Racconti    



Premio Italia
2009

Guardia Medica
Claudio Chillemi

Era una notte triste e solitaria nella guardia medica di provincia in cui lavoravo. Avevo accomodato una vecchia e traballante barella a letto improvvisato, per riposare le mie stanche ossa. Mi era sembrata una bella idea passare qualche mese tra le campagne del sud a curare contadini e brava gente; ma dopo appena una settimana, la noia si era impadronita della mia vita. Nel paese nessuno si ammalava, nessuno partoriva, nessuno aveva bisogno di una pillola per il mal di testa. “Vedrai, non avrai molto da lavorare”, mi aveva detto il collega che avevo sostituito. “Qui a nessuno capita niente di clinicamente interessante”, aveva concluso. Forse coglievano qualche erba dall’orto e approntavano decotti e impacchi, sopravvivendo così, anche senza il mio aiuto; pensai più volte, oppure, era il paese perfetto, benedetto da Dio e la Natura, dove non esiste il deperimento fisico. Fatto sta che, la volontà di tenere aperto un ufficio di pronto soccorso in un ambiente simile mi era del tutto inspiegabile. Comunque, visto che mi pagavano, io mi adattavo con piacere a quella situazione.
Accesi la televisione per tenermi compagnia, era ancora in bianco e nero e disturbata da una nebbia costante che, per quanti sforzi facessi manomettendo l’antenna portatile, non voleva sentirne di andar via. Maledissi l’inventore di quell’apparecchio e il giorno in cui avevo messo piede in quello squallido luogo di lavoro. Cercai, allora, di dormire: se qualcuno fosse venuto, mi avrebbe potuto svegliare tramite l’apposito campanello o per via telefonica; sempre ammesso che essere umano si fosse mai voluto servire delle mie competenze professionali. Passai un’ora buona nel vano tentativo di prender sonno, e non riuscendovi, mi alzai, mi accesi una sigaretta e uscii fuori a guardare il cielo.
La notte aveva uno strano fascino per me. Mi sembrava come una grande coperta trapuntata di lucciole d’oro che avvolgeva la terra per tenerla al caldo. Nella notte il mio cuore si perdeva, vagava tra i ricordi di altre notti tutte uguali e tutte diverse, popolate com’erano di sogni in parte realizzati e in parte dimenticati. Ero in preda a queste considerazioni, e riempivo i miei polmoni ben bene di fumo, quando in lontananza vidi arrivare un camioncino. Non credevo di conoscerlo, eppure i miei potenziali clienti non erano molti, e li avevo incontrati tutti, almeno una volta. Difatti si trattava di uno straniero, di un rappresentante di commercio che, persosi nel buio, chiedeva solo un’informazione per recarsi nel luogo dove l’attendevano per l’indomani.
“In cosa commercia?”, gli chiesi.
“In medicinali!”, m’informò ironicamente.
Aveva un viso simpatico, con grandi occhi azzurri e due guance paffute ricoperte di una peluria ruvida leggermente brizzolata. Sorridendomi mi nominò un paese dei dintorni che non avevo mai sentito, così feci spallucce e ricordandomi di una logora cartina stradale che tenevo nella mia automobile mi precipitai a cercarla. Iniziai dal cofano della macchina e finii per trovarla in mezzo ai ricettari, nell’ultimo scaffale in cui guardai. Il mio ospite, nel frattempo, si servì del bagno, consumò una bevanda al distributore automatico, e lo ritrovai seduto, mezzo addormentato, nel suo veicolo.
“Ecco, deve essere qui…”, dissi trionfante, indicando col dito un piccolo puntino nero.
“Già, già…”, fece lui, reclinando il capo compiaciuto, sforzandosi di non chiudere gli occhi per il sonno.
Ricevuta la sua preziosa informazione mi strinse la mano con insospettata vigoria e mise in moto il camioncino. Lo guardai svanire nella notte mentre mi salutava con un gesto della mano, dal finestrino.
Tornai, quindi, ad esser solo. Mi avviai, nuovamente, all’apparecchio televisivo sperando che la nebbia, nel frattempo, si fosse diradata. Constatata, ancora una volta, la scarsa visibilità, mi rassegnai a non collegarmi con l’etere. Andai, allora, nel piccolo cucinino che mi serviva esclusivamente per preparare un buon caffè, e, messa sul fuoco la moka, aspettai che sbuffasse il dolce sapore e il buon odore della bevanda. Sentii borbottare la caffettiera come se mi stesse parlando. Da piccolo ascoltavo sempre uscir fuori il nero liquido con apprensione, come se una bomba stesse per deflagrare; era una fobia insita, ancestrale, che si ricollegava ad un vecchio ricordo di famiglia, che aveva visto mia nonna esser ferita da uno di questi primitivi apparecchi, proprio all’inizio del ventesimo secolo. Ora, sofisticati filtri e precisissime valvole impedivano simili incidenti, ma la paura era la stessa, e, quando quelle bolle d’acqua marrone esplodevano fuori, trattenevo il respiro e spegnevo il fornello: solo allora il mio timore svaniva.
Proprio mentre stavo versando il caffè, ecco suonare il telefono. Non era orario per le chiamate di mia moglie e di mia madre, e, statisticamente, ricevevo raramente richieste di soccorso. Non vi nascondo la mia preoccupazione nel sentire quel trillo. Risposi con cautela, quasi titubante, ma subito mi rasserenai appena udii la voce all’altro capo del filo.
“Sono Giovanna Migliore, quando mi porta i soldi dell’affitto?”. La signora Migliore era la mia padrona di casa ultra ottantenne, che non si faceva scrupolo a telefonare, visto che io, secondo lei, “dovevo vegliare ventiquattrore su ventiquattro”. La rassicurai che il pagamento sarebbe avvenuto al più presto, e mi rimisi a sedere sulla porta d’ingresso a guardare le stelle e a bere caffè. Per un attimo pensai anche che sarei riuscito a dormire, se solo avessi potuto far funzionare la tv, ma questa non ne voleva sentire, e mi costrinse a continuare la veglia.
Ero così immerso nei pensieri del tempo che scorre che non mi accorsi della venuta di un cane magro e malaticcio, probabilmente attirato dalla luce e motivato dalla fame. Lo guardai e sorrisi al pensiero che non avrei potuto dire: “Non è venuto neanche un cane a curarsi!”, poi lo accolsi nell’edificio con tutti gli onori del “primo cliente”. Gli diedi da mangiare gli avanzi della mia cena e, per restare in esercizio, lo imbottii di antibiotici e lo disinfettai a dovere: era bello sentirsi utili.
Una volta che ebbi finito, mi sdraiai esausto sulla branda e chiusi gli occhi su un sonno tormentato che durò non più di un’ora. In effetti, quello che mi svegliò non fu tanto il rumore, ma che peraltro insistente e fastidioso, ma la luce, una luce sottile e penetrante che andò a colpire proprio il mio cervello nell’adempimento del suo atto più nobile e bello: sognare. Mi svegliai, quindi e tra le inferiate della finestra vidi la sorgente viva di quella strana luminosità. Apparve un attimo e svanì. Gettai il mio corpo giù dal letto e mi precipitai fuori dall’edificio, della luce nessuna traccia, ma qualcosa era avvenuta e trovai un corpo privo di vita innanzi ai tre scalini che portavano alla mia infermeria. Era un uomo di una quarantina d’anni, con la barba e i capelli completamente e innaturalmente bianchi. Era vivo e mormorava qualcosa di insolito in una lingua che non conoscevo, probabilmente il dialetto locale. Me lo caricai sulle spalle e lo misi a suo agio nella barella dell’ambulatorio; dopo quasi un’ora di cure mirate era completamente sveglio e sembrava stare bene, anche se era molto agitato.
“Lei chi è?”, chiesi.
“Sono Emanuele De Sotti, abito all’inizio del paese, in quella grande casa colonica rossa che si vede venendo in macchina da Villanuova…”.
“Ma cosa gli è successo?”.
“O, nulla di nulla…Sono i benefattori, hanno notato che stavo morendo e sono venuti a salvarmi…”.
“I benefattori?”, domandai stranito. “Ci mancava solo il pazzo…”, conclusi nella mia mente.
“Si, proprio loro…Ora, però, devo andar via…”, e si alzò con sbalorditiva agilità.
Fu allora che mi accorsi che i suoi capelli stavano lentamente tornando normali, di un castano molto scuro. Il mio sguardo incerto si posò anche sulla cute del viso, che sembrava rilassata, quasi ringiovanita.
“Ma non può andarsene, io sono un medico, si lasci controllare…”. “E attenda il tempo necessario affinché chiamo uno psichiatra…”, riflettei tra me e me.
“Un medico? Ma a che cosa serve un medico, da queste parti?” e, zampettando allegramente uscì prima dalla stanza e poi dall’edificio.
Erano le prime luci dell’alba e il mio turno stava per finire. La notte se ne andava silenziosamente e portava con sé pochi ricordi. Il cane era svanito, probabilmente aveva ripreso la sua strada. La signora Migliore stava assistendo alla prima messa del mattino, e quando sarei giunto mi avrebbe tempestato di domande. E quel solitario agente di viaggio, a quest’ora, forse, era già arrivato alla meta. Ed Emanuele De Sotti? Forse non era mai esistito, forse l’intero paese non esisteva, forse, appena imboccata la strada per casa, tutta quella zone sarebbe scomparsa in una nuvole di polvere. “Non avrai molti clienti, qui…”, vi aveva detto il mio collega, e, in effetti questi erano stati i miei clienti, quella notte, tutte persone che non avevano avuto bisogno di nessun soccorso di emergenza, ma solo d’amore, comprensione e pazienza, per non parlare di qualche buon psicologo. Mancava solo la compagna TV all’appello di quei disperati casi notturni, allora incrociai le dita e l’accesi ancora una volta. Fu un vero sogno vedere apparire le immagini nitide, anche se un disturbo le rendeva prive di colore. Un telegiornale blaterava le solite notizie, ed io pensai cosa sarebbe stata la vita di un giornalista senza fatti da raccontare; o cosa sarebbe stata la vita di un camionista senza merci da trasportare. Ed infine, cosa sarebbe stata la vita di un medico senza pazienti da curare.
I benefattori, pensai. Degli angeli? Degli alieni? O più semplicemente delle visioni? Eppure una luce l’avevo vista anch’io, ma chi non vede una luce una volta ogni tanto? Un intero paese senza una malattia, senza sofferenza, dolore e disperazione…Poteva essere vero? O c’era da sperare che lo fosse?
Il sole era già alto nel cielo, presi con me la mia inutilità e mi avviai verso casa, sperando di ritrovarla al solito posto.

(fine)

 
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