Racconti    


L'uomo che non sapeva sognare
Claudio Chillemi

Samuel Pinkerton era un uomo tutto di un pezzo, e, quando il suo capo lo vide arrivare domandando a gran voce: “Voglio due settimane di ferie”, rimase piuttosto stupito. Ma Samuel, sicuro del fatto suo, vale a dire, certo di non essersi preso giorni di riposo dal lavoro da ben tre anni, non si aspettava nessun rifiuto alla sua richiesta, e, difatti, ottenne ciò che voleva.
Aveva comprato una dream machine, un aggeggio ormai obsoleto, tanto che era in svendita a nove crediti e novantanove nel reparto elettrodomestici del grande magazzino in cui lavorava. Nella sua funzionalità era stata sostituita da un mucchio di cose diverse: i caschi cerebrali per la realtà virtuale; la televisione interattiva; l’AISN, l’acido intrasubnucleico, una sorta di LSD che non dava assuefazione ed effetti collaterali; e…Molte altre. Eppure, quella strana macchina, che assomigliava ad una sorta di piccola seppia, fornita di una serie di tentacoli, era stata per oltre un decennio un vero affare, sia per la fabbrica che la produceva, sia per i rivenditori che la vendevano.
Quando Samuel arrivò a casa si chiuse subito nello studio; non voleva, infatti, che la moglie vedesse ciò che aveva acquistato. Per mesi la sua dolce consorte gli aveva imbevuto il cervello di una sola ed unica richiesta: “Tutte le mie amiche l’hanno fatto…Voglio anch’io sognare con te…D’altro canto ora i prezzi sono molto bassi…”. Samuel aveva detto mille volte di no, fin da quando era piccolo, infatti, non riusciva a sognare. L’ultimo suo sogno era stato un incubo, si era svegliato madito di sudore in preda ad urli insensati. La madre lo aveva accarezzato a lungo prima che lui potesse riprender sonno. Da allora, erano passati quasi trent’anni, non era più riuscito a sognare, o meglio, a ricordare i suoi sogni, così come gli aveva spiegato uno psicologo. Ma ora, alla bella età di trentanove anni, era giunto il momento di sfatare questa leggenda della sua vita. Del resto, la donna che gli stava accanto, e che voleva cavalcare a tutti i costi Morfeo insieme a lui, era la migliore delle mogli possibili. Dolce, premurosa, amorevole, mai pretenziosa, delicata, accondiscendente, riservata, e, un’altra ventina di aggettivi di varia natura. Come poter dire di no, quindi, ad una perfezione simile? Cosicché, Samuel si sedette ed iniziò a studiare lo strano aggeggio che aveva comprato.
A vederla non sembrava una macchina tanto potente, eppure gli avevano assicurato che avrebbe potuto collegare in serie ben sei cervelli umani. La prese tra le mani, soppesò la sua consistenza, controllò l’integrità degli innumerevoli bracci, quindi la posò sulla scrivania. Tirò fuori un piccolo dischetto di metallo da inserire nel Family Computer, a cui si doveva interfacciare la dream machine. Eseguì scrupolosamente tutte le istruzioni che erano indicate sulla confezione, dando semplici e perentori comandi vocali al cervello informatico. Infine inserì il dischetto ed aspettò ulteriori sviluppi.
Installare la macchina fu questione di pochi secondi, e preso con sé il prezioso apparecchio, uscì trionfante dalla sua volontaria reclusione, gridando ad alta voce: “Cara…Dove sei Helen…Ho una sorpresa per te”. La moglie, sentendolo urlare, corse velocemente dalla cucina in cui stava preparando la cena, non senza un certo timore. Appena lo vide, però, rasserenò il suo animo, e sogghignò guardando il marito lottare con una strana piovra meccanica che aveva nelle mani. “Ma cosa diavolo è quello?”, chiese ricamando il suo viso con un ampio sorriso. “E’ una macchina dei sogni…Quella che avevi sempre desiderato…La stanno svendendo, ed ho pensato di comprarla per farti una sorpresa…”.
La donna sgranò i suoi profondi occhi neri in un’espressione più che sorpresa; quindi, si avvicinò lentamente al marito e, dopo averlo abbracciato, poggiò le sue tenere labbra sulla bocca di lui. “Ti ho mai detto che ti adoro?”. “Non nell’ultimo lustro…”, disse Samuel un po’ risentito, “Peccato che, per sentirmelo dire non posso comprarti una dream machine al giorno…”, continuò in modo sarcastico. “O, suvvia, non fare l’offeso”, lo rimbottò Helen, “Tu lo sai che ti amo”, disse dando forza alle sue parole con una carezza sul viso di lui. “Sì come il nostro cane, che mi ama, ma non me lo dice…”, sentenziò l’uomo mostrando le labbra serrate, “Comunque, questa sera deve essere speciale, gustiamoci la cenetta che stai preparando, e poi mettiamoci subito a letto…Non vedo l’ora di provare questa macchina…”. “Ma certo caro, certo…”, disse la moglie prendendolo sotto braccio, “Andiamo a tavola e poi subito a letto…Penso proprio che questa notte ci divertiremo”, aggiunse con un tono lievemente malizioso. “Finalmente una notte diversa”, pensò Samuel avviandosi insieme alla donna verso la cucina.
Dopo il veloce pasto, i coniugi Pinkerton, si recarono rapidamente nella loro camera da letto. Samuel interfacciò la macchina per i sogni con una delle prese del Family Computer che si trovava vicino al comodino. Poi, ligio alle istruzioni che il sistema informatico gli impartiva, con una voce calma ed impersonale, collegò la macchina alla sua testa e poi a quella della moglie. “Tra cento secondi il dispositivo indurrà un sonno profondo. Si pregano i signori utenti di distendersi in posizione orizzontale e rilassarsi. La Dreams & Co. augura un buon divertimento”. Helen, ascoltato con attenzione il messaggio del Computer, si era distesa accanto a Samuel, e dal suo viso appariva una forte dose di compiacimento. Il marito, invece, era decisamente più nervoso. Prevenendo, infatti, con un certo anticipo il messaggio dell’FC, aveva chiuso gli occhi. Ma ad un buon osservatore non sarebbe sfuggito il muoversi convulso delle palpebre, che lasciava intendere una tensione emotiva.
“Mio piccolo Sam, tu proprio non sai sognare!”, con queste parole la madre di Pinkerton lo rimproverava amabilmente, quando il figlio portava a casa i compiti da scuola, e, privo d’ogni immaginazione, non riusciva mai a completare gli esercizi di composizione. Il “non saper sognare”, era quindi diventata la costante della sua vita, e così, stanco o rilassato, morto di sonno o riposato, nel momento in cui chiudeva gli occhi non sognava mai. Era stato anche per questo che aveva tardato tanto a soddisfare le voglie della moglie, e, solo dopo molti mesi, si era finalmente deciso ad acquistare la “dream machine”. Ora, con in testa i cavi di quella diavoleria tecnologica, temeva che la sua incapacità a sognare gli avrebbe creato dei guai, e stava giusto pensando a come uscirne fuori, quando Morfeo lo colse all’improvviso.
Da principio non percepì la luce che s’intravedeva in fondo al tunnel. Era appena un fastidio nell’occhio, e quindi si stropicciò le palpebre tentando di scacciar via la strana farfalla che svolazzava ora a destra ora a sinistra. Poi, dopo qualche secondo, si rese conto che quello che vedeva era un raggio solare che fendeva il buio sempre più intensamente. “Dove sono?”, si chiese. Per lui i sogni erano materia sconosciuta, e stentava a riconoscerli. “Helen! Dov’è Helen?”, si domandò. Si mosse lentamente e ad ogni piccolo movimento il mondo intorno a lui prendeva forma e sostanza, assumendo i contorni di un ameno luogo di montagna, con tanto di gigantesche conifere, infiorati pendii, nuvole bianche e soffici, sole radioso e per nulla soffocante. “E’ bellissimo…Bellissimo”, pensò; ricordando come sulla Terra, quei paesaggi erano ormai del tutto scomparsi, divorati dal clima impazzito e dal disboscamento.
“Helen…Helen”, chiamò ad alta voce più volte, ma non ricevette risposta. Proprio sul finire di un pendio, circondata da cespugli infiorati e rallegrata da un torrente, vide una piccola casa con un camino fumante. “Forse Helen si trova laggiù”, pensò Samuel sorridendo, e si avviò allegramente verso quella fiabesca abitazione respirando a pieni polmoni l’aria pura della montagna.
Dopo pochi minuti arrivò innanzi all’uscio, e udì con piacere il rumore che le sue nocche facevano bussando, con le mani sul legno, come si usava una volta. Quel suono rotondo ed ovattato riempì le orecchie, e subito il cigolio della porta che si apriva lo sostituì ancor più piacevolmente. Ogni cosa era antica in quel posto, antica e dolcissima . “ Mi ricorda l' infanzia ” , pensò Samuel, mentre vi entrava dentro, e chiamava sua moglie con un tono di voce sereno e scherzoso. “Helen, spero che tu ti sia vestita da Biancaneve, questa mi sembra proprio la sua casa…”. Ma, non ottenne risposta. Si guardò intorno, e notò che alle pareti vi erano macchie di muffa e fuliggine. “Sembra disabitata, eppure da fuori é una reggia”. Toccò una sedia e la vide distruggersi al suo passaggio, sfiorò un tavolo ed anche questo si accasciò al suolo, aprì una finestra e una parete s’incrinò. “Cosa sta succedendo? Meglio uscire prima che crolli tutto!”, e, fatta questa considerazione, scappò fuori.
Altre sgradite sorprese, però, lo attendevano. Gli ameni prati, le alte montagne, il dolce venticello e il cielo azzurro, erano, infatti, sostituiti da brulli pascoli, nebbiose cime, turbini violenti e nuvole grigie. Tutto lasciava pensare ad una tempesta imminente. In quello stato di cose, Samuel pensò ancora alla moglie, e la chiamò ad alta voce, una e più volte. Ma non ottenne risposta. Anzi, una pioggia battente iniziò ad inzupparlo. Così, egli si rifugiò velocemente sotto alcuni alberi che sembravano offrire un tranquillo riparo, ma prima che vi giungesse, un fulmine ne incenerì uno, trasformandolo in un tizzone ardente spento dalla pioggia tra fischi e nuvole di vapore acqueo.
Era disperato. Nessun riparo, un uragano che presto lo avrebbe travolto, e sua moglie che non rispondeva, che non dava segni di vita. Ma, nello sconforto, riuscì ad essere razionale: “Questo è un sogno…Ma il sogno di chi? Mio o di Helen? E lei dov’è? La macchina dovrebbe farci sognare insieme, nello stesso sogno…Almeno è questo il suo scopo, ma non sembra si sia verificato…Ed Allora? Cosa fare?…La logica impone che io mi svegli…Mi devo svegliare…Mi devo svegliare…”, si ripeté molte volte. E, ad un tratto, la pioggia iniziò a sciogliere le montagne, i prati, gli alberi, le nuvole stesse, e tutto si fece prima bianco, poi nero, sempre più nero. E sul quel nero, Samuel si destò.
Si sentì per alcuni minuti frastornato, incapace di alzare un braccio, di muovere un dito. Con la coda dell’occhio percepì la presenza della moglie e si rasserenò, probabilmente lei stava dormendo e sognando tranquillamente, era stato lui ha rovinare tutto, con la sua proverbiale incapacità a sognare. “Mi rimetto in sesto e mi alzo subito”, pensò. “Domani mattina ci faremo quattro risate con Helen”. Difatti, dopo quasi un’ora le forze iniziarono a tornare nel suo corpo e lui sentì che poteva muoversi. Lo fece, però, lentamente, osservando e analizzando ogni movimento. Staccò delicatamente gli elettrodi della macchina dal suo capo e da quello di Helen, quindi andò in bagno, si sciacquò il viso e si rimise sotto le coperte, dopo pochi minuti il sonno lo colse di nuovo. E, come sempre, non riuscì a sognare.
La mattina seguente il sole splendeva alto nel cielo. Samuel guardò l’orologio che segnava le nove e quindici minuti, si beò nel pensare che aveva evitato la levataccia per andare a lavoro. Vide la moglie che dormiva tranquillamente accanto a lui, e pensò di risvegliarla con un’abbondante colazione. Si alzò, quindi, e si avviò verso la cucina. Qui, badando bene a non far rumore, mise sul fuoco le uova, tostò delle fette di pane e le imburrò adeguatamente, versò un paio di bicchieri di succo d’arancia, e guarnì il tutto con un fiore prelevato dal suo giardino. “Credo che tutto sia a posto”, si disse compiaciuto, e, fischiettando, si avviò in camera da letto.
“Helen…Helen, tesoro…Sveglia, è ora di colazione”, la chiamò ad alta voce. Ma, la donna non rispose. Allora Samuel si avvicinò di più e sussurrò alle orecchie di lei poche parole: “Helen, Helen, tesoro, ti amo…”. E, ancora una volta, la moglie non emise suono. L’uomo, allora, posò il vassoio con la colazione, e iniziò a scuoterla, dapprima con delicatezza, poi, vigorosamente. Senza ottenere alcun segnale di vita. Preoccupato, si assicurò che respirasse, e un flebile e costante sospiro lo tranquillizzò. “Ma perché non ti svegli?”, si chiese sempre più preoccupato. “Che stia scherzando?”, pensò. “Va bene Helen, ci sono cascato, ora puoi aprire gli occhi!”, disse ad alta voce. Ma poi, riflettuto qualche istante, considerò che “Helen non è tipo da fare scherzi del genere”, e se qualcosa non andava, c’era da preoccuparsi sul serio.
A questo punto il suo innato pragmatismo lo fece agire con rapidità ed efficacia. Chiamò il suo medico personale, si curò bene di non staccare dalla macchina dei sogni la moglie, lesse e rilesse le istruzioni dell’incredibile marchingegno, e si versò un'altra tazza di caffè. Appena dieci minuti dopo esser stato avvisato si presentò a casa Pinkerton il dottor Papin, di chiara origine francese, ma nato e cresciuto negli Stati Uniti; vecchio amico di Samul, nonché del padre di questi.
“Non preoccuparti Sam, sono sicuro che non si tratta di nulla di grave”, lo rassicurò il medico con una sonora pacca sulle spalle. “Non avrei mai dovuto comprare quel maledetto aggeggio, sono un incosciente…”, rispose l’uomo in preda ad una vera e propria crisi nervosa.
“Andiamo…”, disse Papin entrando nella camera da letto dei coniugi Pinkerton, “Anch’io posseggo una macchina dei sogni, e non ho mai avuto problemi…Ti ricordo che, fino a qualche anno fa, non esisteva sulla Terra una famiglia che non ne avesse una…”.
Detto questo si chinò sul corpo di Helen ed iniziò una visita accurata. Samuel era fermo innanzi alla porta e si mangiava nervosamente le unghia, facendo un segno di diniego con il capo. “Non lo avrei dovuto fare…Non lo avrei dovuto fare…”, si ripeteva in modo ossessivo. Infine, visto che il dottore stava riponendo il suo analizzatore portatile, si decise, con timore ed indecisione, a chiedergli come era andata la visita. “Allora, cosa mi dice dottor Papin…”.
“Beh! Puoi stare tranquillo, tua moglie non ha proprio nulla. Sta solo dormendo…”.
“Questo l’avevo capito anch’io, ma perché non si sveglia?”.
“Avrà ancora sonno…Stai calmo, Sam…L’analizzatore non ha rivelato nessun danno fisiologico o anatomico…Quindi, non può essere qualcosa di grave…”.
“…E danni di carattere psichico?”.
“Lo strumento non ne ha rilevati…Chiaro?”.
“Ma, allora, cosa devo fare?”.
“Aspetta che si svegli!”.
“Ah…Beh…Questo sì che è un parere medico!”.
Papin lo salutò con un buffetto sulla guancia, e guadagnò da solo l’uscita canticchiando una canzone dei suoi tempi, quando il ventunesimo secolo era ancora giovane e ricco di speranze.
Samuel non si accorse nemmeno che il dottore andò via. Rimase immobile ad osservare la moglie che, respirando con regolarità, continuava a dormire. “Devo parlare coi produttori di questa macchina infernale…Dovranno pur dirmi qualcosa…”, si disse. “ Li contatterò via rete, sulla scatola di questo maledetto aggeggio c’è l’indirizzo di un sito in cui un esperto risponde ventiquattrore su ventiquattro…”.
Si sedette al suo terminale, e diede alcuni comandi vocali. Pochi secondi dopo, apparve sullo schermo olografico un volto piccolo, incorniciato da una barba rada e ben curata. “Sono Custer McKnife, per servirla”. “Samuel Pinkerton…Ho comprato la vostra dream machine, ma mi ha dato qualche problema…”, esordì in un tono ai limiti dell’educazione. “Mi esponga i fatti”, lo interruppe il suo interlocutore. “Praticamente mia moglie non riesce a svegliarsi…Mentre io mi sono disconnesso dalla macchina quasi tre ore fa”. “E’ un evento piuttosto raro, ma si è verificato 17 volte negli ultimi tredici anni…Ecco un elenco con tutti i casi, e con accanto la causa e il rimedio…Se il problema persiste, mi riconsulti…Arrivederci”.
Samuel lesse sullo schermo i dati che McKnife gli aveva inviato. “…Abuso di narcotici…No, non credo…Inappropriato voltaggio della presa elettrica…Sì! Cent’anni fa, ai tempi delle guerre mondiali…Ecco, questo può essere verosimile…Incapacità a sognare…Pink Muelsa, di San Francisco, Libero Stato della California…27 gennaio 2078…Ha denunciato un mancato risveglio della partner per le sedici ore successive alla fine del trattamento…Strano, proprio ieri…Ho il suo indirizzo, ora lo contatto…”. Lo schermo olografico rimase alcuni istanti vuoto, poi una luce iniziò a prender forma, finché apparve la figura intera di una donna: Helen Pinkerton.
Dopo l’iniziale stupore, Samuel capì che la moglie aveva qualcosa da dirgli. “Ebbene, Sam…Sei riuscito a svelare il mio piccolo scherzo…Mi hai sempre detto che non potevi sognare, che fin da piccolo hai avuto questa preclusione…Ti ho voluto far sognare io…Ho voluto scoprire se eri ancora in grado di preoccuparti per me…E, a quanto pare è proprio così…Non aver timore, io sto benissimo…Quello che hai vissuto nelle ultime ore è solo un sogno…Un sogno ben architettato, ma solo un sogno…Ho passato quasi cinquanta minuti con quello strano individuo…Custer McKnife, per progettare tutto questo…E non sai cosa ho dovuto inventare per convincerlo a darmi una mano…Pensavi di avermi fatto una bella sorpresa comprando la dream machine? Devi sapere, che, nel tuo ufficio, c’è un angioletto che mi ha svelato in anticipo ogni cosa…Comunque, ora torna a letto, ricollegati alla macchina e…Appena svegli ti preparerò un buon caffè…Ciao amore…”. Samuel che, dopo le prime parole della moglie aveva iniziato a ridere, si sdraiò sul letto e rimise gli elettrodi della macchina al proprio posto. “Maledetto Tom, eri d’accordo con Helen per giocarmi questo brutto scherzo…”, rifletté, “Ecco perché non hai fiatato quando ti ho chiesto due settimane di ferie”, concluse. Quindi, chiuse gli occhi e si addormentò.
Helen si svegliò alle sette del mattino. Aveva dormito circa sei ore, ma si sentiva riposata e serena. Si allungò inarcando la schiena, e, scostato il leggero lenzuolo, si alzò. “Luce soffusa…”, disse; e la camera s’illuminò. “Due caffè, miscela tradizionale…Uno con poco zucchero e un velo di latte…L’altro forte e amaro”, ordinò avviandosi lentamente verso la cucina. Afferrò le due tazze colme di liquido caldo e profumato e ritornò nella camera da letto. “Tesoro, amore…”, chiamò con dolcezza, ma non ricevette nessuna risposta. “Vuoi farmi uno scherzo. Me la vuoi far pagare per quello che ti ho fatto…Va bene, va bene…Ma ora svegliati”. Ancora una volta Samuel non diede alcun segno. “Ti prego amore, rispondi”, disse la donna seriamente preoccupata. “O mio Dio…Cosa è successo, che io stia ancora sognando?”, rifletté. “Ma no, sono viva, e in carne ed ossa”, pensò, guardandosi allo specchio e toccandosi il viso. “Sono viva e non sto sognando…Sono viva…Viva…”, ripeté più volte ad alta voce. “McKnife! Devo parlare con lui…”.
Si sedette al terminale e dopo pochi istanti apparve il piccolo e familiare volto dell’interlocutore. “Sono la signora Pinkerton…Si ricorda?”. “Veramente no, dovrei?”. “Ieri pomeriggio ho parlato con lei per quasi un’ora…”. “Davvero?”, disse l’uomo abbassando lo sguardo per controllare dei dati, “Qui non risulta…”, sentenziò. “Come non risulta? Mi ha dato dei consigli per organizzare uno scherzo a mio marito con la vostra dream machine”. “Le ripeto che qui non risulta che io abbia parlato con lei…E, comunque, non ho bisogno di strumenti informatici per ricordarmi di una cosa simile…”. “Sicché lei non mi ha mai visto”. “Mai, ed ora la saluto…Arrivederci”. Lo schermo olografico si spense, lasciando Helen esterrefatta. La donna guardò Samuel che sembrava dormire saporitamente, e quindi si vide riflessa sullo specchio. “Sto sognando? Possibile che non mi sia ancora svegliata?”, si chiese alzandosi e avvicinandosi al letto. “Non può essere, devo tornare a dormire, devo tornare a sognare…”, mormorò trovando riparo sotto le coperte.

La luce del mattino era intensa. L’uomo si alzò dalla sedia, innanzi al computer, dove aveva passato tutta la notte. Si avviò verso la finestra ed ordinò: “Aprire”. Subito una ventata di aria fresca e pungente lo avvolse, e lui la respirò ad ampi polmoni. Quindi si passò la mano sugli occhi stanchi da una notte di veglia, e distese le braccia, arrugginite dall’immobilità. “Finalmente ho finito…”, si disse compiaciuto. “Rachel vuole questa nuova puntata dei ‘Pinkerton’ per le dieci…Ho solo tre ore per rimettermi in sesto e presentarmi da lei”. Si sdraiò sul letto e guardando l’immagine olografica di Helen Pinkerton che aveva ripreso a dormire, chiuse anche lui gli occhi sul mondo dei sogni.

 
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