Racconto
   


Donato Altomare
L'Ogam del Druido

donato altomare

L’OGAM DEL DRUIDO

Col fuoco. Era possibile farlo soltanto col fuoco.
Dagolitus lo sapeva sin troppo bene, come sapeva anche di non aver scelta. La sorte dell'intero popolo celta gli stava troppo a cuore ed Esumertus non doveva essere ascoltato.
L'aria era fresca, piacevolmente, e la sua quercia pareva diversa, più bella del solito, quasi in grado di parlargli.
Dagolitus, suo malgrado, sorrise. Ecco, ora umanizzava ciò che umano non era. I suoi occhi lasciarono l'albero per posarsi sui cupi carboni rossastri. Tra essi un pugnale dalla lama ormai incandescente.
Col fuoco… soltanto col fuoco.
Per un istante gli tremò il cuore. Come sarebbe stato… dopo? Si, come? Faceva quello per libera scelta, eppure fino a che punto doveva sacrificarsi per la propria gente? Per essa stava rinunciando al bene maggiore dopo la vita stessa. Un brivido lo scosse ancora. Fino a che punto?
Un leggero rossore gli imporporò le guance. Cos'erano tutte quelle domande? Cos'erano tutte quelle incertezze? Bruscamente fece un cenno ai compagni che l'assistevano. Basta con gli indugi. Più ci pensava e più il suo fermo proposito s'indeboliva. Basta Era ormai tempo.
Poco lontano s'era adunata una gran folla. Assolutamente muta, era lì per assistere alla cerimonia sacra.
Dagolitus scosse il capo: non poteva più tirarsi indietro. Con un gesto deciso ordinò agli assistenti di sbrigarsi.
Non si era fatto legare. La scelta di quel sacrificio era stata sua. Si concesse soltanto una bacchetta di legno di tasso da stringere tra i denti. Aveva avuto cura d'incidervi sopra gli ogami divinatori affinché i suoi gemiti di dolore si tramutassero in preghiere. Una pozione magica d'antichissima ricetta gli avrebbe lenito la sofferenza.
Salmodiò un'invocazione. E sollevò lo sguardo al sole che vedeva per l'ultima volta. Poi attese.
Col fuoco… soltanto col fuoco.
La lama rovente fu avvicinata ai suoi occhi. Dagolitus li mosse freneticamente, quasi a voler carpire in quegli ultimi istanti tutte le immagini che il suo incredibile sacrificio gli avrebbe, da allora e per sempre, negato.
Poi il buio. Un tremendo accecante doloroso buio.

Tommaso Gherardi si alzò di scatto dal letto madido di sudore. Il viso distrutto dalla sofferenza di Dagolitus gli era rimasto impresso come un marchio dello stesso fuoco che aveva arroventato il pugnale, e quegli occhi…. accecati… per un tremendo istante gli erano sembrati i suoi. Se li stropicciò. E sorrise tranquillizzato Il guaio degli incubi è che sembrano veri. Tutta colpa di quelle ricerche sui Druidi.
Infilò le pantofole. Una fastidiosa arsura gli raschiava la gola. Ancora assonnato andò in cucina e bevve da una brocca vino bianco
Quell'immagine di sofferenza lo seguiva passo passo. Né poteva rinunciare. Lui voleva l'ogam e finalmente era riuscito a individuare il luogo dove la preziosa tavoletta di legno di tasso era celata. Tornò a letto deciso a riaddormentarsi.
Fu allora che l'odore di fumo attirò la sua attenzione. Annusò l'aria. Qualcosa stava bruciando, qualcosa di organico poiché un puzzo nauseabondo l'assalì Preoccupato andò alla finestra, si sporse oltre l'infisso, ma fuori era tutto calmo e l'aria profumava di fresco. Ebbe un momentaneo senso di sollievo. Perplesso, più che preoccupato, rientrò il capo.
Il fumo acre e l'orribile tanfo lo fecero tossire. Proveniva dall'armadio a specchio, vicino al letto. Di lì pareva uscire il fumo.
Si avvicinò e, senza pensarci, restò immobile di fronte allo specchio. Ma non vide la propria immagine. Solo il buio, più di quanto dovesse essercene a causa dei pesanti tendaggi alle finestre.
Sempre più perplesso, afferrò una lampada ancora accesa e l'avvicinò. Neanche la sua vivida luce venne riflessa. Poi, all'improvviso, le tenebre parvero squarciarsi mostrando un sarcofago. Tetro. Al suo fianco una bara di legno più piccola con il coperchio che si sollevava.
Tommaso Gherardi spalanco gli occhi e schiuse la bocca in un urlo soffocato.
Un'orribile figura spettrale si era levata e lo fissava con occhi rossi come braci. La sua bocca si mosse a delineare un ghigno e infine le labbra si agitarono in un cupo richiamo: Vieni... vieni...
Aveva le braccia allargate, protese verso di lui.
Tommaso lanciò un grido e fece un balzo indietro tentando di retrocedere, ma le gambe parevano rifiutarsi d'obbedirgli e gli occhi di staccarsi dall'orrenda visione che lo specchio gli mandava.
Vieni... vieni... vieni...
Le braccia scheletriche presero ad allungarsi mostruosamente. E sbucarono dallo specchio protendendo le dita adunche verso di lui.
Tommaso gridò nuovamente. Fuggire... doveva fuggire, ma non. riusciva... non poteva... e le mani erano sempre più vicine... più vicine... vicine...
Quando l'afferrarono gli parve che lame di fuoco gli stessero incidendo la carne. L'uomo urlò ancora, ma nella sua coscienza si fece strada la spiacevole certezza che nessun suono venisse fuori dalle sue labbra.
«No...» balbettò, «No...» Il suo destino era però segnato.
Le braccia cominciarono a trascinarlo verso lo specchio.
Tommaso non cercò neanche di reagire, né si dimenò. Aveva ormai smarrito la ragione e, completamente soggiogato, puntò i piedi più per istinto, debole e inutile tentativo. Infine, raggiunse lo specchio. E vi penetrò.
Ci fu un'ondata di gelo. Poi più nulla. Persino l'acre odore di fumo che aveva inondato la stanza venne risucchiato dallo specchio lucente di fredda fiamma.

«Vedo rosso... vedo rosso...»
Esumertus strinse le labbra. Temeva Dagolitus da quando si era fatto accecare per esaltare al massimo le proprie capacità divinatorie. «Questo non significa nulla» replicò con decisione. «Sì, il rosso è il colore del sangue, ma anche quello dei papaveri, delle ciliege. Rosso è il cielo quando al tramonto annuncia una notte quieta per una limpida nuova giornata. Non dobbiamo lasciarci impressionare. Mona (1) ci attende e io non ho visto alcun segno infausto. Con l'ogam si è stabilito che l'isola è calma, quindi adatta ai riti.»
Gli anziani chinarono il capo. Ciò che Esumertus diceva era vero, ma come non tener conto dell'ammonimento di Dagolitus? Come non pensare che il suo rifiuto di seguirli nell'isola di Mona non fosse dovuto a inquietanti visioni?! Sì, lì si sarebbe eletto il capo dei Druidi, il Sommo che avrebbe guidato i Celti per molti anni. E la scelta era tra Dagolitus ed Esumertus.
«Vedo rosso... vedo rosso...»
«Non può spaventarci.» Il tono di Esumertus era deciso. Una sola inflessione della voce sarebbe stata scambiata per incertezza. «Non deve spaventarci. Rosso è il colore del fuoco che può distruggere, è vero, ma che dà calore alle nostre case nei gelidi inverni, che cuoce i nostri cibi per renderci dissimili dagli animali, rosse sono le labbra delle nostre fanciulle che sbocciano alla vita. Rosso è solo un colore, non un presagio. Un colore per chi è certo ancora addolorato per la perdita del bene più caro: la vista.»
In quel momento si sentì un verme. Sapeva che Dagolitus l’aveva fatto per loro, per tutti loro, eppure non era da escludersi che fosse in effetti ancora stordito dal trauma. Girò lo sguardo intorno cercando di leggere negli occhi degli anziani. Fu così che capì d'aver vinto. E, assurdamente, se ne rammaricò.
Dagolitus era rimasto ad ascoltare in silenzio, senza reagire.
Gli anziani si scambiarono un'occhiata per una rapida consultazione, poi uno di loro a fatica si alzò e: «Dagolitus, noi tutti ti stimiamo e molte volte abbiamo creduto, e riconosciute veritiere le tue parole, ma siamo troppo vecchi e troppo avvezzi alle profezie perché una sola frase possa intimorirci. Noi ti preghiamo: parla, dì qualcosa che possa darci una valida ragione per crederti, fa' che queste nostre grinzose menti possano trovare l’ammonimento in una semplice parola, troppo semplice perché possa celare un pericolo. Illuminaci con quegli stessi occhi che ora guardano nel buio futuro, mentre i nostri son troppo soggiogati dal presente reale.»
Parla... supplicò in silenzio lo stesso Esumertus. Parla...
Ma la bocca di Dagolitus, come i suoi occhi, rimase serrata. Si girò e con passo incredibilmente sicuro per lui che non poteva più vedere, si allontanò. Anche perché la certezza che il futuro non poteva essere mutato gli stava straziando l'anima.

Elena Gherardi bussò piano. Non ottenne risposta. Questo significava che suo padre stava dormendo. Era contenta per lui. Finalmente aveva rintracciato ciò che inseguiva da almeno dieci anni: l’ogam del Druido. A sentire le sue parole entusiaste sarebbe stato presto in suo possesso.
Bussò nuovamente poi provò ad abbassare la maniglia e si accorse che la porta era aperta. Scuotendo il capo entrò. L'ampia volta a crociera con intonaci dipinti a colori tenui sovrastava la camera nel solito disordine "ordinato". All'occhio d'un estraneo libri e manoscritti sembravano sparsi ovunque a caso. In realtà, la loro posizione seguiva una logica nota soltanto al genitore, ma che gli permetteva di trovare subito ciò che gli serviva.
Suo padre però non c'era.
Incuriosita girò lo sguardo intorno. Nulla d'insolito, persino il pasto lasciato ad ammuffire. Eppure la sua presenza era tangibile. I vestiti erano lì, spiegazzati su una sedia in finocchietto. Scosse il capo. Suo padre sarebbe stato capace di andarsene in giro per casa in pigiama. Il pensiero le strappò un sorriso.
Fu allora che udì uno strano rumore. Era come... come di qualcosa di duro su un vetro. Uno stridio che le diede i brividi. Istintivamente lo sguardo corse alla finestra, ma attraverso la pesante tenda in velluto appena scostata non vide nulla.
«Padre...» chiamò.
Silenzio. Sollevò le spalle e si avvicinò alla scrivania poiché vi aveva scorto una lettera in bell'evidenza. La prese e con una certa sorpresa si accorse che proveniva dalla Sicilia. Le diede una rapida scorsa. Parlava dell'ogam, quella misteriosissima tavoletta che era stata l'idea fissa del padre da anni. Lo scrivente, un certo Duca dei Sanseverino, affermava di sapere con certezza dove fosse. In cambio voleva...
Nuovamente il rumore. Molto più lacerante... frenetico.
Elena girò il capo e fissò l'armadio. Il suono proveniva di lì, quasi dentro ci fosse qualcuno. L'anta a specchio era semiaperta. Si avvicinò di lato e con un colpo secco l'aprì esclamando: «Non sono scher...»
Nulla. Soltanto il paltò e un paio di pantaloni a quadretti. Strinse le labbra perplessa. Eppure avrebbe giurato che...
Richiuse l'anta. E spalancò gli occhi, mentre un urlo strozzato le moriva in gola.
Dall’altra parte dello specchio c’era suo padre. Che si dimenava tentando disperatamente di venir fuori. Aveva le dita insanguinanti e le unghie spezzate, ma continuava come un ossesso a "raschiare" la superficie lucida.
La ragazza fece un passo indietro per la sorpresa ma si riprese subito e, benché non riuscisse a capire come fosse finito lì dentro, protese in avanti le braccia nel tentativo di aiutarlo.
L'uomo allora si agitò freneticamente e urlò qualcosa che lei non udì, ma che dal movimento delle labbra interpretò come un NO.
E due orrende mani scheletriche l'afferrarono trascinandolo indietro. Poi tornarono verso Elena. Un acre fumo le riempì le nari arrossandole gli occhi e facendola tossire.
Fuggire... doveva fuggire... suo padre... fuggire... nonostante le gambe tremassero quasi incapaci di reggerla. Mentre le braccia si avvicinavano. E sbucarono dallo specchio per ghermirla.
Lei, disperatamente, si scosse. Fece alcuni passi indietro urtando la scrivania e quasi cercando invano di spostarla. Fu allora che la sua destra si posò su un pesante soprammobile. Con gli occhi stravolti seguì il lento avvicinarsi delle scheletriche braccia, mentre con i piedi spingeva nel tentativo d'indietreggiare ancora. Le dita adunche erano vicine... sempre di più...
Senza rendersi conto di ciò che faceva afferrò l'oggetto e con forza lo scagliò.
Ci fu un rumore di vetri infranti. Lo specchio parve esplodere. Mille frammenti schizzarono via ferendola leggermente.
Le braccia ebbero come un fremito, poi, velocemente, presero a ritrarsi. Una vi riuscì, l'altra aveva la mano ancora fuori quando il pezzo di vetro si staccò e cadde.
Un urlo cavernoso, lontanissimo, echeggiò agghiacciante. E tutto finì. .
Elena si scosse dopo alcuni minuti. Grosse lacrime le rigarono il bel viso benché cercasse dl frenare Il pianto. Che invece scoppiò dirotto. Suo padre... quelle braccia mostruose... oh, Dio!... cos'era tutto quell'orrore..? Nessuno l'avrebbe aiutata... ormai era rimasta sola...
Pianse a lungo, aveva bisogno di sfogarsi. Poi finalmente riuscì a calmarsi. Chiuse gli occhi. Era stato un incubo... sì, doveva essere stato un incubo. Avrebbe risollevato le palpebre e si sarebbe ritrovata nella camera con suo padre lì a...
Guardò con uno sforzo non indifferente lo specchio. Era in pezzi. Ma anche questo non significava nulla. Sì, nulla. Aveva avuto l'impressione di vedere qualcosa di non reale. Un parto della sua mente suggestionata e stanca. Così si decise. Facendo quasi violenza a sé posò lo sguardo sul pavimento. E un brivido la scosse fino alle ossa.
La mano staccata continuava a contrarsi, come tentasse ancora d'afferrarla.

Esumertus chinò il capo. L'ultimo dei Druidi Anziani aveva reso omaggio alla nuova Guida del popolo celta, al nuovo Capo, gli aveva reso omaggio. Eppure la gioia era offuscata dall'immagine di Dagolitus che non abbandonava la sua mente. Non era stata, la sua, una vera vittoria. Dagolitus era l'unico che avrebbe potuto opporsi a lui, ma si era rifiutato di seguirli sull'isola di Mona.
Ancora una volta le sue parole profetiche gli risuonarono nelle orecchie. Esumertus non era né stupido né superbo, e per ogni attimo della loro permanenza sull'isola aveva atteso l'ineluttabile disastro. Buffo, eppure l'unico che aveva preso sul serio le parole di Dagolitus era stato proprio lui.
Fortunatamente tutto si era svolto nel migliore dei modi. I Druidi si stavano preparando a tornare ai loro villaggi e Dagolitus sarebbe stato dimenticato. Deriso no, solo dimenticato, poiché i Celti avevano molto rispetto per i propri sacerdoti, e a tutti poteva capitare di sbagliare. Inoltre ogni profezia andava inter ...
La prima freccia sibilò nell'aria piantandosi nell'occhio di un Druido. Il sangue schizzò arrossando la candida veste del sacerdote. Poi fu il massacro.
I legionari romani piombarono con furia bestiale su di loro, come falchi su indifese colombe. Nessuno si salvò.
Il paesaggio stupendo dell'isola fu stravolto dalla carneficina. Capi mozzati, arti confusi tra i cespugli, tuniche scurite dal sangue che si riversava a fiotti dai ventri squarciati. E alla strage seguì il saccheggio.
Un centurione trovò stretta tra le braccia di Esumertus agonizzante una tavoletta in legno di tasso con strani simboli incisi fra segni solari e sconosciuti disegni. I falcetti d'oro erano stati tutti razziati e quella gente in camice bianco non aveva null'altro di prezioso indosso.
Il centurione imprecò. Vide Esumertus muoversi ancora e con un rabbioso colpo di spada gli fracassò il cranio. Poi gli strappò dalle mani l’ogam. Qualcosa avrebbe portato via. Così, per non passare da imbecille.
Nell'aria risuonò il corno dell'adunata.
Dovunque cupe macchie di sangue.
Rosso.

«Ho bisogno di soldi.» La ragazza chinò il capo.
«Non sei l'unica.»
Elena non si lasciò scoraggiare dalla risposta indisponente: «Ti prego» continuò, «non scherzare.» L'ambiente fumoso del Caffè cominciava a oscurarsi per la sera che avanzava e a riempirsi di voci d'ogni genere. «Ho assolutamente bisogno d'aiuto.»
Michele Weeber tolse gli occhiali e prese a pulirli accuratamente con un fazzoletto. La fissò per alcuni minuti senza dir nulla. Infine: «Di che si tratta?»
Elena si fece coraggio. Con le labbra tremanti raccontò quanto era successo.
Michele restò per tutto il tempo ad ascoltarla senza muovere un solo muscolo del viso persino quando lei gli parlò di mostri e specchi animati. Era un uomo segaligno, dallo sguardo freddo che ostentava perenne indifferenza. Vestiva in modo assolutamente inappuntabile. Quando il racconto terminò si limitò a dire: «La tua storia è assurda. Davvero pensi che qualcuno, me compreso, possa crederti?!»
«L'immaginavo. Per questo ho portato qualcosa che ti convincerà.» Sollevò la pesante borsa che aveva con sé e senza esitare gliela aprì sotto il naso.
La mano orrenda e contratta emanava un fetore insopportabile. Con uno scatto del capo Michele si allontanò dalla borsa. Velocemente tirò fuori dal taschino il fazzoletto profumato con fiori di lavanda e lo poggiò sotto il naso.
«D'accordo. Hai rubato una mano da un cimitero. Ma voglio crederti. Ammettiamo per un attimo che tutto quello che mi hai raccontato sia vero. Solo non capisco cosa vuoi da me.»
«Anche questa domanda mi aspettavo.» Avvicinò la propria sedia a quella dell'uomo e continuò sottovoce: «Mio padre prima... prima di... oh, insomma, prima di scomparire, inseguiva un grande sogno. La voce si era fatta ancor più bassa.
Weeber si guardò intorno infastidito. Non che disdegnasse la vicinanza di una così bella donna, ma in quel periodo la situazione internazionale era alquanto turbolenta. L'Impero Austro Ungarico mostrava evidenti segni di senescenza e scricchiolava da più parti. Ogni atteggiamento men che irreprensibile di un suo suddito, quale lui era, avrebbe attirato attenzioni non volute. Senza contare poi che c'era una voce in giro. Si diceva che Victor Adler, colui che stava unificando i partiti socialisti in Austria, fosse da quelle parti. E Weeber temeva d'essere tenuto d'occhio poiché era austriaco e non aveva mai fatto mistero delle sue simpatie socialiste.
«Diversi anni fa» continuò Elena, «mio padre scoprì l'esistenza di una rarissima tavoletta risalente al 400 avanti Cristo d'origine gallica. Con tenacia si gettò sulle sue tracce e finalmente, appena pochi giorni fa, è giunta la notizia che da tempo aspettava.» Tiro fuori la lettera trovata sulla scrivania del padre e gliela mostrò.
Intanto, il brusio del piccolo ritrovo d'artisti della grande Milano continuava a crescere. Elena cercò inutilmente d'avvicinarsi di più. Michele le lanciò un'occhiataccia poi spiegò il foglietto e lo lesse.
«E allora?»
«È la risposta di un duca siciliano. Afferma di sapere dov'è la tavoletta. E di essere disposto a dirlo in cambio di qualcosa che mio padre dovrebbe possedere.»
«La questione non m'interessa.»
La ragazza strinse le labbra indispettita. «Lasciami finire. Devi sapere che l'ogam ha un enorme interesse scientifico...»
«Continua a non interessarmi.»
«.. ed economico.»
Michele si limitò a sollevare un sopracciglio.
«I sacerdoti dei Galli erano chiamati Druidi. Essi eseguivano le cerimonie in luoghi sacri che non venivano scelti a caso, ma secondo precise caratteristiche geografiche e telluriche. Questa tavoletta era un Ogam divinatorio che i Filid, cioè i Druidi, usavano per le previsioni. Essi erano assolutamente contrari alla scrittura, temevano che la loro scienza si diffondesse tra il popolo togliendo loro la base del comando. Per questo tramandavano tutto a memoria. Erano anche riusciti, con calcoli astronomici e visioni divinatorie, a creare un calendario dei terremoti. Una prerogativa assolutamente imprescindibile per i riti sacri riguardava la terra. Doveva essere immobile. Qualunque movimento avrebbe confuso le preghiere rendendole vane. Pompeo Trogo, uno storico romano del I secolo, originario della Gallia Narbonense, ha scritto che i Galli riuscivano a prevedere con precisione sconcertante i terremoti. Capisci ora?»
Weeber si lisciò accuratamente un baffo. Certo che capiva, eccome, ma la sua mente inseguiva un altro pensiero. Si stava chiedendo quanto sarebbe stata disposta a pagare una nazione, spesso scossa da sismi, per avere quella tavoletta.
«Sei certa di quello che affermi?»
«Assolutamente.»
Michele allora si alzò e gettando una moneta sul tavolo: «Mi dispiace. Non posso aiutarti.»
Lei rimase sconcertata da quell'atteggiamento: «Ma... te ne vai?!»
«Ho da fare.»
«Un momento.» Gli afferrò un braccio. «Io devo trovare il modo di raggiungere Messina. Quando troverò la tavoletta... troverò mio padre. Ne sono certa. E’ uno scambio equo quello che ti propongo. Trova il denaro occorrente per un viaggio così lungo e l'ogam sarà tuo. Ti prego, sono disposta a qualunque sacrificio.»
Michele si fermò di colpo. «Qualunque?» E con noncuranza la sua mano sfiorò il seno indugiando qualche secondo su di esso. «Qualunque?» ripeté con voce divenuta stridula.
Elena aprì le deliziose labbra indignata. Arrossì violentemente poi girò lo sguardo intorno. La pazza voglia di alzarsi, schiaffeggiarlo e andar via l'assalì. Ma quel verme era la sua unica possibilità. Respirò a fondo un paio di volte prima di risollevare lo sguardo a reggere quello dell'uomo e disse a denti stretti: «Qualunque cosa tu vorrai.»
Michele tentò di sorridere riuscendo solo a fare una smorfia. «Voglio un acconto. Subito.»
«No, non mi fido di te. Dopo che avrò ritrovato mio padre.»
Ancora una pausa di riflessione. Infine: «E sia. Io invece mi fido di te. Torna a casa. Presto mi farò vivo.»
La ragazza non attese oltre. Aveva una gran voglia di fuggir via. Si alzò e in fretta si allontanò. Per il breve tratto che la separava dalla porta del Caffè sentì lo sguardo di Weeber che le attraversava i vestiti per posarsi sulla sua nuda pelle.

Michele sbuffò. Lo sferragliare della carrozza gli urtava i nervi. Scostò la tendina e sporse il capo fuori dal finestrino. Era rimasto sorpreso dal clima. Avevano lasciato una Milano innevata, freddissima e dopo alcuni giorni di viaggio, Messina si era presentata con un bellissimo sole primaverile. Rientrò il capo per non correre il rischio di far volare via il cilindro e socchiuse gli occhi.
Elena dal canto suo cercava inutilmente di riposare. Da quando era sbarcata un'opprimente inquietudine l'aveva assalita. S'era guardata intorno, a frugare tra le ombre, come a cercate nei volti incrostati di salsedine della gente del porto un cenno d'intesa, una sola parola che le svelasse la strada irta d'ansietà.
Il paese le era subito apparso bello e tremendo al contempo, un gigante addormentato, una enorme medusa dai mille occhi che parevano tutti puntati su di lei. Esalazioni forse malefiche, forse estranee si attorcigliavano in trasparenti volute intorno alle torri e ai campanili. Il suo cuore s'era messo a pulsare più del dovuto poiché sapeva d'essere l'unica a percepire quell'effluvio di malvagità che pareva sprigionarsi da sotto la terra.
«Il palazzo è questo, signori.»
La brusca frenata li fece sobbalzare entrambi. Elena si guardò intorno disorientata, come svegliandosi da un sogno. Michele si limitò a borbottare tra i denti "Animale" all'indirizzo del conducente. Scese: «Ne sei sicuro?»
«Impossibile sbagliare» fu la laconica risposta. Il vetturino, pagato in anticipo, non perse tempo. Non appena anche Elena ebbe messo piede a terra, scaricò rudemente i bagagli e ripartì.
In giro non un'anima. La ragazza seguì con lo sguardo la carrozza, poi lo posò sull'edificio che s'innalzava a pochi passi da loro. Era in stile barocco esageratamente accentuato.
«Questa dovrebbe essere la dimora dei Sanseverino. L'ultimo duca vive qui. Ho letto da qualche parte che la sua famiglia è antichissima.»
Il grande portone d'ingresso, marrone scuro, era borchiato d'argento e a tratti finemente intagliato con scene davvero insolite. Elena ne rimase subito colpita. Parevano raffigurare la lotta tra le forze del Bene e un'Entità assurda le cui forme pur essendo appena abbozzate mostravano egualmente la sua mostruosità.
Ecco. Lì ritrovava quelle sensazioni che le avevano attanagliato l'anima appena sbarcata in quella terra pregna di mistero, dove la gente pareva avvezza a difendere la propria esistenza da esseri alieni.
«I signori desiderano?»
I due sobbalzarono. Un maggiordomo dall'aspetto un tantino lugubre e dallo spiccato accento siciliano era improvvisamente apparso dietro una porticina apertasi nel più grande portone. «Siamo i signori Weeber e Gherardi. Il duca ci attende.»
L'uomo chinò il capo e li fece entrare: «Vedrò se può ricevervi. Vi prego di attendere.»
Il portone si apriva su un ampio atrio illuminato dal sole mattutino e colmo di piante grasse d'ogni tipo. Intorno a esso si avvolgeva una scala di granito rosa che portava alle stanze superiori, quelle padronali. Sotto si scorgevano le stalle e i locali per la servitù. Il resto dell'affaccio era occupato da un loggiato ricco di colonnine finemente lavorate e ricoperte di qualcosa che luccicava come oro.
Ma ciò che colpì subito l’attenzione dei due fu l’insolita abbondanza di simboli magici sui muri. Alcuni noti, altri a loro assolutamente oscuri. E tutti parevano lì per proteggere la casa da qualcosa o da qualcuno.
Elena rabbrividì e, benché non gradisse affatto la vicinanza di Weeber egualmente si strinse a lui mormorando con un fil di voce: «Proteggimi.»
L’uomo aggrottò la fronte: «Da chi?»
«Da…» cominciò lei.
«Perdonate se il mio rozzo servitore vi ha fatto attendere allo scoperto. Lo farò bastonare per questo gesto di scortesia.» Il duca era un uomo alto e robusto. Ampie spalle, portamento fiero, una corta barbetta gli ornava il mento insieme a lunghi baffi. Aveva occhi neri come olive.
«E farà bene» protestò Michele, «con i nostri abiti pesanti, star sotto il sole è un vero supplizio.»
Il duca si era fermato a metà scala e, come se se ne fosse accorto soltanto allora sollevò lo sguardo al cielo: «Già, il sole. Certo lassù, a Milano non ne vedrete molto in questa stagione. Il sole… l’antitesi del buio, l’anticristo delle tenebre… una specie di lavandaia che netta ogni cosa.» Parve faticare a uscire da quella sorta di estasi e tornò a guardare gli ospiti: «Ma ora sono io a essere scortese. Prego, salite pure.»
Indossava una veste da camera in velluto rosso ambrato e al collo portava avvolta una scarpetta di seta bianca con disegnati altri strani segni. Forse delle Rune, alternate da simboli cristiani. L’essersi fermato a metà rampa su un piccolo pianerottolo di riposo non era stato un gesto casuale. Sottolineava agli ospiti la differenza sociale, mostrando però di non dare al fatto eccessivo peso. Un giusto equilibrio tre distacco e familiarità. I due lo raggiunsero fermandosi rispettosamente a un paio di gradini al di sotto. Ne fu molto compiaciuto.
«Non ho fatto ancora colazione. Mi fate l’onore di gustare con me una tazza di caffè appena tostato?»
«L’onore è tutto nostro.»
Il duca sorrise. Prese la mano della ragazza e risalì la rampa. Michele alle loro spalle secondo consuetudine non ne ebbe a male, ma li seguì continuando a borbottare contro il caldo. Entrarono in una stanza illuminata da ampie finestre e un lucernario. Al centro una poltrona, due sedie e un tavolino di ciliegio. Un campanello d’argento faceva bella mostra di sé. Il duca lo scosse.
«Comandi.»
«Portaci del caffè, Concetta. Mi raccomando, che sia nero. E non scordare le pastorelle.»
La cameriera fece un inchino: «Subito.» E si allontanò.
«Vi aspettavo ieri.»
«Abbiamo avuto dei problemi nell’attraversare lo stretto. E’ incredibile, ma non c’era nessuno disposto a traghettarci. Abbiamo dovuto aspettare l’alba in stazione. Neanche un posto per dormire.»
«Ieri era Natale.»
«Natale o non Natale, qui siete di una arretratezza spaventosa.»
Elena gli lanciò un’occhiataccia: «Lo perdoni, duca, il mio… compagno di viaggio è piuttosto stanco e non riflette bene su quello che dice.»
Il Sanseverino scosse il capo: «Non si scusi. In effetti il suo compagno non è andato molto lontano dalla realtà. Sono anni che suggerisco alle autorità competenti di creare linee regolari nello stretto» sospirò. «Ma certo non siete qui per verificare il nostro stato sociale. Potete spiegarmi la ragione della vostra, senza dubbio gradita, visita? Il messo che mi ha recato la notizia non mi ha detto molto.»
Elena fissò Weeber poi lanciò uno sguardo intorno. Senza dubbio la casa era bella, ariosa, luminosa. Ma... ma quella sensazione d'essere continuamente osservata non l'abbandonava un solo istante.
Il duca parve capire. Si alzò e, tra la sorpresa generale, con un fiammifero accese uno strano cero sul quale erano disegnati due occhi che ad Elena parvero conosciuti. Quando la fiamma cominciò ad intaccarli si udì un lontano lamento.
Subito la ragazza si sentì libera dal peso opprimente. «Cos'è stato?» chiese udendo ancora il gemito.
«Certo un cane...» Con un mezzo sorriso ironico. «Prego, continui.»
«Al messo non potevamo dir nulla. La ragione della nostra visita è troppo importante perché sia udita da orecchie indiscrete. Lui è Michele Weeber. Io sono Elena Gherardi. Credo abbiate conosciuto mio padre.»
«Tommaso? Certo. Non personalmente, ma abbiamo avuto un intenso carteggio in questi ultimi anni. Entrambi ci interessiamo d'antichità. Come mai non è qui con voi?»
La ragazza chinò appena il capo. Poi, quasi senza riprender fiato, gli raccontò tutta la storia.
Il duca ascoltò in assoluto silenzio. Il suo volto non tradiva alcuna emozione. Soltanto gli occhi guizzavano nervosamente dalle labbra agli occhi di lei mostrando una certa ansietà.
«...e credo... so che quando troverò l'ogam troverò mio padre.» Tacque. Aveva fatto un notevole sforzo per non farsi assalire dall'emozione.
«E una storia invero orribile. Ma purtroppo le tenebre celano mostri sanguinari. Sono felice che lei sia sfuggita alle loro grinfie. Solo non capisco. In che modo posso esserle utile?» Ancora imperturbabile. Ma dentro era tutto un fremito.
«Lei ha scritto a mio padre d'avere l'ogam.» Per tutta risposta il Duca si alzò di scatto. Ormai non riusciva più a contenere la frenesia che l'aveva assalito. «Ha... ha portato ciò che volevo in cambio?»
Da una tasca interna del mantello Elena tirò fuori un piccolo involucro. Dentro, accuratamente imballato c'era un'ampolla senza apertura dalla strana forma di uovo.
«L'uovo alchemico» mormorò e glielo porse.
Il duca spalancò gli occhi. Poi con la delicatezza per una reliquia lo prese e restò a fissarlo per alcuni minuti letteralmente estasiato. «Finalmente» mormorò, «finalmente...»
«Ora può darmi l'ogam
«Non è in mano mia.»
«Cosa?!» Michele, silenzioso sino a quel momento, si era alzato di scatto. «E ci ha fatto fare questo disgraziatissimo viaggio per nulla?»
Il Sanseverino riuscì a staccare gli occhi dall'ampolla. «Si controlli. Io non ho mai detto a Tommaso d'avere l'ogam. Gli ho solo assicurato di sapere dove trovarlo.»
«E allora cosa aspettiamo?! Voglio cercare di tornare subito a Milano e lasciare questi strani posti.»
Ancora una volta il duca non mostrò risentimento. Scosse il capo. «Calma, mio focoso giovane, calma. So dov' è, ma non è facile prenderlo come lei crede. Ci vuole coraggio... molto coraggio.» Si risedette. Con lo sguardo tornò estasiato all'uovo alchemico che mandava incredibili bagliori, mentre il liquido traslucido che conteneva ondeggiava denso mutando colore ogni istante.
Ci fu un lieve tocco alla porta. Un delizioso aroma di caffè inondò la stanza.

«Cos'è?» Con un tremito nella voce.
«Una tomba. Alquanto strana, ma pur sempre una tomba.»
Erano saliti su una montagna di roccia nera. Torrenti di polvere grigiastra tracciavano ruscelli asciutti lungo i pendii. A dorso d'asino avevano raggiunto una piazzola scavata sul fianco della montagna.
Qui un terrore quasi palpabile aveva afferrato Elena bloccandole il respiro. Quel qualcuno celato nella terra era lì, lo sentiva. Irreale, ma agghiacciante. Era lì. Un gelo intenso le addolorò le carni e irrigidì le membra.
«Pare un luogo dimenticato da Dio» riuscì a mormorare.
«Lo è di certo.»
Nella roccia sul fianco della parete, proprio davanti a loro un'apertura sembrava una gran bocca famelica. Ai suoi lati due grossi stipiti di pietra, come colonne, a reggere l'architrave. Su di essi erano scolpite altrettante figure orrende, figure di mostri che parevano in attesa, incubi d'inferno che soltanto la mente di un folle aveva potuto partorire. Sull'architrave due pietre triangolari con la punta rivolta in basso sembravano i denti acuminati d'un vampiro. Tra esse un nome inciso a lettere rosse come tizzoni ardenti. "Anacleto Loperuso".
«Perché ci ha portati qui?» Michele sentì l'oppressione nell'aria.
«Una volta questo era l’ingresso di una vecchissima miniera di magnetite. Molto tempo fa due minatori entrati per il normale turno di lavoro furono trovati orrendamente dilaniati. Con intorno numerose impronte mai viste e che nulla avevano di umano... o di animale.»
«Vuole spaventarci? »
Il duca sollevò le spalle e riprese quasi non avesse udito la domanda di Michele. Elena era muta e sempre più pallida.
«Gli scavi furono sospesi e venne condotta un'indagine. Senza esito, così fu data frettolosamente la colpa ai lupi anche se già allora non ce n'erano quasi più.» Tacque.
Una nube scura coprì il sole rendendo ancora più cupo l'ambiente. Un vento gelido ricordò loro che si era in inverno e asciugò il sudore facendoli rabbrividire di più, insinuandosi persino nelle loro anime per spazzarne la tranquillità.
La ragazza fece un piccolo passo indietro, intimamente sopraffatta. La voce rassicurante del duca le diede un momentaneo senso di sollievo.
«La miniera venne riaperta. Per poco. Alcuni giorni dopo tra le rocce di magnetite fu rinvenuto un sarcofago che doveva essere lì da molto tempo. Entrarono in sette per cercare di aprirlo.» Parve che il Sanseverino stesse rivivendo quel momento. «In un primo tempo non si udì nulla, soltanto il respiro affannoso di quelli che erano rimasti fuori. Poi, all'improvviso, uno stridio proveniente dalla miniera. E con esso un suono agghiacciante che piegò le gambe ai più coraggiosi. Tutti indietreggiarono investiti da un flusso d'odio puro, pensando, con sbigottito orrore, a coloro ch'erano entrati. Poi... urla strazianti... d'aiuto... il nome di Dio invocato mille volte... e ancora urla... urla... Urla.» Il duca aveva lo sguardo fisso e un leggero sudore gli imperlava la fronte, mentre il respiro si era fatto ansante. Infine riuscì a calmarsi. «Uno solo riuscì a venir fuori poco dopo. Aveva le vesti a brandelli, il corpo orrendamente piagato. E gli occhi d’un pazzo. Corse come un forsennato verso l'orlo del baratro e prima che qualcuno potesse fermarlo vi si gettò ponendo fine alla sua sofferenza. Fu allora che, dicono, qualcosa di orribile cominciò a venir fuori dal buio. I più scapparono terrorizzati. Ma un vecchio rimase. Aveva con se un piccolo oggetto in legno che raffigurava un antichissimo dio dimenticato. Nessuno sa con certezza ciò che accadde, ma l'uomo più coraggioso, colui che fuggì per ultimo pare si sia voltato indietro a incitare il vecchio alla fuga e nel farlo l'abbia udito mormorare strane frasi. E anche d'averlo visto scagliare la statuetta contro l'orrore che emergeva. L'uomo si fermò poiché s'era accorto che il mostro non avanzava più e subito dopo udì un urlo tremendo di rabbia e dolore.»
«E che successe?»
Il duca sollevò le spalle. «Chi può dirlo, è storia vecchissima. Certo forse avrebbe avuto un seguito se in quel momento Messina non fosse stata sconvolta da un tremendo terremoto. Ma parliamo di centinaia di anni fa.»
«I bassorilievi del suo portone...» mormorò Elena.
Il Sanseverino annuì piano. Indi concluse: «Da allora nessuno è più venuto qui. Tranne lui.» E puntò il dito verso il nome scolpito sull'architrave.
Il silenzio fu improvvisamente rotto dal grido di un gabbiano. Erano piuttosto lontani dal mare.
Il duca sollevò il capo e fece un vago cenno all'uccello, quasi lo avesse capito. «E meglio andarsene ora. Qualcuno potrebbe innervosirsi per la nostra presenza.»
Non aggiunse nulla, ma tanto Elena che Michele istintivamente posarono lo sguardo sulle due figure demoniache ai lati dell'apertura. Ed entrambi pensarono ad un riflesso quando videro luccicare denti aguzzi.
Tornarono al palazzo ciascuno assorto nei propri pensieri. Michele col solito volto inespressivo, Elena ancora spaventata e il duca che si guardava frequentemente intorno come temesse qualcosa.
A tavola, davanti al desco imbandito il Sanseverino riacquistò la solita giovialità. «E’ bene mangiare poco, ma di tutto» suggerì facendo accomodare i suoi ospiti.
Fu servito un primo di pasta con le sarde, poi un trancio di pesce spada ai carboni e un gran numero di contorni quasi esclusivamente a base di frutti di mare. Erano all'ultima portata, quando il duca riprese a narrare quasi non ci fosse stata alcuna interruzione.
«Quell'uomo... Loperuso, è stato un acerrimo nemico della mia famiglia. Era dedito alla Magia Nera e soleva raccogliere libri antichissimi, testi di religioni che pochi, conoscevano, pergamene e tavole divinatorie. Circa trent’anni fa destinò quella miniera a diventare la propria tomba. E dopo poco morì. Quasi l'avesse previsto. Tra l'altro nessuno sa come abbia sistemato l'ingresso in quel modo spaventoso. Invero nessuno mai avrebbe scolpito figure tanto orrende. Eppure sono lì, è indiscutibile. E’ certo tutta opera sua.» Zittì.
La cameriera si era avvicinata ai tre con un bacile d'argento colmo d'acqua per sciacquarsi le mani e un lindo pannolino per asciugarle.
Quando la donna si fu allontanata riprese: «Qualche giorno prima che Anacleto morisse o, almeno, che ne desse l'impressione, un guardiacaccia lo vide trasportare da solo un grosso baule. L'uomo, visibilmente agitato, affermò che il mago non disponeva di alcun mezzo, ma che la cassa lo precedeva fluttuando nell'aria sorretta dal solo suo sguardo. Ovviamente nessuno gli credette. Il giorno seguente il guardiacaccia si uccise nella propria casa con un colpo di lupara in bocca. Morte atroce .e oscura se si pensa che era un uomo per nulla infelice e d'un sano equilibrio mentale.»
«Un baule?»
«Già, un baule. Vede, signorina, lui possedeva manoscritti preziosissimi dai quali per nessuna ragione al mondo si sarebbe separato. E possedeva l'ogam. Mio nonno stesso gliel'aveva visto. Non mi chieda come ne sia venuto in possesso. I suoi servitori non sempre erano... umani. Eppure nella sua abitazione non fu mai rinvenuto nulla. Al contrario vi lasciò denaro, preziosi e opere d'arte di gran valore.»
Michele si tolse gli occhiali e prese a pulirli accuratamente. «Se ho ben capito. lei ha qualche dubbio sulla sua morte.»
«Più di un semplice dubbio. Fu un decesso strano. Morì. Improvvisamente. Il suo cuore si fermò senza apparente ragione. Due medici lo visitarono ed entrambi certificarono la sua morte, benché non ne riuscissero a spiegare le cause. Loperuso aveva lasciato un testamento. Ordinava che tutti i suoi beni fossero messi sotto tutela per trent'anni. Decorso tale termine, se nessuno li avesse reclamati, sarebbero divenuti proprietà della città. Poi spiegava le modalità della sua sepoltura. Ordinava di portare il corpo presso quella caverna, ma di non entrarvi, di lasciarlo all'ingresso e andar via. Ovviamente ebbe l'accortezza di scagliar anatemi contro chi non avesse obbedito, minacciando atroci sofferenze a colui che avesse osato addentrarsi, anche successivamente, nella sua tomba.»
«E ovviamente nessuno provò a farlo.»
«Cosa vuole» il duca abbozzò un sorriso arricciando un baffo, «la mia gente è molto superstiziosa. Quindi fecero subito ciò che era stato ordinato e fuggirono via solo alla vista dei due mostri scolpiti ai lati dell'ingresso. E fecero bene. Infatti» concluse sibillino, «un pericolo mortale c'era... e c'è tuttora.»
Elena si sbottonò il colletto. Aveva bisogno di aria.
Weeber strinse le labbra sospettoso. «Che genere di pericolo?»
«Ciò significa» intervenne la ragazza rabbrividendo, «che per prendere l'ogam dovremmo entrare nella tomba?!»
«Esatto.»
«Col rischio d'inciampare in un cadavere vecchio di trent'anni?»
Fu servita la frutta. Melone giallo, arance e uva. «Ammesso che sia un vero cadavere.» E il Sanseverino accarezzò l'uovo alchemico che mai in quella giornata aveva anche per un solo attimo abbandonato.

Il mattino del 28 dicembre preannunciava una giornata nuvolosa. Avevano riposato per un giorno intero, ma era ancora buio quando furono destati da un servitore. «Il signor duca vi attende tra un'ora nell'atrio.»
Elena rinunciò subito alla gonna in favore di un paio d'aderenti pantaloni da cavallerizza. Non sapeva esattamente a cosa andava incontro, né capiva che genere di pericolo avrebbero dovuto affrontare, ma la certezza che presto avrebbe ritrovato suo padre zittì la paura.
La sera prima non s'era per nulla sorpresa nel ritrovare nella sua stanza il cero con gli occhi per metà colati. Forse per questo aveva trovato piacevole il baldacchino con le tendine di raso azzurro e anche per questo era riuscita a dormire un sonno tranquillo.
Michele aveva invece indossato lo stesso abito da viaggio e una camicia pulita. Un berretto moscio e scarpe comode.
S'incontrarono senza volerlo nell'ampio disimpegno centrale. Scesero le scale con una fretta contenuta.
«Siete puntuali.»
Si girarono riconoscendo la voce del Sanseverino. E fecero un balzo indietro spaventati. Pareva un fantasma. Era completamente avvolto in una lunga tonaca bianca, simile a un lenzuolo, che lasciava scoperte le mani e il capo. Aveva guanti bianchi. Persino il volto era dipinto ad eccezione degli occhi violentemente marcati di rosso. Sul petto ondeggiava un grosso medaglione d'argento con incisi i simboli della vita e della morte. Appariva spettrale ai piedi della scala illuminata dai lumi a petrolio.
«Se ha voluto spaventarci le assicuro che ci è riuscito molto bene.» Elena girò lo sguardo per mostrare il proprio disappunto.
Per nulla infastidito dal rimprovero, il duca fece un cenno a un servitore. L'uomo si avvicinò reggendo tra le mani due panni di stoffa stretti e lunghi, molto simili a sottili sciarpe. Il Sanseverino le prese e le porse ai due. «Mettetele al collo. Vi proteggeranno.» Sulla stoffa, sempre bianca, erano dipinti simboli magici.
«Proteggere? E da chi?» domandò perplesso Michele.
«Dai... dai dèmoni posti a guardia dell'ingresso?» chiese con voce tremante Elena.
«Quelli? Oh, no, nulla riuscirebbe a fermarli. Tranne qualcosa che... posseggo. No, non dovete temere loro.» Tentò un debole sorriso facendo spiccare giallognoli i denti sul viso bianco. «E’ dentro... dentro che avrete bisogno di protezione. Non vi sarà pericolo per voi. Almeno finche avrete al collo quelle stoffe.»
«Cosa? Lei spera... pensa che io la segua in quella tomba?! E’ matto da legare.»
Il duca non batté ciglio. «Dovete farlo se volete l'ogam
«No. Lei entrerà, vero? Sarà lei a portarcelo quando uscirà.» Michele non si dava per vinto.
«Lo farei volentieri, ma non è detto che io riesca a uscire da quella miniera maledetta. E, credetemi, non ci sarà una seconda occasione. Se volete la tavoletta divinatoria dovete entrare con me. In caso contrario dimenticatela. Per sempre.» Silenzioso, proprio come un fantasma, uscì dalla sua casa e salì sulla carrozza che l'attendeva fuori.
Weeber e la ragazza si scambiarono un'occhiata. Poi decisero che non erano giunti lì per nulla.

Il vetturino li accompagnò alle pendici del monte. Non c'erano asini ad attendere. Il duca scese e senza una parola si avviò su per la mulattiera. I due lo seguirono a qualche metro di distanza.
«Francamente non so se tremare o mettermi a ridere.» Michele, nervosissimo, si tolse per l'ennesima volta gli occhiali e prese a pulirli distrattamente con la sciarpa. Non appena se ne accorse rimise il panno a posto con i simboli ben in vista. «Quando mi hai proposto di cercare l'ogam non mi avevi detto che avremmo dovuto frugare in una tomba.»
Elena lo fissò disgustata. «Te la fai sotto, vero?» disse con voluta cattiveria.
«Non sono mai stato famoso per il mio coraggio. E anche il tuo bel visino non è poi tanto roseo. Riesce a essere più bianco di quella pezza che porti al collo.»
«Silenzio!» intervenne il duca. Erano infatti giunti. Il Sanseverino si girò e fece loro cenno di fermarsi. Poi s'inginocchiò a pochi metri dall'ingresso della miniera-tomba. Dall'incavo del vestito tirò fuori un libricino minuto e sgualcito. Lo aprì e, leggendo da esso, prese a salmodiare una litania, accompagnandola con gesti della sinistra. Si toccava spesso la fronte, il petto e i genitali. La sua voce dapprima bassa pian piano divenne cupa, possente, alzandosi di tono.
I due giovani, fermi alle sue spalle, si scambiarono un'occhiata perplessa, poi tornarono a seguire la scena. Intanto il giorno stava nascendo. Il sole già spuntato all'orizzonte era però completamente celato dalla montagna e non riusciva ad illuminare lo spiazzo. Fu per questo che Elena e Michele non si accorsero subito di quanto stava accadendo.
Ci fu soltanto un tremito impercettibile, come un brivido. Poi le due figure demoniache ai lati dell'ingresso si mossero. Lentamente, come avvolte in un liquido denso. Con una certa velocità i movimenti aumentarono, di più, sempre di più, sino a divenire convulsi. Lontane terribili urla parevano giungere dal più profondo inferno, mentre i dèmoni lottavano contro un'invisibile barriera cercando di uscire dalla roccia che li imprigionava. Digrignavano i denti aguzzi e a tratti mettevano fuori la lingua gonfia, segnata da bubboni purulenti. Spasmodicamente spingevano in avanti le robuste zampacce fornite di lunghi artigli affilati accanendosi contro quella tenace invisibile tela. Man mano che il tempo passava i tentativi si facevano sempre più frenetici, più violenti e nei volti bestiali la furia si aggiungeva a furia.
Elena e Michele stavano osservando tutto con occhi e bocca spalancati, incapaci di una qualsiasi reazione. Fu all'improvviso che avvenne.
Con uno straziante rumore di stoffa lacerata un varco nel Reale si aprì. Un braccio peloso e nero venne fuori dalla roccia subito seguito da una testa orripilante. Occhi gialli rigati di rosso, orecchie accartocciate e un naso da porco su una bocca munita di più serie di denti aguzzi, tra labbra violacee grondanti bava. Uno stomachevole puzzo di carogna si diffuse nell'aria, che risuonava di latrati, grugniti e urla. Poi anche il secondo immondo essere riuscì a liberarsi. Era del tutto simile al primo, solo più inferocito. Ed entrambi fissarono i tre con occhi bramosi.
Il duca aveva smesso di parlare ed era rimasto immobile, indifferente all'orrore che si stava scatenando a due passi da lui.
I dèmoni furono quasi del tutto fuori. Sollevarono gli artigli in alto urlando al cielo il loro grido di libertà. Infine si mossero. Per uccidere, dilaniare, e sbranare.
Fu allora che il duca dei Sanseverino si sollevò in tutta la sua maestosa persona. Come dal nulla nella mano gli comparve l'uovo alchemico. Lo alzò e lo scagliò sulla roccia tra i due demoni. Ci fu un leggero rumore di vetri infranti, subito seguito da un lampo vividissimo, accecante. Un fuoco azzurro si sprigionò dalla magica ampolla. I dèmoni s'arrestarono. Un insolito suono creato da mille strumenti diversi soverchiò le urla. Persino le ombre dei due mostri parvero voler schizzar via. Le zampacce si chiusero a pugno negli spasmi della sofferenza, ficcando gli artigli nella propria carne e i denti morsero a sangue le labbra mischiandolo alla bava giallastra.
La fine giunse come fiamma che li avvolse. I latrati divennero guaiti, le urla gemiti di dolore. Il terreno sotto di loro parve ribollire, mentre le due turpi bestie si contorcevano in preda a spasmi atroci. Le fiamme mistiche sembravano insaziabili.
I dèmoni urlavano strisciando verso le aperture della roccia in un estremo quanto vano tentativo di fuggire. In terra lingue di sangue e macchie d'un umore fetido. Uno solo dei due riuscì ad avvicinarsi alla soglia. Solo avvicinarsi. poiché lì cessò quella che per entrambi non poteva neanche dirsi vita.
Il fuoco azzurrino avvampò per qualche minuto. Poi si spense. Lasciando soltanto due corpi fumanti.

Elena e Michele parvero svegliarsi da un incubo. La donna era rigida, statua di sale, l'uomo, invece, in ginocchio con le mani al capo e gli occhi lucidi come sul punto di piangere. «Cosa... chi... oh Dio! E’ stato orribile.»
Il duca si girò. Il viso sprizzava gioia e il truce sorriso gli dava l'aspetto d'angelo vendicatore. «E’ fatta... Finalmente... senza l'ampolla non sarei mai riuscito a entrare. Loro... i Guardiani, mi avrebbero fatto a pezzi. Ora andiamo. E’ giunto il momento della vendetta.»
«Vendetta?» riuscì a balbettare Michele. «Di quale stupida vendetta sta parlando? In quale tremenda faida ci ha coinvolti?»
Il Sanseverino non rispose. Tornò a girarsi verso le miniera-tomba e senza esitazioni percorse i pochi metri che lo separavano dall'ingresso e vi entrò. I due rimasti fuori tornarono a interrogarsi con lo sguardo. Erano letteralmente terrorizzati da quanto accaduto, ma nessuno dei due voleva, per ragioni diverse, tornare indietro. Tremando un po' lo seguirono, cercando di non guardare quelle "cose" accartocciate lì, in terra. Entrarono. Fu come superare la soglia del reale.
L'interno era semplicemente tetro. Alcune fiaccole che dovevano essere spente da anni sprigionavano ancora fiamme giallognole illuminando tenuemente l'ambiente. Soltanto nuda pietra e polvere grigia in terra. Infine sbucarono in un'ampia sala completamente scavata nella roccia nera. La sua vista era sconvolgente. Le pareti erano completamente coperte da macabre figure, non certo di questo mondo, esseri che popolano gli in. cubi in atteggiamenti da brividi. E al centro...
Un grande sarcofago in pietra violacea, una pietra mai vista. Al suo fianco una rozza bara in legno. Il coperchio non era stato inchiodato, solo appoggiato. A destra, in quella che doveva essere una nicchia, un grosso baule polveroso.
«Lì c'è ciò che cercate.» Il Sanseverino con gli occhi puntati al sarcofago aveva solo mosso la mano con l'indice alla nicchia senza però girare lo sguardo.
Fu allora che si udì il lamento.
Michele non ci fece caso. Si era letteralmente gettato sul baule e l'aveva aperto cercando l'ogam. Il duca invece era irresistibilmente attratto dalle due diversissime sepolture.
Elena invece capì subito cosa poteva significare quel lamento: Proveniva da un angolo buio. Con passo Incerto si mosse in quella direzione. Aveva paura, ma più forte era il disperato desiderio di ritrovare suo padre. Non si sbagliava.
«Padre!» esclamò con le lacrime agli occhi.
Il vecchio Tommaso era ridotto piuttosto male. Sollevò il capo. Aveva gli occhi sbarrati, simili a quelli di un folle, le membra rinsecchite come dopo un lunghissimo digiuno.
«Chi sei?» farfugliò con voce impastata.
«Io... Elena...»
Tommaso Gherardi parve comprendere. Tentò di sollevarsi da terra, mentre un barlume di lucidità gli attraversava gli occhi allucinati. «Elena... Buon Dio... Elena... impossibile… »
La ragazza si chinò cercando di sollevarlo, ma la sua forza non era sufficiente. Allora gridò a Michele: «Aiutami, dobbiamo portarlo via di qui.»
Weeber non le prestò la minima attenzione. Stringeva tra le mani una tavoletta di legno e alcuni rotoli di pergamena.
«Figlia mia» il vecchio sollevò a fatica un braccio, «va' via... scappa... fuggi... qui c'è la morte... l'orrore... scappa via, ti scongiuro... per me... non c'è più nulla da fare... Lui... lui mi ha toccato... è come peste nera... ha infettato la mia carne... Lui... scappa... nulla si può... nulla...»
Elena non fece caso alle sue parole e cercò l'aiuto del duca.
Il Sanseverino però stava facendo qualcosa di molto strano. Dalla tonaca aveva tirato fuori un sacchetto contenente un piccolo braciere a tre piedi, un cono di carta con della polvere e due pietre focaie. Si era avvicinato al sarcofago in pietra e vi aveva posto sopra il braciere. L'aveva riempito accuratamente di polvere dandole fuoco. Fatto questo indietreggiò lasciando il braciere a fumare sopra la sepoltura viola. Infine, segnò l'aria con simboli magici pronunciando al contempo parole incomprensibili.
«Duca, per pietà mi aiuti.»
Il nobile si girò. Guardò prima Michele che continuava a frugare nel baule emettendo ogni tanto esclamazioni di meraviglia, poi Elena accanto al corpo martoriato del padre. «Ho dato a entrambi ciò che entrambi cercavate. Ora non dovete disturbarmi più. Uscite di qui finché siete in tempo.» Tacque e tornò a guardare la bara di legno. Incurante di tutto e di tutti.
Michele l'aveva udito. Si risollevò dal baule. «Credo sia meglio dargli ascolto.»
«Mio padre...»
«Maledizione... questo posto mi fa venire i brividi. Andiamocene.»
C'era nell'aria un senso d'attesa. Qualcosa stava per avvenire.
«Non mi muoverò di qui senza mio padre.»
«Porco Giuda! E va bene, ma facciamo in fretta.» Si avvicinò alla ragazza. E si bloccò, mentre il sangue gli si gelava nelle vene.
Il coperchio della bara di legno si stava sollevando.

«Chi osa? ...» Una voce roca, cavernosa.
Il duca era raggiante. «Io, malnato, io, demonio, io l'ultimo dei Sanseverino.»
L'uomo che aveva parlato emerse dalla bara davanti agli occhi di tutti. Era quasi uno scheletro con la pelle incartapecorita attaccata alle ossa. Soltanto gli occhi erano vivissimi. E aveva una mano mozzata.
Elena esclamò: «È lui... lui che ha cercato... attraverso lo specchio…»
Loperuso udì la sua voce e girò il capo. Indi l'abbassò sul padre. «E’ riuscita... a portarti l'uovo alchemico... a nulla è valso far sparire il vecchio.» Parve semplicemente infastidito. Tornò a guardare il Sanseverino. «Ora cerchi me. Vero?»
Il duca gli rispose in tono pacato: «Ti sei nascosto per trent'anni. Volevi sfuggire alla tua stessa sorte. Te l’avevano predetto, un uomo della famiglia dei Sanseverino ti avrebbe ucciso. Se fossi riuscito a evitarlo avresti avuto l'eterna giovinezza. Ma io sono qui. Invano hai sterminato tutta la mia gente. Invano hai cercato protezione a quei dèmoni senza tempo. Io sono qui. Perché tu muoia davvero.»
«Non esserne tanto certo.»
«La tua spavalderia è una finzione, altrimenti non ti saresti celato all’ombra d'un mostro tanto abietto. Quando hai ucciso mio nonno, mio padre e tutti i maschi della mia famiglia hai tentato di soffocare anche la mia giovane vita. Ti servisti della Magia Nera. Eppure ancora non sai come io abbia fatto a sfuggirti.»
Lo stregone mostrò i denti in un ghigno. «Spiegamelo allora.» Pareva voler guadagnare tempo. E il Sanseverino nel dolore dell'antico ricordo senza volerlo l'assecondava.
«Mio nonno usò l'Incantesimo dell'Oblio. Ti dimenticasti della mia esistenza. Cento volte ti allontanasti dalla nostra casa disseminata di morti, cento volte tornasti indietro a cercarmi. Ma ogni volta che mi giungevi vicino l'Incantesimo cancellava dalla tua mente il mio ricordo. Ero piccolo e indifeso, e mi rendevo conto di ciò. Ogni volta che la tua ombra spettrale macchiava le scale della mia dimora io tremavo di paura. Ma ora tutto è mutato. Ora sei tu a tremare.»
«Già!» ghignò ancora Loperuso. «Seppi che eri sopravvissuto e che in qualche modo eri riuscito a sfuggirmi.»
«Così» continuò imperterrito il duca, «ti sei vilmente celato all'ombra di Amhuthu. Ho trascorso anni della mia vita a cercare il modo di difendermi da quel mostro. Infine, rinvenni il braciere tra mille altre anticaglie. Purtroppo avevo un altro ostacolo da superare: i Guardiani. Nessun essere umano avrebbe potuto combattere e vincere contro di loro. Poi la fortuna bussò alla mia porta. Era Tommaso Gherardi che cercava l'ogam che possedevo. In cambio mi offriva l'Uovo Alchemico.»
«Interessante. Ma come...»
«Ora basta, si è ciarlato troppo.» Il duca si avvicinò alla bara mentre Loperuso tornava a distendersi dentro. «Sciocco! Se avessi lasciato in vita i miei cari nessun Sanseverino si sarebbe lordato le mani col tuo sangue, perché nessun Sanseverino si è mai curato dei vermi e delle serpi. È stata tanta ottusa atrocità a segnare il tuo destino.» Sempre più vicino. «Sì, stregone, è bello leggere nel futuro, ma è terribile sapere... poiché esso è immutabile.» Vicinissimo. «Dovevi uccidere tutti i Sanseverino... proprio tutti.» Si chinò.
E aggrottò la fronte sorpreso. Nella bara non c'era più nessuno.

Intuendo il pericolo si girò di scatto. Una mano scheletrica lo ghermì alla gola. Le unghie affilatissime incisero la carne facendo sprizzare sangue vivo. Il duca afferrò il braccio cercando di liberarsi dalla stretta mortale, ma questa pareva d'acciaio. Allora tirò fuori una corta bacchetta e toccando con essa il braccio mormorò: «Che il bianco mi protegga e bruci come fiamma.»
Di scatto la mano si ritrasse dal collo dipinto e un gemito di dolore si levò dalle labbra rinsecchite dello scheletro.
Intanto Michele stringeva a se l'ogam incapace di far nulla. Elena era china sul padre nel vano tentativo di trascinarlo lontano. Il racconto li aveva inchiodati al suolo.
I due nemici ora si fronteggiavano fissandosi negli occhi. In assoluto silenzio cercavano il modo di colpire a morte. Fu proprio per quell'improvviso silenzio che si udì il ringhio. Benché lontano era egualmente terrificante. Proveniva dal sarcofago di pietra.
«Amhuthu!» balbettò spaventato lo stregone.
«Non temere, verme» lo schernì il duca, «il braciere di Mhotha, Grande Pash di tutte le Ere ci proteggerà. Gli impedirà di venir fuori a straziarci.»
Fu allora che Loperuso colpì. Un vento infernale avvolse dal nulla il Sanseverino. Mille Pthogh, i Diavoli Urlanti, presero a vorticare intorno a lui, mentre lo stregone aveva aperto le braccia e le muoveva a mo' di ali rattrappite per spingere il vento con forza crescente. «Non cantare vittoria troppo presto. Il braciere proteggerà me, poiché sarò io a ucciderti.»
Il terribile vento schiacciò il duca alla parete di roccia, mentre la coorte di Pthogh l'assaliva. La bacchetta per l'urto gli sfuggì di mano e rotolò ai suoi piedi.
«Muori, Sanseverino, ultimo ostacolo alla mia eternità.»
Il duca strinse i denti e cercò di chinarsi per raccogliere la bacchetta, ma il vento era tanto violento da impedirgli qualsiasi movimento, mentre i dèmoni lo ghermivano. Allora aprì leggermente le labbra ed emise un fischio, un sibilo acuto.
Fu il caos. I dèmoni cercarono scampo in una fuga precipitosa, ma molti non vi riuscirono. Le loro teste mostruose presero a dilatarsi e tra spasmi atroci si gonfiarono fino a esplodere spargendo intorno nera materia nauseante.
Lo stregone smise di ridere e sfogò la sua rabbia profferendo oscene bestemmie. Poi sollevò lo sguardo sulla roccia che sovrastava il duca. Si udì uno scricchiolio e un lastrone di magnetite si staccò precipitando sul Sanseverino. Lui fece appena in tempo a frenarne la caduta a pochi centimetri dalla sua testa. Con lo sguardo. Lo sforzo era immane, impari la contesa in quanto lo stregone era aiutato dalla bufera infernale. E il duca scoprì in quell'istante i limiti della sua magia. Sudava abbondantemente. Le gocce di sudore gli rigavano il volto bianco, mentre i muscoli del volto erano tesi allo spasimo. Il corpo era scosso da violenti tremiti quando i dèmoni Pthogh tornarono ad assalirlo. Allora cercò di ripetere il sibilo devastante, ma il suono venne fuori tremolante, frammentato dallo sforzo cui era sottoposto. Non certo più in grado di frenare il nuovo attacco. Quella era la fine.
«Andiamo via!» urlò Michele a Elena.
«Fa' qualcosa!» di rimando lei.
«Sei pazza?! Son cose troppo... troppo superiori a noi.»
La ragazza lasciò per un attimo suo padre e raggiuntolo lo scosse. «Sei un verme. Un coniglio.»
«E tu stupida. Ciò che cercavamo ora l'abbiamo. Andiamocene. E se tu sei tanto matta da restare qui... allora addio.»
Fece solo due passi. L'uscita della caverna svanì. Al suo posto solo nera pietra, la stessa che ormai li circondava da ogni parte. Michele urlò per la disperazione e si scagliò contro la roccia picchiando i pugni sino a farli sanguinare.
Un brontolio cupo raggelò l'aria. Il sarcofago di pietra viola vibrava, stentando a contenere una forza devastatrice, ma il braciere di Mhotha la riusciva a tenere a freno.
Mentre i due nemici erano tesi nella lotta mortale. Con il duca allo stremo.
Fu così che accadde l'imprevedibile.
Trovando residui di forza nell’ira e nella disperazione il vecchio Gherardi si rimise in piedi: «Tu... mostro... tu... non... devi... vivere...» Gli si gettò contro afferrandogli il collo e tirandolo indietro.
Loperuso allibì. Soltanto sorpreso. Null'altro. Era troppo forte per l'esile stretta del vecchio. Con un sibilo di rabbia gli afferrò il braccio e sollevandolo come un fuscello lo scagliò contro la roccia. Quando Tommaso cadde al suolo aveva il collo piegato in modo innaturale. Tutto in una frazione di secondo. Ma fu sufficiente. Il Sanseverino si gettò per terra, libero per quell'istante dal vento infernale, rotolò lontano dalla lastra di pietra che si schiantava al suolo. Quando si rialzò aveva ben stretta in pugno la magica bacchetta.
Lo stregone tentò di difendersi creando subito una barriera invisibile, mentre il duca tracciava magici segni nell'aria. Una miriade di luci dai vividi colori danzò nell'etere, poi con violenza incredibile si scagliò contro lo stregone bersagliandolo ferocemente. Si udivano suoni simili a lontani scoppiettii. La barriera di Loperuso resistette per poco. Pian piano però i contorni presero a perdere consistenza, a slabbrarsi. Finché, come mille coriandoli luccicanti, la magica protezione andò in frantumi. Per la sua fine.
Colpito più volte in tutte le parti del corpo, quasi assalito da centinaia di api impazzite, barcollò. Tentò di trovare scampo nella sua bara. Invano. Con un urlo inumano cadde al suolo. Sollevò ancora l’unica mano per un estremo tentativo. Ma non per colpire il Sanseverino.
Un debole raggio avvolse il piccolo braciere di Mhotha sopra il sarcofago facendolo schizzar via in pezzi. Poi, con una sinistra risata, morì.
Nell'istante in cui la lastra che ricopriva il sarcofago di pietra viola veniva scagliato in alto con inaudita violenza.
Il duca sotto la maschera bianca impallidì. Fece un passo indietro.
Era la fine.
Poiché l'orrore puro, il viscido Amhuthu si era svegliato.

Qualcosa ribollente comparve dall'orlo del sarcofago. Suoni osceni e vischiosi lo precedevano.
Michele urlò e portò le mani agli occhi per non vedere. L'ogam del Druido cadde nella polvere grigia.
Elena non reagì. Si era avvicinata al corpo senza vita del padre e piangeva sommessamente. Poi sollevò il capo. Ecco, era lì ciò che dall'inizio lei aveva visto senza guardare, udito senza ascoltare, era lì Colui Che Dorme Sotto La Città.
Incredibilmente la sua paura cessò. L'ossessiva ansia che l'aveva afferrata dal primo momento, lasciò il posto alla rassegnazione. Poiché lei sapeva che nessuno di loro era in grado di sfuggire a quella morte, di tornare a rivedere il sole. La sua anima si sciolse cercando di dileguarsi in qualche anfratto della roccia poiché la fine più terribile non riguardava il corpo.
Ma già il Sanseverino stava cercando disperatamente di fermare l'entità compiendo alcuni sortilegi.
Se le mille paure ancestrali, se le mille fobie del genere umano, se i mille orrori di cui lo stesso genere umano è capace avessero potuto concentrarsi in quel momento li, davanti a loro, nulla sarebbero state al confronto della perfida cosa che emergeva. Non aveva occhi, ma vedeva più d'ogni altro, non aveva bocca, ma urlava, non aveva forma, ma cambiava aspetto di secondo in secondo, assumendo quello di ciò che ciascuno dei presenti temeva di più.
Con uno sbuffo di materia verdastra il mostro cancellò ogni barriera magica del duca e con tale facilità che parve deridere il tentativo.
«Siamo perduti!» mormorò il Sanseverino.
Il terrore era palpabile. Un liquido maleodorante fuoriusciva dal sarcofago. L'aria divenne irrespirabile. E Amhuthu emerse.
Per pochi istanti rimase fermo a pregustare il pasto di corpi e anime. Poi mille bocche fameliche si aprirono ovunque nella flaccida grinzosa pelle e lingue violacee saettarono fuori come se all'interno del corpo vi fosse un nido di serpenti.
A due passi dal sarcofago c'era il corpo di Tommaso Ghepardi. Il mostro si mosse. Terribile, inumano
«Venga via di li.» Urlò il duca a Elena
«Mio padre..» singhiozzò lei.
«Suo padre è morto.»
Ma la ragazza non sembrava per nulla intenzionata ad allontanarsi dal suo corpo esanime.
L'Orrore Antico era lento, ma inesorabile.
Il Sanseverino si mosse con grande agilità per un uomo non più giovane. Con un balzo superò la bara facendo ben attenzione a non avvicinarsi al sarcofago che continuava a ribollire ed eruttare sostanze acide. Afferrò la ragazza e, senza darle il tempo di reagire, la trascinò verso la parete più distante, proprio dove si era già rifugiato Michele.
Il mostro non parve neanche disturbato da quel movimento. Raggiunse il vecchio corpo senza vita e lo fagocitò.
La carne prese a liquefarsi assumendo lo stesso colore marcio della sostanza che si riversava dalla tomba scoperta, poi le ossa furono frantumate E tutto scomparve. Per nulla soddisfatto Amhuthu afferrò anche i resti di Loperuso, che svanirono in un bailamme di lingue violacee e bocche rostrate. Infine, la sua attenzione fu rivolta ai vivi.
La roccia era alle loro spalle. Innanzi un'entità non di quella Terra.
Fu così che il duca tentò l'Ultimo Sortilegio.
Incrociò le braccia poi le sollevò in alto e chiamò:

«CHIUNQUE DEL PASSATO
CHIUNQUE DEL FUTURO
CHIUNQUE SIA IN GRADO D'UDIRE LA MIA VOCE

IO COMANDO

PER AGOR
PER SIMOT
PER BATA L'ONDEGGIANTE
PER TOGOR
PER KOTOT
PER GATA LA SUSSURRANTE

IO COMANDO

CHE MI SI CONCEDA AIUTO
LADDOVE AIUTO NESSUNO ORA PUO’.»

Tacque. L'Incantesimo dell'Estremo Aiuto era stato pronunciato. Era l'ultima carta che la sua Magia Bianca gli concedeva.
Per qualche interminabile secondo nulla accadde. E l'essere senza forma e dalle mille forme era sempre più vicino. Poi, d'improvviso, un tremolio. Una figura evanescente apparve.
Esumertus girò il capo orrendamente deturpato. Con occhi indifferenti agli umani e al dèmone fissò l'ogam rimasto nella polvere. Infine, si avvicinò al duca e l'apostrofò con voce lontana: «Tu che chiami, concedi a me di portarti aiuto o la mia anima vagherà per il Limbo, a cui è stata condannata, senza mai aver pace per aver condotto allo sterminio il mio stesso popolo.
Concedi a me di portarti aiuto o la mia colpa mai sarà perdonata

Michele mormorò qualcosa d'inintellegibile, sopraffatto dal terrore.
Esumertus non l'udì neanche. Solo quando il duca esclamò: «Lo concedo!» si decise a dire: «L'ogam gettalo nel sarcofago, subito. Il legno di tasso sotto forma d'un dio antico già una volta ha fermato Colui Che Dorme Sotto La Città.» Poi svanì.
Il Sanseverino non ci pensò due volte. Si chinò, afferrò la tavoletta e la sollevò per gettarla nella tomba viola.
Ma Michele, quasi si fosse svegliato dall’incubo, gli saltò addosso facendolo cadere. «Non lo permetterò mai. E’ mio.»
Il duca non riuscì a contenere l'ira. Con un violento calcio in piena faccia gli fece sputare denti e sangue. Poi riprese l'ogam sfuggitogli di mano e cercò con gli occhi il mostro temendolo vicino.

Fu il grido di Elena a fargli capire a chi fosse vicino Amhuthu. Allora senza più un attimo d'esitazione si precipitò verso la sepoltura di pietra. E, incurante delle ustioni che il liquido acido gli procurava, vi gettò dentro la tavoletta in legno di tasso.
L'urlo fu terrificante. Sembrò venir fuori da ogni anfratto della grotta, sembrò emergere dalle mille bocche voraci. Si ripeté più cupo, intenso. Dolore puro.
L'essere ebbe un fremito. La sua carne flaccida si contrasse in spasmi convulsi per poi deformarsi in mille forme intrecciate tra loro come vermi brulicanti uniti in un'unica massa informe.
All'improvviso un gelo intenso avvolse ogni cosa.
Era il gelo che accompagna la morte quando reclama il proprio tributo. Ma lì non c'erano anime da carpire, lì non c'erano membra umane da irrigidire. Soltanto la carne degenerata di un mostro immondo che la morte stessa aveva vomitato.
La massa enorme continuò a contrarsi mutando colore. Le urla divennero roche, poi lontane, flebili, sempre di più. Il gelo divenne insopportabile. Persino la polvere sotto i piedi dei tre s'indurì come roccia lavica e, con impressionanti scricchiolii, si fessurò tutta.
L'essere continuava la sua disperata lotta per sopravvivere. Certo ci sarebbe riuscito, ma a quale prezzo? Di colpo s'immobilizzò.
Il silenzio era divenuto così teso che i tre evitarono persino di respirare. Soltanto il duca s'accorse del pericolo. E intuì subito cosa stava per accadere.
La parte esterna di Amhuthu era divenuta di ghiaccio mentre all'interno continuava a pulsare con vampate di fiamme violacee.
«VIA DI QUI.» Gridò. Nuovamente afferrò Elena trascinandola dietro il sarcofago.
Michele non se lo fece ripetere. Con una breve quanto forsennata corsa li raggiunse mettendosi al riparo.
Appena in tempo. Si udì prima un rombo. Come d'un lontano temporale. Il corpo cristallizzato esplose scagliando intorno a sé centinaia di frammenti mortali, aguzzi come lance, taglienti come coltelli. Il sarcofago resistette proteggendo i tre che rimasero illesi.
Il duca attese qualche secondo, poi si sollevò e guardò oltre il bordo di pietra viola scheggiato dalla violenza dell'esplosione. Al centro della caverna, in una luce spettrale, là dove solo attimi prima c'era stato il mostro, un grosso buco nero pareva sprofondare sin nelle viscere della terra. Sopra di esso una figura dai contorni umani.
Il Sanseverino, con temerarietà, si avvicinò: Esumertus lo fissò con stretto sotto il braccio l'ogam: «Ora anch'io avrò pace. Ma tu fuggi... Lui non è morto... ne mai morirà e la sua ira esploderà terribile... l'ira per essere stato ricacciato negli inferi. Oggi voi ci siete riusciti, ma ancora tra dieci, cento o mille anni cercherà di emergere dal suo regno d'ombre, per impadronirsi del mondo e cibarsi degli esseri umani..
Un giorno... però… qualcuno nascerà...»
E si sciolse come neve al sole d'agosto.
«Guardate!» urlò Michele. Il duca ed Elena si girarono. Là dove la roccia aveva preso il posto del cunicolo d'uscita il varco s'era riaperto.
«Fuori, di corsa» gridò il Sanseverino.
Fu allora che le pareti della grande grotta presero a ricrescere, come se la roccia tornasse a riempire il vuoto lasciato dai minatori, come se tornasse a celare quel segreto mortale. Così, velocemente, l'antro diveniva sempre più piccolo, mentre la roccia nera ingoiava tutto ciò ch'era sulla sua strada.
Il duca e la ragazza erano però già fuori. La luce del sole ferì i loro occhi, ma nettò dai loro cuori la paura. Prima di uscire avevano visto Michele chinarsi come a cercare qualcosa, ma la frenesia di allontanarsi da quella trappola mortale non aveva fatto capire cosa.
Weeber infatti era rimasto dentro la caverna. Lì, in terra, davanti ai suoi piedi, irrigiditi nella polvere ghiacciata c'erano i segni che l'ogam aveva lasciato cadendo. Numerose crepe li contornavano. L'uomo si gettò in ginocchio e, nonostante la roccia nera che avanzava alle sue spalle, tentò con le dita di staccare il pezzo di polvere solidificata. Inutilmente. Riuscì soltanto a spezzarsi un'unghia. Bestemmiando cercò con lo sguardo qualcosa in grado di far da leva e vide una grossa scheggia. L'afferrò. E la lasciò subito lanciando un urlo, mentre si stringeva la mano ustionata.
Eppure non mollò, nonostante che i suoi gesti si facessero sempre più frenetici. Si sfilò la giacca e avvolgendosela intorno alla mano raccolse la scheggia. Poi l'infilò in una fessura forzandola.
Più che vederla sentì la roccia. Era vicinissima. Troppo.
Balzò in piedi sgranando gli occhi. E perse ancora tempo. Si girò. Ma per lui non ci sarebbe stato più futuro. Weeber urlò. Urlò anche perché attraverso il varco vedeva la luce mentre sentiva improvvisa e dolorosissima la morsa della roccia.
Stramazzò al suolo bloccato bruscamente nel suo accenno di fuga e urtando violentemente la faccia. Il sangue gli colò copioso dalle labbra, ma non perse conoscenza. Questo fu un male. Riuscì a scorgere nel chiarore del giorno il duca ed Elena che impotenti assistevano alla sua fine. Sollevò un braccio in un'impossibile invocazione d'aiuto, poi il suo corpo divenne parte della roccia stessa. Infine, in un parossismo di lacerante dolore, il suo viso si distorse per divenire eterna roccia nera.

«Cosa fa? Perché corre?»
Il Sanseverino si girò verso la ragazza. «Temo che non sia tutto finito.»
Elena si guardò intorno sbiancando in volto e immaginando altri orribili dèmoni sbucare dalla roccia e dalla polvere grigia. Tutto invece pareva quieto, con il silenzio fatto di mille suoni appena udibili. «Perché dice questo?»
«Quell'anima infelice che ci ha portato il prezioso aiuto, prima di raggiungere il suo Paradiso ha detto che l'ira di Amhuthu è grande. Colui Che Dorme Sotto La Città è furioso per essere stato ancora una volta ricacciato nel suo regno d'ombre.»
«Che importa? Sfogherà la sua rabbia contro le bestie immonde che certo gli faranno compagnia nelle viscere della terra.»
«Lo spero» troncò bruscamente il Duca, poi, mestamente: «Mi dispiace per suo padre. Mi sento un po' colpevole. Accecato dalla mia sete di vendetta non ho esitato a coinvolgere altra gente in quest'avventura. Potrà mai perdonarmi?» Si era avvicinato alla ragazza e le aveva preso le mani delicatamente.
Col volto bianco e un accenno di sorriso pareva una buffa maschera tragicomica.
«Mio padre...» mormorò lei chinando lo sguardo, «... mio padre inseguiva un suo sogno che l'ha portato a incontrare il proprio destino. Michele poteva anche lasciar perdere l'ogam. Ci avrebbe rimesso al massimo qualche soldo. Non la vita. Io credo nel destino, quindi lei, duca, non può aver altre colpe se non quella di aver seguito il proprio.»
Il Sanseverino si chinò a baciarle la mano in segno di gratitudine, poi riprese a passo sostenuto la via del ritorno.
Erano senza carrozza, quindi c'era una lunga strada da percorrere. Avevano raggiunto le prime case della città: «Cosa farà ora?»
«Temevo questa domanda» rispose Elena.
«Mi perdoni, non volevo sembrare impudente.»
«Oh no, non tema. E’ che proprio non so cosa dirle. Ormai sono rimasta sola. Con un minuscolo podere in Valtellina Non saprei neanche come fare ad arrivarci. Avrei bisogno del suo aiuto.»
Il duca per non dare troppo nell'occhio si era tolta la tunica bianca e con un fazzoletto si stava pulendo accuratamente il viso. «Qualunque cosa sia in mio potere fare, sarà fatta. Ma in cambio...»
«In cambio?..» Elena per un attimo rabbrividì ricordando il vergognoso patto cui l'aveva costretta Michele.
«In cambio» continuò l'uomo, «sarete mia ospite per le prossime festività. Tra qualche giorno sarà l'ultimo dell'anno. Nell'Europa continentale c'è molta tensione, ma qui siamo lontani... in un altro mondo. E festeggeremo degnamente l'arrivo del 1909. Accetta?»
Lei sorrise. «Non vorrei essere di troppo...»
«Lei farà ringiovanire le stesse pietre della mia casa.»
Sollevò di scatto il capo. Cos'era stato? Gli era parso di vedere oscillare una casa presso la quale stavano passando. Certo uno scherzo della stanchezza. Non bisognava dimenticare che erano in piedi da prima dell'alba. E poi quella battaglia...
Ancora un sussulto. Questa volta non solo lo vide, ma lo percepì sotto i piedi. Allora capì. Prese la ragazza per mano e cominciò a correre. Se ciò che stava per accadere era quello che lui pensava sarebbero stati al sicuro soltanto nel suo palazzo.
Elena non disse nulla. Si limitò a correre anch'ella. Aveva riconosciuto negli occhi del duca l'ansia per un evento troppo al di sopra delle loro forze umane.
Quando giunse, il portone fu subito spalancato. I suoi ordini ai servitori furono secchi e precisi.
Ancora un tremito sotto i piedi. Più forte degli altri.
L'entità oscura stava per sfogare tutta la sua furia bestiale. Finalmente raggiunsero la cripta. Interamente scavata sottoterra aveva ogni centimetro delle pareti ricoperto dagli stessi simboli magici più volte visti.
Elena fissò il duca. Era rassegnata più che impaurita. «Moriremo?» chiese sforzandosi di mantenersi lucida.
Il Sanseverino scosse il capo. «Lui... non è sciocco. Non ucciderà tutti perché soltanto attraverso la stupidità umana può sperare di emergere e riprendersi ciò che migliaia e migliaia di anni fa era già suo. Non tema, qualcuno sopravviverà. E saremo noi.
Perché il ricordo del suo orrore non sia oscurato dalla morte che lui stesso genera, perché si possa ammonire. Perché si deve convincere. Perché le sue sette tombe celate intorno alla nostra isola siano lasciate sempre chiuse e inviolate.
Ora si prepari. Sarà molto duro reggere la sua ira.»
Tacque. E attese.
Era il 28 dicembre 1908.

Il 28 dicembre 1908 la terra si mosse come un cavallo imbizzarrito distruggendo la città di Messina. Il mare, sino ad allora tranquillo, si sollevò e sommerse parte della vita ch'era sopravvissuta alla scossa. La famosa Cattedrale dei Normanni fu rasa al suolo con altri edifici.
L'unico grande palazzo a non crollare fu quello dei Duchi dei Sanseverino. Benché in più parti lesionato, le strutture ressero miracolosamente. Per alcuni fu soltanto opera del caso, per altri del demonio. Pochi seppero che furono quei segni magici a tener legate le pietre beffandosi della furia devastatrice di Colui Che Dorme Sotto La Città.
Infine, a completare l'opera, scoppiò un immane incendio. Ancora una volta la dimora dei Sanseverino rimase intatta benché circondata dalle fiamme. A meno del suo portone, che il fuoco attaccò subito. E, per uno strano gioco delle fiamme, la storia narrata nelle incisioni parve prender vita e il mostro, indefinibilmente orrendo che vi era scolpito, sembrò come muoversi in ossessive convulsioni.
Poi con crepitii e secchi rumori la grande porta andò in cenere. Permettendo a un gran numero di sbandati di trovar asilo tra le mura intangibili.
Quando tutto finì, quando da ogni dove si sollevavano i lamenti dei feriti e i pianti dei sopravvissuti, quando il mare si ritirò e la terra fu calma e il cielo oscurato dall'acre fumo dei fuochi che morivano, allora Elena e il duca tornarono fuori.
«Ricostruiranno tutto?» chiese incredula e addolorata la ragazza.
«Lo faranno. Perché ancora una volta Amhuthu distrugga ogni cosa. Poi lo rifaranno. Ancora e poi ancora. Ma ancora e poi ancora Colui Che Dorme Sotto La Città reclamerà il suo tributo di vite.»
«Così... all'infinito?»
La gente li stava fissando. Le rughe dei loro visi parevano essersi centuplicate.
«No» disse il duca accarezzando il capo di un bimbo sporco e impolverato. «Prima o poi nascerà.»
«Chi?»
«Nascerà...» mormorò senza rispondere il Sanseverino.
Elena allora sospirò. Prese in braccio il bambino e diede un rapido sguardo oltre la grande porta bruciata. Infine: «Credo che accetterò la sua ospitalità, duca. Forse anche oltre la fine di quest'anno.» E con l'acqua di un pozzo cominciò a lavare accuratamente le ferite del bambino.
Mentre con gli occhi lucidi di gioia e di pianto pensava: “Nascerà... nascerà... Nascerà.”

Donato Altomare

(1) Mona, antico nome dell'isola di Anglesay

(fine)

 
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Si ringrazia Donato Altomare per la gentile concessione

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