Racconti    


 

Ho visitato un cimitero di Alieni

Sono giunti sulla Terra sei mesi fa, ultimi tra le razze aliene che hanno visitato il nostro pianeta, e non li ho mai considerati troppo. Il loro volto allungato, la loro pelle scura con venature bluastre, i loro occhi bianchi, che si colorano di rosso quando mettono a fuoco, mi ricordano troppo e troppo bene i libri e i racconti della cosiddetta fantascienza di duecento anni or sono.
Quindi, tra tutti, fui il più stupito nel momento in cui il capitano Farrell, del dipartimento affari alieni, mi chiamò per un compito delicato. “Dobbiamo riportare un palle di fuoco sul suo pianeta, Bob…E’ schiattato nel quartiere latino di San Francisco mentre scopava con una puttana cibernetica…”. “Palle di fuoco” era il nomignolo che davamo (o che forse si dà ancora…) ai Burn, i nostri amici alieni, alludendo alla loro caratteristica di arrossare le orbite oculari. “Perché mai qualcuno lo deve accompagnare, è morto?”, dissi io con il cinismo da quattro soldi che mi ha sempre contraddistinto. “E’ un popolo strano, il loro ambasciatore ci ha chiesto qualcuno che accompagni l’alieno e non lo lasci mai per tutta la durata del viaggio…”, mi rispose il mio superiore. “Ma perché io?”. “Oh bella! Perché ti abbiamo estratto, mio caro Bob…Perché ti abbiamo estratto…”, mi rispose Farrell con il suo solito ghigno, quello sì, veramente alieno.
Lo andai a prendere direttamente all’obitorio. Giaceva in una grande camera di stasi che conservava il suo corpo in modo perfetto, impedendo che andasse in putrefazione. Come mi spiegò il patologo, avevano ricevuto precisissimi dettagli per la conservazione della salma direttamente dall’ambasciatore Burn sulla Terra, che si era raccomandato, inoltre, di lasciare il corpo del tutto privo di vestiti e di cospargerlo con una strana sostanza gelatinosa, invisibile dopo l’uso, che avrebbe contribuito alla conservazione. Quando me lo trovai di fronte lo guardai a lungo come a cercare di scoprire cosa fosse stato e cosa in parte era rimasto di lui e della sua vita. Si chiamava Curto, così appariva dai documenti, Curto Obsonanto, un nome alquanto ridicolo, per un essere alto almeno due metri, con spalle poderose e mani imponenti ognuna delle quali sfoggiava sette lunghe dita nodose. Eppure, Curto era il suo nome e così lo chiamai, anche se era alquanto improbabile che mi potesse in qualche modo rispondere.
Sbrigai i documenti di rito in meno di mezz’ora, del resto a chi poteva importare di un cadavere di un essere di un altro mondo, nudo come un verme e con un nome ridicolo come Curto? Me lo caricai in un furgone a levitazione magnetica che il dipartimento affari alieni mi aveva gentilmente messo a disposizione e, insieme a due uomini di scorta (ma cosa dovevano poi scortare…), mi recai verso lo spazioporto. Qui mi attendeva la Soleil, un cargo interstellare di classe cinque, dalla sorprendente velocità di due volte luce (velocità virtuale, si capisce…), che ci avrebbe condotto su Burn in meno di una decina di giorni, ora più ora meno (o forse dovrei dire mese più, mese meno)…La cosa che però mi aveva sempre fatto odiare la Soleil (oltre il suo fottuto nome francese…), era la totale mancanza di privacy e di intimità…L’avevo utilizzata già tre volte per gli affari del dipartimento, per un totale di quasi cinquanta giorni di viaggio, ero rimasto da solo poco più di un’ora in tutto, in concomitanza delle mie visite al cesso…Comunque, proprio per Burn le cose si misero subito bene: nessuno voleva andare in quello schifo di pianeta e questo mi dava la sicurezza di viaggiare in tutta tranquillità…Almeno, così credevo.
Fu subito chiaro, però, che il capitano del cargo, Pier Lavelle, aveva preso alla lettera le direttive del dipartimento e aveva piazzato dentro la mia cabina anche la bara con l’alieno. No che la cosa mi impressionasse, in fin dei conti era bello che morto; ma avevo passato gli ultimi ventidue anni della mia vita con quel cadavere di mia moglie, passare un'altra ora in più con una salma, non era certo una delle mie più alte aspettative…Non ebbi, però, alcuna scelta e mi ritrovai, già dalla prima sera, a dividere il “letto”, con “palle di fuoco” o ciò che ne restava. Il viaggio, comunque, proseguì abbastanza bene, il cuoco era francese come tutto il resto della nave, e questo era l’unico vantaggio che la Soleil aveva oltre una discreta scorta di vino di Aldebaran, ma questa è un’altra storia. Così, mangiavo e andavo a dormire, mi svegliavo e andavo a mangiare e, saltuariamente, trovavo anche il tempo per scherzare con l’unica donna della ciurma, tale Dorise Formentin, un’italofrancese tutta pepe che mi stuzzicava non poco, ma che certo non potevo invitare nel mio alloggio per via quel dannato Burn che avevo sempre tra i piedi…
All’alba del sedicesimo giorno (eravamo stati fermi quasi 48 ore nei pressi della cintura di Denorius per un guasto alla propulsione iperluce…) giungemmo nel sistema d’origine di “palle di fuoco”, il mio Curto o come diavolo si chiamava. Fui subito messo a mio agio da un allampanato signore che parlava uno stentato inglese, i suoi modi e le sue parole mi convinsero che doveva essere il corrispettivo burniano di un becchino. Mi informò che la mia dedizione al morto era stata molto apprezzata dai parenti di Obsonanto, il quale, mi parve di capire, ricopriva una carica molto importante presso la sua gente. Lo ringraziai con la dovuta cortesia e l’informai che sarei ripartito per la terra da lì a un paio d’ore.
“Ma questo possibile non è per via di usanza in pianeta questo…”, mi disse l’alieno.
“Cosa?”, chiesi, facendo finta di non aver capito.
“Restare lei deve con morto Curto Obsonanto per un giorno minimo che massimo sono tre giorni dei vostri giorni…”.
“Dio Santo!”, mormorai.
Il becchino, sentendo pronunciare la parola Dio si inchinò fino a quasi toccare terra con la fronte, spiegargli che la mia era solo un’imprecazione era cosa impossibile; ebbi comunque abbastanza parole e gesti per mostrargli il mio disappunto.
“E’ proprio necessario?”, chiesi.
“Necessario esso è che tale cosa si deve fare…”.
Scossi il capo in senso di diniego, ma mi rassegnai quasi subito al mio destino. Farrell mi avrebbe fatto ingoiare il distintivo e mi avrebbe spedito a dirigere il traffico sulla luna, se non avessi condotto fino in fondo la missione, mi sembrava quasi di sentirlo: “Bob, se non volevi avere a che fare con gli alieni, perché ti sei arruolato in questo dipartimento?”, e chi poteva dargli torto? Solo che, dieci anni fa, andare in giro per la galassia era un’avventura, un modo come un altro per scappare da mia moglie, ora era solo burocrazia…Comunque, guardai per un lungo istante Curto, “ocomecazzosichiamava”, e poi il becchino che mi sorrideva, e decisi di seguirli.
Il sega ossa mi informò che aveva imparato la mia lingua quando era stato quasi un mese sulla terra ospite della Congrega degli Imbalsamatori, una sorta di pazzi scatenati che avevano pensato bene, agli inizi del 22° secolo di far rivivere la cultura egiziana…Ma guarda un po’ ! In effetti parlava bene l’inglese, fermo restando che non sapeva mai dove mettere il soggetto e pronunciava ogni parola come se fosse l’ultima…Mentre facevo queste considerazioni la salma di “palle di fuoco” mi levitava accanto, mossa da qualche congegno antigravità, me la portavo a spasso come si faceva con i cani, fin quando i cani, non erano diventati troppo intelligenti per essere semplicemente animali domestici…Ma questa è tutta un’altra storia.
Giunti in una piccola palazzina, in quella che doveva essere la periferia della capitale del pianeta, mi resi conto che, alla fine, le case sono tutte uguali, e somigliano maledettamente ai loro padroni. La casa del becchino (che scoprii essere anche il suo ufficio, nonché la sede legale della sua ditta) era alta e allampanata come lui, con poche finestre e una sola porta. Tutto era nero, nero come la pece, e quindi sembrava sempre di star di notte a guardare le stelle…Il signor sega ossa mi invitò a sedere su una strana sedia che si muoveva da sola come un’ameba e mi offrì uno strano liquido marroncino che chiamò “liquore” nel suo incerto inglese, ma che io avrei definito più precisamente lubrificante per motori. Ne bevvi, comunque un sorso, giusto per fare la persona educata e, istantaneamente una striscia di fuoco mi si aprì nelle viscere. Pensai di essere stato avvelenato, ma mi accorsi che il dolore svanì subito e fu sostituito da una vaga sensazione di benessere. “Che fosse un qualche tipo di psicodroga?”, mi chiesi pensando ai racconti decisamente “allucinanti” raccontatemi dai miei colleghi dell’ufficio tossicodipendenze e affini; ma non era così o, almeno, non ne ebbi nessuna assuefazione…
Quando il sole di Burn stava lentamente tramontando disegnando l’orizzonte di strane ombre grigiastre (quel pianeta era davvero bizzarro, mai ne avevo visto uno dove il calar del sole non avesse sfumature rosse!), il becchino si fece nuovamente vivo (vivo si fa per dire, ovviamente…). Al buio della notte il suo volto si era trasformato in un nero senza contorni quasi che la bocca, il naso e gli occhi fossero scomparsi dietro un sipario. Si udiva, invero, il suono indistinto del suo farfugliante inglese, ma era poca cosa rispetto all’insieme che egli rappresentava. Mi informò che Curto (la salma, il morto, l’alieno che mi aveva tenuto compagnia…) era nella sua tomba e confermò che toccava a me vegliarlo per le prime settantadue ore della sua sepoltura.
“Bene”, dissi. “Prima iniziamo e prima finiamo…”.
Fui condotto in un piccolo camposanto a poche centinaia di metri dalla casa del sega ossa. Quando lo vidi, mi ricordò molto da vicino un antico cimitero inglese, di quelli che si usavano nei piccoli villaggi alla fine del XIX secolo. Alcuni alberi di color rosso scuro facevano cadere i loro rami fin quasi a terra e un tipo d’erba (ma era proprio erba?) di un intenso viola ricopriva il tutto. Le tombe, a forma vagamente piramidale, erano di un bianco quasi luccicante e sfoggiavano lapidi di un grigio perla intenso su cui erano incisi criptici segni giallastri, che erano probabilmente iscrizioni in lingua burn. Frastornato da quel orgia di colori, che mi confuse gli occhi e la mente, e decisamente imbarazzato da quello che stavo per fare, mi sedetti (mi avevano preparato una sorta di poltrona provvista ai lati di oscuri pulsanti e subdole leve…) proprio innanzi al sepolcro di Curto che, come altri suoi connazionali, era stato messo dentro uno di quegli eccentrici monumenti funebri.
Salutai il mio accompagnatore che si perse presto nel buio (aiutato dalla pigmentazione della sua pelle) e mi ritrovai ben presto solo. Mi sentivo quasi in imbarazzo a restare là, innanzi alla tomba di un tizio con cui non avevo spiccicato una parola che era una, se non per mandarlo a fanculo! Da morto, s’intende, ma sempre un’indicazione niente male era quella di andare a quel paese…Così, con il mio caro amico Curto Obsonanto innanzi alle palle mi apprestai a passare la nottata. Il cielo di quel dannato pianeta era maledettamente diverso da quello nostro, della Terra, mi spiego…Aveva una stramba colorazione grigiastra, venata qua e là di saette nere o blu scuro; il capitano della Soleil mi aveva spiegato che era il riflesso di alcuni gas pesanti mescolati all’atmosfera, per nulla nocivi agli indigeni, forse un po’ deleteri per la razza umana…Ma cosa vi era di più deleterio che passare tre giorni del cazzo innanzi alla tomba di uno sconosciuto in uno fottuto cimitero di alieni? Ma dobbiamo mantenere buoni rapporti, dobbiamo essere rispettosi delle tradizioni, dobbiamo essere degli stramaledetti esseri umani con le palle…Già, Farrell tutto giusto, ma intanto a respirare “gas pesanti” e a fare da baby sitter a un morto ci sono io, mica tu…Ma riprendiamo a narrare i fatti.
Erano passate quasi due ore da quando il becchino mi aveva lasciato solo con Curto quando una fame di un altro mondo mi colse proprio alla bocca dello stomaco. Dovete sapere che su due cose io non transigo, il mangiare e il sesso. Sul secondo, però, ho finito di transigere da un pezzo, quindi mi rifaccio pesantemente con il primo. Il sega ossa mi aveva dato istruzioni precise che, muovendo come si deve le leve e i bottoni della poltrona su cui era seduto, avrei potuto ottenere del cibo, magari qualche strano budino alieno (vado matto per il budino…). E, in effetti, ottenni qualcosa: una crema vischiosa e insipida ad alto contenuto proteico (come recitava una voce robotica che mi presentò la portata), la ingurgitai con accanimento, ma non ottenni soddisfazione alcuna…Ripresi a fissare la tomba di Curto e il cielo (che nel frattempo era diventato di un omogeneo color lilla con ampie zone di grigio…Pensate voi…) e mi assopii. Fu un sonno tormentato e spaventoso, con incubi indicibili e per nulla rilassante. Sognai, infatti, di un “palle di fuoco” che usciva da una delle tombe e armato di un’ascia iniziava a rompere tutte le lapidi per liberare dalla morte i suoi connazionali…Questa sorta di zombie si aggirava per il cimitero emettendo lunghi gemiti e perdendo considerevoli pezzi di carne dal suo corpo scheletrito…Capirete che quando aprii gli occhi e mi resi conto che tutte le tombe erano ben chiuse, tirai un sospiro di sollievo. Mi guardai intorno e scoprii che il grigiore dell’alba si stava sostituendo al viola della notte e che presto avrebbe fatto giorno. Erano passate appena otto delle mie settantadue ore di veglia e già dovevo andare a pisciare…Ma dove? Dietro uno di quei mastodontici alberi rossi, oppure accanto ad uno dei monumenti funebri? Stavo riflettendo su questo dilemma quando una voce robotica (la stessa che mi aveva servito il cibo) avvisò tutti che dovevo liberare la mia vescica e il mio intestino: “espletamento funzioni urinarie e viscerali impellente” iniziò a gridare; poi, come dal nulla (sbucato letteralmente dal terreno!), apparve un parallelepipedo bianco e nero con una scritta gialla lampeggiante: “VV C”…Ignoranti! (pensai) Non conoscono la dicitura esatta, e mi alzai dalla comoda poltrona su cui stavo seduto, per espletare le mie funzioni fisiologiche (che meglio di così non riesco a descrivere…).
Quando tornai a posto notai che un piccolo corteo si avvicinava a una ventina di metri da me. Era un funerale. Tre burniani e il solito becchino conducevano una salma su una lettiga a levitazione magnetica. Quindi, dopo un breve rituale, il corpo scomparve dentro una delle piramidi tombali che si trovava proprio sulla mia destra e uno degli alieni (uno dei vivi, intendo…) trovò pronta una poltrona del tutto simile a quella che occupavo io e vi ci si sedette, anche lui a vegliare. Allora era proprio un costume locale! Pensai con sollievo (dentro la mia mente credevo ancora che la situazione in cui mi ero cacciato era un terribile scherzo perpetratomi dai miei colleghi degli affari alieni…); poi guardai il sole in cielo e, per un attimo, solo per un attimo, dimenticai i colori sgargianti del pianeta e osservai il rassicurante e familiare giallo intenso della luce mattutina che si diffondeva per l’aria. Ma fu questione di pochi secondi, subito un filo di vento dal sapore aspro, quasi acido, iniziò a soffiare, seguito dal suono (anche questo molto conosciuto…) di un tuono: stava per scatenarsi la tempesta…Per un attimo pensai dove rifugiarmi, poi un grande scudo di energia si accese sopra di me e sopra l’intero camposanto, proteggendo le tombe e coloro che vegliavano i morti dalle intemperie. Il temporale durò poco, evidentemente un qualche congegno di controllo meteorologico era in funzione sul pianeta. Mi divertii molto, comunque, ad osservare le scariche elettriche disperdersi nel cielo terso e rossastro di Burn, come se qualcuno o qualcosa, stesse rimescolando l’immenso calderone dove coceva l’intero pianeta…Quando tutto cessò, e lo schermo di energia che ci aveva protetto si disattivò, qualche leggera goccia cadde sul mio volto. Mi sentii stranamente al sicuro, finalmente qualcosa di conosciuto, l’acqua, mi capitava a tiro. Guardai il mio collega in attenta veglia del suo congiunto e lui guardò me. I nostri sguardi erano identici e opposti: lui, infastidito, quasi distaccato; io curioso e parimenti scocciato. Sorrisi e, in senso di saluto, chinai il capo. Lui chiuse gli occhi e si voltò a guardare il monumento funebre che stava vegliando. Forse avevo commesso un errore? Per i veglianti era proibito parlare o scambiare uno sguardo tra di loro? O forse, più semplicemente, ai burniani stavo cordialmente antipatico?
Pensai a tutto questo e ad altro ancora per tutta la giornata che durò la bellezza di ventidue ore terrestri, quindi, ad un certo punto, il sole iniziò a disperdersi all’orizzonte, e il solito colore grigiastro del tramonto colorò il cielo. Ero seduto innanzi a Curto da poco più di trenta ore e mi accingevo a trascorrere la mia seconda notte di veglia. Neanche durante il servizio militare in quella sporca guerra che era stato il terzo conflitto mondiale, avevo espletato tanto servizio di guardia…Quando la notte si fece scura, molto più scura e impenetrabile della precedente, una lieve sonnolenza iniziò a solleticare i miei occhi che, in men che non si dica, si chiusero come porta blindata sui miei pensieri. Sognai, non è il caso di specificarlo, la mia Terra. Quella con quasi un terzo delle terre emerse coperte dal deserto; quella che non aveva quasi più le calotte polari e che, appena 37 anni prima, aveva perso il venti per cento della popolazione mondiale per conquistare l’ultimo pezzettino di foresta equatoriale. Sognai quella Terra, un pianeta lontano nel tempo e nello spazio, dalla violenza cromatica di Burn e dalla sua buia notte senza fine. Poi, uno strano rumore svegliò il mio sonno leggero. Un rumore simile a un ronzio che si trasformò ben presto in un sordo tamburellare. Aprii gli occhi, le stelle rischiaravano appena la notte, ma, fortunatamente la mia poltrona era provvista di una luce di emergenza che attivai immediatamente.
Quello che mi apparve mi fece inorridire. Non saprei come altro dire. Dalla tomba di Curto stava uscendo qualcosa, già qualcosa. La sua lapide si era spostata lasciando lo spazio appena necessario per far intravedere una piccola luce che brillava da dentro. Mi alzai a fatica dalla mia poltrona e mi guardai intorno. L’altro burniano che stava vegliando con me si era assopito, il cielo era sempre scuro e poca luce stellare filtrava da quella coltre di gas grigio che colorava l’atmosfera di giorno e l’incupiva di notte. Ma ero pur sempre lì per badare a qualcuno e se quel qualcuno aveva deciso di lasciare la sua tomba per prendere una boccata d’aria doveva rendermene conto. Feci un passo in direzione dell’elaborato monumento funebre e notai che un sottile filo di fumo stava uscendo dalla fessura che si era aperta. Un piccola nube grigiastra iniziò a formarsi a mezz’aria, quindi si allargò sempre di più, ondeggiante, mossa appena dal vento leggero che spirava da sud. La guardai e pensai subito al fenomeno dei fuochi fatui, probabilmente doveva trattarsi dello stesso principio, anche se, rimaneva sempre il mistero, su chi avesse spostato la pesante pietra che chiudeva la tomba di Curto.
Fu solo quando la nube assunse una vaga forma umanoide, con tanto di braccia e di gambe, nonché di una testa, che mi resi conto che stava succedendo qualcosa di decisamente più complesso di un semplice fenomeno chimico. Nel momento in cui, poi, la tomba si richiuse da sola, così come si era aperta e l’intero monumento funebre si colorò di rosso per poi spegnersi (come altro dire…?) e ritornare bianco, il mio stato mentale iniziò a vacillare. Innanzi a me stava un essere aeriforme che mi guardava (se avessi potuto capire da che parte avesse gli occhi) e ciò che è peggio, quel essere, era uscito da una tomba dove giaceva un alieno morto…C’era abbastanza per darsela a gambe levate e non è che mi feci pregare molto. Mi voltai di scatto ed iniziai a correre. Correvo zigzagando tra le lapidi con la forsennata paura come motore e la disperazione come energia. Dietro di me, con la coda dell’occhio, vedevo la nuvola grigia, con strane venature lilla, arrancare tendendo le sue “braccia” nell’intenzione di afferrarmi; ma, non gliene diedi l’occasione. Non potevo permettermi di morire di paura o di ben altro, in un mondo alieno. I miei colleghi avrebbero riso alle mie spalle fino alla pensione e, quel che è peggio, mia moglie mi avrebbe dato del cretino al mio funerale.
La strada era incerta e buia e nessuna luce illuminava il mio percorso. Correvo quasi camminando nel vuoto osservando di tanto in tanto il cielo, nella speranza di un improbabile aiuto che non si presentò. Poi, d’un tratto, qualcosa mi fermò. Sbattei sonoramente contro il muro di recinzione del piccolo cimitero. Lo chiamo muro, ma in realtà era più simile a un campo di forza. Il mio inseguitore si arrestò a un paio di metri da me e si dondolò nell’aria. Pensai che era finita, che, in qualche modo, avevo raggiunto la fine della mia vita. La nube grigia si allungò fino a toccarmi e, quando lo fece, ebbi una lunga scossa elettrica che mi trapassò le ossa; ma, in tutta coscienza, non posso dire che mi ferì o mi fece sentire male; più che altro fu come se uno stato catatonico si impadronisse di me. Vidi alzarsi verso l’alto quello strano fenomeno ( o dovrei chiamarlo essere?), e scomparire nel buio della notte, mescolandosi alle nubi grigiastre di cui vi avevo già detto…Poi, il nulla.
Mi risvegliai alquanto intontito qualche ora dopo a bordo della Soleil. Mi dissero che il segaossa, quel dannato becchino che mi aveva ospitato così cordialmente (…pare vero…) nel suo piccolo cimitero alieno, mi aveva riportato sul mio trasporto. Aveva spiegato al capitano del cargo che i burn sono una razza crisalide, che dopo la prima morte si trasformano in esseri gassosi dotati di propria coscienza che vivono negli strati alti dell’atmosfera del pianeta. Ecco perché è costume che qualcuno li vegli per lungo tempo dopo la morte del corpo, per non lasciarli soli quando è giunto il momento della trasformazione…Ma non era tutto, perché quel dannato Curto, quando mi aveva toccato prima di, come dire, ascendere al cielo, mi aveva trasmesso tutti i suoi ricordi e i suoi sentiti ringraziamenti per la mia lunga veglia…Ed ora, dovevo convivere con quella strana parte aliena della mia coscienza per tutto il resto della vita e questo non sapevo (…e non so tutt’ora…) se era un bene o un male. Fatto sta, che mi accomodai nella mia cabina e mi accorsi subito che qualcosa non andava perché Dorise Formentin, la mia gentile ospite, iniziò a farmi l’occhietto, come se volesse sedurmi…Che quel dannato “palle di fuoco” avesse iniettato in me una rinnovata virilità?

…La Soleil si alzò tra le nuvole e sfrecciò fuori dall’orbita di Burn…Mi parve (ed è il caso di sottolinearlo…) che nella sua traiettoria passasse proprio in mezzo a una delle tante nuvole di gas grigiastro con strane venature lilla che affollavano la parte alta dell’atmosfera…Quelli erano i burniani che vivevano nella loro consistenza aeriforme, stentavo a riconoscerli come esseri viventi, eppure…Eppure, uno di loro, o un gruppo di loro, si formò a vortice e mi fece come un gesto, un gesto di saluto…E pensai che, in qualche modo, mi avessero riconosciuto come l’alieno che, appena tre giorni prima, era giunto sul loro pianeta da una Terra lontana…

Claudio Chillemi, novembre 2005

(fine)

 
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