia di sportelli dalle scritte nuovamente comprensibili.

Sollecitate dai primi chiarori dell’alba, le palpebre di Keith si sollevarono. Era disteso sull’erba fresca della rugiada mattutina della radura, i bovini erano ancora nel loro recinto ed il casco era al suo posto: in un modo o nell’altro ce l’aveva fatta ad alzarsi e ad uscire dall’Autostrada.
Poi vide che sull’avambraccio aveva attaccato un cerotto bianco e rettangolare e capì di non essere stato in grado di uscire dall’Autostrada con le proprie forze, ma con tutta probabilità erano intervenuti i Messaggeri. Gli stessi Messaggeri che gli avrebbero in seguito fatto l’iniezione sul braccio, in quanto il suo attacco del giorno precedente non era semplice stanchezza o nausea, bensì un malanno. Non c’erano altre spiegazioni, doveva per forza di cose essere malato di una malattia che non conosceva e non aveva mai saputo di avere.
E c’era ancora una cosa che Keith capì: i Messaggeri, e quindi gli Dei, sapevano del suo incontro con quella creatura a lui simile, lì ai margini dell’Autostrada e ciò non gli andava troppo a genio.
Non sapeva perché, ma provava lo stesso senso d’inadeguatezza e d’illegalità di quando, tempo addietro, aveva prodotto quella strana imitazione di formaggio.
Era solamente una sensazione, ma non gli piaceva affatto.
In un certo qualmodo avrebbe voluto dimenticare la sua scoperta, cancellare per sempre il ricordo dalla sua testa, ma non sarebbe mai riuscito a farlo, aveva visto qualcosa di troppo forte per accantonarlo come un dettaglio inutile. Non era solo, c’erano altri come lui e Mamma, forse i suoi simili erano addirittura più numerosi dei bovini che lui accudiva da sempre, magari l’Autostrada pullulava di viaggiatori alla ricerca di abiti o di cibo, incanalati in rami diversi dal Muro fittizio, verosimil-mente costruito apposta per impedir loro d’incontrarsi.
Ed invece accidentalmente Keith lo aveva scardinato, un suo malore lo aveva portato a violare una legge naturale su cui si reggeva l’intero Grande Sistema.
Era la seconda volta che si cacciava in una situazione del genere, la prima non deliberatamente ma anche, per sfortuna, la prima in cui era stato colto in flagrante dai Messaggeri. Non aveva idea di quanto fosse grave la sua infrazione, a dir il vero non aveva nemmeno la certezza di aver commesso qualcosa di sbagliato, ma sperava che quell’incidente non implicasse seri provvedimenti da parte dei Messaggeri, come l’inibizione dell’utilizzo dell’Autostrada o decisioni di tal tipo.
Keith cercò di non pensarci, si rialzò da terra e andò a liberare il bestiame, intenzionato a rientrare nel suo ruolo, a riprendersi quell’ordinarietà della sua vita dalla quale aveva sempre tratto serenità invece dei guai in cui avrebbe potuto imbarcarsi osando oltraggiare il Cielo e le leggi scritte dagli Dei agli inizi dei tempi.
Aprì il recinto e con tono autoritario impartì ai bovini l’ordine di uscire, al quale gli animali risposero obbedendo con flemma.
Il pastore richiuse il recinto appena fu uscito anche l’ultimo vitello e s’incamminò verso ovest, seguito dalla sua annoiata mandria.
Era una mattinata frizzante, non soleggiata ma nemmeno troppo plumbea, adatta al pascolo: buon segno, poteva significare che in fondo gli Dei non erano tanto di cattivo umore.
D’improvviso Keith intravide all’orizzonte qualcosa che lo scosse, lasciandolo interdetto ed impedendogli di proseguire il cammino. Là, in lontananza, erano distinguibili cinque Messaggeri… Cinque; non ne aveva mai visti tanti assieme in vita sua, neppure quando aveva richiesto dei mobili o degli elettrodomestici piuttosto pesanti. Possibile che fossero venuti da lui in cinque solo per por-targli un paio di coperte?
Ma ciò che lo lasciò allibito fu quella figura ben più alta, circondata dai cinque Messaggeri, come se questi avessero voluto proteggerlo da un eventuale, imminente pericolo.
Quella figura camminava eretta sugli arti inferiori, probabilmente sapeva utilizzare a pieno le mani e non sarebbe stato affatto strano supporla in grado di sfrecciare sull’Autostrada… Proprio come lui, proprio come Mamma, proprio come quel viaggiatore incrociato ai confini dell’Autostrada dopo l’incidente.
Ma c’era qualcosa di diverso nell’entità che si stava avvicinando a passi sostenuti: non aveva un vero e proprio viso, solo una pellicola di una sfumatura di rosso acceso e rilucente dalla quale non spuntavano occhi, né naso, né bocca, né orecchi. Gli abiti sembravano fatti dello stesso materiale del quale sono costituite le nuvole bianche delle giornate serene, ma tra tutta quell’ovatta candida bruciavano spruzzi dello stesso colore della pellicola che sostituiva il volto, quegli spruzzi presenti anche sui lucidi stivali bianchi laccati.
Tuttavia la maggior differenza tra la nuova entità e quella incontrata il giorno prima era rappresentata dal semplice fatto che quel corpo soffice e privo di faccia lì davanti era proprio nella radura di Keith, a dispetto del Muro assassino che affettava il mondo. Forse Keith si trovava al cospetto di qualcuno in grado di neutralizzare il Muro, oppure di un essere superiore sceso dal Cielo, un vero e proprio dio.
I Messaggeri e l’altra misteriosa entità giunsero a pochi metri da lui; Keith fissò quella lucentezza rossa con sbigottimento, si sentiva confuso, perplesso e smarrito. Era ammirato da quello che stava vedendo, non poteva negarlo, ma contemporaneamente era pervaso da una forte sensazione di sconvolgimento: in poche ore la sua visione del mondo, del Grande Sistema e dell’intero Creato era bruscamente mutata, e stava ancora subendo cambiamenti, minuto dopo minuto.
- Chi sei? - chiese Keith in un sussurro, senza illudersi di ricevere una risposta.
- Dio Cremisi, uomo. - lo stupì l’altro con una voce baritonale che sembrava provenire dalle interiora della terra.
“Un dio.” riflettè il pastore, sorpreso ed intimorito “Per lui non c’è differenza tra attraversare il Muro o l’erba di questa radura. Eppure…”
- Sei stupefatto, vero? - domandò la divinità anticipando i pensieri di Keith – Ti lascia di sasso scoprire che io sia tanto simile a te, che parli e mi muova come te. Non riesci ad accettare l’idea che questa maschera celi un volto proprio come il tuo, ho ragione, uomo? -
- Perché? - chiese il pastore ignorando il tono provocatorio dell’altro – Perché proprio ora devo venire a sapere che gli Dei sono miei simili? Ed in quanti siamo, in realtà? -
- Una cosa per volta. - replicò Dio Cremisi, ma nella sua voce non c’era una goccia d’irritazione. – Molto prima che io e te nascessimo non esisteva il Muro, e neanche l’Autostrada. La gente come noi viveva assieme, interagiva e si relazionava allo stesso modo delle tue bestie, con delle sostanziali differenze. - fece una breve pausa, sufficiente per far capire a Keith di stare per venire a conoscenza della verità, quella verità alla quale aveva deciso di rinunciare da tempo, da quando (anni prima) era andato vicino a creare il formaggio lavorando il latte.
- Guarda le tue mucche tranquille. Riesci a immaginarle feroci, desiderose di sopraffarsi a vicenda, o morire una dopo l’altra per delle malattie infettive repentine ed inguaribili? -
Il pastore diede istintivamente un’occhiata al bestiame, colmo di costernazione. L’idea dei bovini smaniosi di farsi vicendevolmente del male era illogica, insensata, contro natura, perché una circostanza del genere avrebbe potuto solamente nuocere alla mandria, senza fruttare profitti per alcuno. Keith temette di non riuscire a seguire i ragionamenti del suo interlocutore e stette per dirglielo, ma si accorse che la pausa era già terminata e Dio Cremisi aveva ricominciato a parlare.
- Guerre, carestie, sovrappopolazione, epidemie, droga, terrorismo, odio razziale, disoccupazione, schiavitù od olocausto ambientale ti possono risultare soltanto delle parole messe in croce senza un vero e proprio significato, ma ti garantisco che prima del nuovo inizio erano i nomi di piaghe sociali insopportabili, motivi di sofferenza per i nostri simili. Poi tutto è cambiato, l’erezione del Muro e la costruzione dell’Autostrada hanno risolto tutti i problemi che ti ho citato, secondo un principio assolutamente ovvio: eliminando la società si cancellano spontaneamente i drammi sociali di qualunque tipo ad essa connessi. Fu così che scomparvero i conflitti, il disadattamento e le usurpazioni. Grazie al controllo delle nascite (per forza di cose “in provetta”) l’umanità passò dall’eccessivo numero di oltre otto miliardi di unità al molto più adeguato di cinque miliardi scarsi, con dei benefici per il pianeta, da ogni… -
- Miliardi. - gli fece eco Keith con aria interrogativa. Dio Cremisi emise un suono simile ad una risata.
- A quanto pare non riesci a stimare un numero così elevato, uomo. - constatò divertito. Con un ampio gesto della mano indicò il suolo e spiegò con naturalezza: - Per darti un’idea di quanti esseri umani popolino il mondo potrei dirti approssimativamente che ce n’è uno per ogni filo d’erba del tuo prato. -
Quelle parole furono come la rumorosa vibrazione di un grosso gong accanto al timpano di Keith dopo il colpo di un martello d’acciaio; il pastore era stordito e si sentiva vacillare. Non era come gli era capitato il giorno prima durante l’incidente, questa volta si sentiva barcollare, avvertiva i propri sensi venir meno, ma la nausea era del tutto assente. Un suo simile per ogni filo d’erba della radura? Ciò voleva dire che dell’Autostrada (della quale era stato convinto di conoscere ogni corsia, ogni curva, ogni incrocio e ogni sportello) aveva visto solamente una parte infinitesimale.
Tra un falso Muro e l’altro c’erano tanti come lui a solcare l’Autostrada, tanti; erano in quantità talmente enorme da rendere assurdo il tentativo di contarli, e nessuno di loro sapeva dell’esistenza degli altri. Non si erano mai visti e probabilmente non si sarebbero visti mai: il loro destino era quello di rimanere isolati per sempre, ignari della presenza della moltitudine di (come li aveva chiamati Dio Cremisi) uomini dall’altra parte del Muro.
- Neanche cinque miliardi d’individui. - proseguì la divinità con una forte impronta di soddisfazione, mentre Keith era assalito dallo stordimento e dall’angoscia – E ognuno di loro con un proprio ruolo, una propria collocazione all’interno del Grande Sistema. Non ci sono più disoccupati, emarginati, depressi o scarti umani, chiunque ormai riesce a vivere con dignità ed orgoglio. Quell’Autostrada che usi ogni giorno e quel Muro a cui temi d’avvicinarti, uomo, hanno eliminato il peccato originale; l’odio, la rabbia e altri sentimenti negativi simili sono stati dissolti definitivamente quando, duecento anni fa, è stato dato inizio al nuovo corso. -
Duecento anni! Erano già due secoli che gli uomini vivevano ignorando le reciproche esistenze, che erano abitanti di un mondo costruito, artefatto, fittizio. Riusciva a comprendere le nuove, bombardanti e sconvolgenti notizie dategli dal dio, ma accettarle, farle proprie ad ogni strato di coscienza era troppo per le sue forze. Ad ogni minuto si sentiva sempre più frastornato, nulla era come aveva creduto sino ad allora, o meglio tutto l’universo attorno a lui aveva cominciato a cambiare quando non ce l’aveva fatta a curvare su quel maledetto tratto d’Autostrada.
- Ed io?- chiese il pastore cercando di riprendersi – In che modo c’entro con tutto questo? Perché dovevo sapere la verità? -
- Tu hai rischiato di distruggere la pace e l’equilibrio di due secoli di storia, uomo. - rispose Dio Cremesi, quasi fosse una spiegazione sufficiente. Anche questa volta il suo tono non era affatto irritato; semmai nella sua voce si poteva cogliere una sottile vena di rimprovero.
- Non l’ho fatto apposta. - si giustificò Keith, contrariato – Mi sono sentito male. -
- Lo so. - convenne Dio Cremesi – Ma ciò non cambia le cose. Per un tuo malore il mondo sarebbe potuto ricadere nell’oblio, nel caos della guerra, dell’odio e del peccato. Capirai perfettamente che noi non possiamo permetterlo se vogliamo preservare l’umanità dal dolore. Magari non l’ammetterai, ma sicuramente dopo aver incontrato un uomo sull’Autostrada prima o poi faresti di tutto per rivederlo, per avere un nuovo contatto. Forse non subito, forse tra qualche anno, ma lo faresti, in quanto l’uomo è un essere originariamente sociale e sovvertire i dogmi della natura è pressoché impossibile. -
La schiena di Keith venne percorsa da un brivido gelido. – Volete cancellare i miei ricordi? - balbettò con le labbra umide che tremavano.
Dio Cremesi scosse la testa con decisione – No. - rispose, asciutto – La cancellazione dei tuoi ricordi potrebbe non bastare, il desiderio di scavalcare il Muro potrebbe esser entrato in te oltre il livello del conscio e ciò potrebbe essere ancora più pericoloso dello stesso desiderio motivato dalla consapevolezza della verità. -
La divinità sostò, lasciò cadere un silenzio più pesante dell’atmosfera prima di un forte temporale, poi estrasse qualcosa da una tasca nascosta dai bioccoli dell’immacolato vestito – Tu hai messo in pericolo la stabilità del Grande Sistema, uscendo dal tuo ruolo, andando oltre i tuoi limiti, ed io sono qui per rimettere le cose secondo il giusto ordine. - ribadì con un’inedita severità.
Sollevò quell’enigmatico oggetto e disse, sprezzante: - Al tuo posto, essere umano! -
Quell’oggetto che Dio Cremesi teneva nella mano, proprio puntato verso il pastore era strano: era piccolo, con due protuberanze circolari a malapena visibili e aveva lo stesso grigiore lucente dei Messaggeri. Ma soprattutto quella fu l’ultima cosa che Keith vide in vita sua.

Ai piedi del colossale tempio dalle enormi colonne marmoree screziate d’oro, Dio Cremisi era giunto con l’andatura fiera e al tempo stesso tranquilla di chi aveva appena salvato quel Cielo immenso. C’era qualcuno che lo aveva aspettato sino ad allora, vestito di abiti che sembravano fatti dello stesso materiale delle nuvole delle giornate serene, ma delle macchie dorate riecheggiavano il colore della pellicola posata sulla faccia invisibile.
- Era proprio necessario occupartene di persona? - chiese Dio Oro in tono inquisitorio.
- No, non era necessario. - rispose Dio Cremisi, risoluto – Ma dovevo togliermi la soddisfazione di uccidere con le mie mani chi aveva rischiato di distruggere tutto. -
- L’individuo AZ708L-pastore-Egitto chiamato Keith ha accidentalmente incontrato l’individuo BX044T-fabbro-Bielorussia chiamato Boris nel tratto 284 dell’ottantatreesimo distretto dell’Autostrada. - constatò Dio Oro, quasi fosse sovrappensiero – L’altro è ancora vivo?-
- Se ne sta occupando in questo momento Dio Cobalto. - replicò compiaciuto Dio Cremisi – Anche lui di persona. -
- E sarà sufficiente? L’Autostrada è stata perforata e squarciata in un’infinitesima frazione di secondo da un semplice pastore, come se le pareti ai bordi delle corsie fossero state di carta velina. Come possiamo essere certi che non riaccadrà un episodio simile? -
- Non possiamo. Però non possiamo neanche mettere in discussione una struttura che ha retto senza difficoltà a duecento anni di storia. -
- Non necessariamente ciò che ha funzionato fino ad oggi funzionerà anche domani. Se invece dell’Autostrada avessimo fornito gli esseri umani di personal computer standard come quelli della fine del ventesimo secolo, ora non ci saremmo trovati in questa situazione imbarazzante, almeno quei tizi laggiù non si sarebbero visti.
-
- Sul fatto che le cose sarebbero diverse sono d’accordo. - fece Dio Cremisi, caustico – Perché se avessimo usato quel tipo di rete il Cielo sarebbe crollato una settimana dopo la sua istituzione. Sarebbe bastato che un essere umano riuscisse a trasmettere un carattere a qualcun altro casualmente capace di rispondere. Nulla sarebbe potuto esserre più pericoloso per il mondo e per noi di un pannello di controllo nelle mani degli uomini, questo lo sappiamo da due secoli. -
- Lo so. - sbuffò l’altro, sapendo già dove voleva arrivare il suo interlocutore – La storia della “psicologia del cavallo”. Me l’hanno inculcata fin da prima della mia iniziazione, così come si fa con tutte le divinità, potrei recitare a memoria le lezioni che mi sono sorbito. - Dio Oro si schiarì la voce, poi proseguì – Ma in sostanza quella teoria sostiene che un uomo con un pannello di controllo sotto le dita è capace di sviluppare una grande apertura mentale grazie alla gamma di menù opzionali da scegliere in condizioni di stasi, viceversa chi corre sull’Autostrada è come un cavallo con i paraocchi, in grado di vedere solo davanti a sé, inconsapevole dell’ambiente intorno a lui. Con l’unica variante che sull’Autostrada la corsa si svolge a qualcosa come centomila chilometri al secondo. -
- Esatto.- convenne Dio Cremisi con soddisfazione – E che per passare da una corsia all’altra dell’Autostrada bisogna andare incontro a certi sporadici punti delle pareti limitatrici, con una determinata velocità ed un determinato momento angolare. Più o meno la stessa probabilità di indovinare una password di cinque caratteri. -
- Però quel pastore ha oltrepassato quella dannata corsia, a dispetto delle statistiche. -
- Un caso fortuito. - sdrammatizzò Dio Cremisi – Un’unica disfunzione in duecento anni. -
- Sbagliato. - rispose Dio Oro con voce dura – Le disfunzioni sono due. Come definire altrimenti la crisi epilettica di quell’uomo? Non ci vantavamo di essere riusciti a sconfiggere le sofferenze derivanti da quel tipo di malattie?
Dio Cremisi si strinse nelle spalle, avvilito dal pessimismo dell’altro. – È vero. - disse alla fine – Una crisi epilettica sull’Autostrada è stato un increscioso caso isolato che non si ripeterà. Ma anche ammesso che le disfunzioni siano state due ora tutto è sistemato ed il Cielo è indenne. Non c’è niente di cui preoccuparsi: in ogni tempo ed in ogni sistema ci sono stati degli imprevisti, delle oscillazioni e anche dei malfunzionamenti, ed i sistemi in grado di autocorreggersi, di aggiustare il tiro sono sopravvissuti. È quello che abbiamo appena fatto noi, abbiamo fatto fronte al problema e abbiamo ristabilito la normalità. In futuro forse capiteranno altre piccole increspature, ed allora saremo di nuovo pronti a regolare la situazione. -
Dio Oro reclinò il capo e tacque, assorto. – Forse è così. - disse non troppo convinto dopo un po’, in un sospiro – Forse mi sto preoccupando per nulla. -
Già, e come poteva essere diversamente? Cosa c’era da temere? In fin dei conti erano state loro, le divinità, a plasmare il mondo ed il Cielo, quel mondo e quel Cielo ideati tanto tempo prima dai loro padri. Non sarebbero certo bastati due banali incidenti per sgretolare il Creato e per mettere in pericolo gli Dei onnipotenti ed onniscenti.
Eppure, per quanto fossero onnipotenti e onniscenti c’era qualcosa che non sapevano: sotto l’abisso che separava il Cielo dal mondo, in quel momento, attraverso il Muro che divideva le corsie dell’Autostrada, milioni di occhi si stavano guardando, sorpresi e curiosi, per la prima volta.

Roberto Furlani

(fine)

pubblicato sul n. 5 della rivista Fondazione.

 
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