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Fondazione
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n. 11 - Anno VII - 2007

 

Un Urania inatteso

Rendez-vous con Dario Tonani, autore del romanzo Infect@
pubblicato su Urania da Mondadori


a cura di Emilio Di Gristina

da FONDAZIONE n. 11 - Anno VII - 2007


Abbiamo scelto questo titolo per raccontarvi l’incontro con Dario Tonani per più di una ragione, ma una in particolare si è rivelata elemento determinante.
Di recente infatti la collana Urania ha proposto ai lettori, in un arco di tempo estremamente breve, più di un romanzo di un autore italiano e questa iniziativa, da sola, costituisce già un evento importante che merita qualche riflessione. Ma, d’altra parte, Infect@ si è “imposto” subito proprio in virtù di alcuni elementi che hanno, da un lato, indirizzato, soprattutto negli “addetti ai lavori”, le scelte per la pubblicazione nella nostra amata collana, e dall’altro ripagato ampiamente le “aspettative” dei lettori. Dario Tonani non è certo uno scrittore alla sua prima pubblicazione, sia in ambito amatoriale che professionale. Milanese, classe ’59, appassionato di fantascienza, ha svolto, in oltre vent’anni, una intensa attività nell’ambito della narrativa di genere, con opere che spesso hanno valicato i sottili confini della fantascienza. Contaminazioni che, comunque le si voglia definire, prendono forma anche da una passione di Tonani per l’horror, la fantasy, il noir e che fluiscono attraverso un modo del tutto personale di raccontare “storie”, con grande attenzione a problematiche sociali e approfondimenti psicologici.

In Infect@ convivono molteplici universi. Ma fra tutti, almeno due spiccano per genesi e forza narrativa. Da una parte i cartoon, parzialmente spogliati delle rassicuranti connotazioni proprie dell’immaginario collettivo, e dall’altra quello delle numerose e polimorfe rappresentazioni di una collettività eterogenea, gravida di posizioni spesso estreme, immersa in un contenitore urbano degradato, abbandonato, tipico ormai di molte grandi metropoli. Come nasce questa diade, dal rapporto quasi vischioso, viscerale, ma al tempo stesso necessario alla sopravvivenza di entrambi?

L’idea del romanzo era quella di creare un contrasto fra opposti. Da una parte i cartoon, compagni della nostra infanzia, veicolo di tutti i buoni sentimenti di cui abbiamo bisogno da ragazzini e dall’altra l’universo dei disperati, di chi ha perso ogni illusione e alla vita non ha più nulla da chiedere. Ma nel romanzo questi due poli finiscono per attrarsi. Il risultato è che si contagiano a vicenda e a uscirne peggio sono i cartoon, rivoltati come un guanto, resi cinici, insensibili, malvagi. A fare da “collante” un ambiente che dà il peggio di sé, una sorta di campo neutro in cui però i cartoni mostrano di adattarsi con sorprendente duttilità: ma è facile per loro, che in fondo prendono la vita in prestito…

Fermiamoci per un attimo sui cartoni. Sfilano davanti al lettore, scanditi ed impreziositi dalle puntuali e gustose “interferenze” di Radio Smack, gran parte, se non quasi tutti, i fotogrammi, dispersi nella nostra memoria, delle principali “celebrità”. Ma quale ruolo in effetti giocano nell’economia del romanzo, pura e semplice rappresentazione o, forse anche, estremizzazione “virtuale” di proiezioni inconsce di un mondo emarginato?

In un certo senso mi piaceva immaginare che si potesse combattere una guerra con i bottoni: i cartoon come pallottole di peluche e di sorrisi, come qualcosa in fondo di non veramente “offensivo”. Alla prova dei fatti, l’effetto è stato ben diverso. I cartoni facevano male eccome, erano l’arma del tradimento, la carezza che diventava ceffone e pugno nello stomaco. E poi mi intrigava l’idea che un tossico, per “farsi” la propria dose dovesse “pipparsi” il suo bel cartone animato. E popolare così l’ambiente circostante di Wile E. Coyote, Popeye, paperi vari, in una sorta di “rigurgito allucinatorio”. I cartoon sono la prima e unica forma aliena con cui veniamo in contatto nella nostra vita; di loro siamo convinti di sapere tutto, in realtà non abbiamo idea da dove vengano e come siano fatti. In Infect@ li ho trattati appunto come alieni: ho spiegato la loro fisiologia, il loro metabolismo, il loro modo di comunicare, la loro filosofia e la loro religione. E naturalmente – presentando la vera storia del cinema di animazione - la genesi della specie… Sta in parte in questa operazione la vera fantascienza del romanzo.

Evitando di farsi tentare da facili e precipitose assonanze con precedenti contaminazioni da “grande schermo”, questo mondo di cartoni, in Infect@, è di fatto molto distante da quello conservato nella nostra memoria. Cinico, a tratti perfino crudele, tramite di una realtà virtuale che diviene nel romanzo essa stessa protagonista. Come è nata l’idea di affidare a questo mondo “sicuro”, “tranquillizzante”, “stabile”, per molti versi prevedibile, il ruolo di elemento veicolante le droghe?

Naturalmente avrei potuto scegliere altri tipi di immagini per veicolare la droga: documentari sugli animali, spot pubblicitari, film in bianco e nero. Avevo bisogno di un materiale forte, ma soprattutto “suggestivo”: ho pensato ai colori. Colori carichi, saturi, pieni. Colori come luce: la china dei cartoni animati, al contempo miele e veleno, seduzione e minaccia. Quando poi i vari Mickey Mouse e Gatto Silvestro cominciano ad andarsene in giro per palazzi abbandonati, capannoni dismessi e localini equivoci non sono più tanto ben disposti a fare i bravi ragazzi… In fin dei conti vengono contaminati anche loro, né più né meno dell’ambiente o dei tossici che li “producono”.

Tu hai ben saputo riscrivere, quasi dalle fondamenta, dal DNA, alcuni personaggi caratteristici, che i lettori hanno molto apprezzato. Potremmo ricordarne alcuni come il Willie E. Coyote, che conferma tutto sommato il suo eterno dilettantismo, o il Mickey Mouse “in bianco e nero steso su un letto di ghiaccio secco”. Ma ancora la sensuale e nostalgica Betty Boop che appare riappropriarsi, nel romanzo, di un’esistenza vissuta all’ombra della “mitica” Biancaneve, di cui rappresenta quasi un’immagine speculare. Un’icona. “Voglio che sappiate che Betty B. era di tutti e non era di nessuno” grida una voce da Radio Smack. Un recupero e forse un riscatto?

Betty Boop è stato il mio amore per tutto il romanzo. Nata dalla matita dei fratelli Fleischer nel 1930, era l’antibiancaneve per eccellenza, icona sexy e donna emancipata costretta a guadagnarsi da vivere in locali poco raccomandabili, dove una “principessina” disneyana non avrebbe mai potuto neppure mettere piede. L’ho presa così com’era. Per altri ho preferito inventarmi una metamorfosi: Wile E. Coyote è diventato il classico manovale del crimine, tutto muscoli e niente cervello; Popeye un perdente senza redenzione; Mickey Mouse la vittima predestinata di un pedofilo; tutti i paperi dei biechi opportunisti. Per tornare all’adorabile Betty Boop, ho fatto dire a un altro personaggio quello che avrebbe dichiarato lei di se stessa: “Io sono di tutti e di nessuno”. In realtà, negli anni Trenta non avrebbe mai potuto fare un’affermazione del genere, i tempi non erano maturi neppure per le femministe in carne e ossa.

Molto forte, sia sul piano simbolico che narrativo, ci è apparso quell’elemento equivalente del mondo dei fumetti, rappresentato in Infect@ dalle “cialde”. Parole “mute” che, a tratti, seguendo la punteggiatura del romanzo, diventano torrente impetuoso, per poi tornare a coagularsi in neologismi plastici, essenziali, non diversamente esprimibili. Ritieni che sia possibile rintracciare una differenziazione simbolica dei singoli elementi, all’interno di questo mondo, molto vicino per alcuni aspetti a quello delle favole?

In effetti sono stati molti i lettori che mi hanno chiesto il perché di questa scelta. “I cartoni animati parlano, perché li hai fatti muti?”. Perché avevo bisogno che mi sporcassero di più l’ambiente; non bastava che grondassero colore, volevo che inquinassero, lordassero, massacrassero tutto quello con cui entravano in contatto. E così producono “cialde”, che sono l’equivalente delle nuvolette con i lettering dei loro parenti più prossimi: i fumetti. Tutte rigorosamente non biodegradabili, unte e appiccicaticce. Ne producono a iosa, con frasi sincopate e sgrammaticate, suoni onomatopeici e ideogrammi. E’ l’apoteosi del testo scritto, delle chiacchiere che diventano spazzatura appena sono prodotte… Ci vedo qualcosa di molto attuale, non credi?

Dietro tutto questo, si avverte però anche un grande lavoro di recupero, di ricerca, testimoniati ampiamente dai puntuali e preziosi riferimenti. Basti ricordare come hai affidato a Radio Smack il ruolo di voce narrante la “storia” della nascita di un cartone. Vorresti raccontarci qual è il tuo reale rapporto con questo mondo?

C’è anche una forte ragione personale per cui ho scelto i cartoni animati: grazie a mio figlio Nicolò (13 anni) ne ho fatto una terribile scorpacciata e me ne sono dovuto fare una ragione. Mi sono documentato parecchio sulla storia, le tecniche, i ruoli, i personaggi del cinema di animazione classico. E facendolo mi sono misurato con un mondo che non sospettavo e che mi ha subito affascinato. Ho scoperto che i cartoni sono un’opera corale di tantissime professionalità differenti, anche se noi tendiamo ad attribuire a un solo disegnatore la paternità di una storia o di un personaggio. In realtà la genesi di un cartone animato è molto più complessa, basti pensare che per animare il movimento di un personaggio occorre un numero molto elevato di disegni. I disegnatori illustri sono come i chirurghi in sala operatoia: fanno soltanto i disegni principali, di norma il primo e l’ultimo della sequenza. Il lavoro sporco viene lasciato appunto agli “inbetweeners” o “intercalatori”, cui spetta il compito di fare più disegni intermedi possibile, in modo da conferire fluidità e realismo al movimento. E noi che pensiamo che un personaggio abbia un solo papà dall’inizio alla fine del cartoon! In realtà la stragrande maggioranza del lavoro è realizzato da disegnatori con una eccellente professionalità, ma destinati a rimanere anonimi, dei travet delle chine… “Infect@” vuole essere un po’ anche un omaggio a tutti loro…

Dall’altra parte, come dicevi, l’universo dei disperati. Un brulicante formicaio che popola, occultandosi, ogni angolo, fabbricato, scheletro di “aree dimesse e quartieri fantasma” sprofondati in una atmosfera, spesso, da incubo. E di scena un corollario di devianze e situazioni limite, dove anche i cartoni diventano protagonisti e vittime al tempo stesso. E tutto questo in una Milano che sembra non essere poi così tanto estranea. Ci racconti il perché di questa scelta?

L’hinterland milanese è una location perfetta per un romanzo di fantascienza, meglio ancora se noir, come sanno bene i numerosi scrittori che qui hanno ambientato i loro incubi letterari. C’è un aeroporto - Linate - le cui piste arrivano a poche centinaia di metri da palazzi di 8-10 piani e ci sono diramazioni ferroviarie che sono cicatrici a vista, che la sfregiano da nord a sud e da est a ovest. Certo, Milano non è la Los Angeles di “Blade Runner”, ma ha quartieri abbastanza sordidi e sporchi da suggerirne un uso come quello che ne ho fatto in “Infect@”. La periferia, poi, dà il suo meglio: disumanizzata, uniforme, grigia e monocorde, trasuda abbandono e disfacimento. In questo non è molto diversa da quella di tutte le grandi metropoli occidentali contaminate dalla globalizzazione. Per fortuna, la “fauna” è un po’ più variegata di quella del romanzo e accanto all’universo dei disperati sorgono “quartieri confetto”, il cui unico ruolo è quello di offrire un’oasi di ristoro tra una giornata e l’altra…

All’interno di questo universo, però, gravitano differenti realtà. Alcune ad esempio, in un gioco di contrasti molto efficace, si impongono non tanto perché sull’orlo del collasso, al limite, o semplicemente nascoste, silenziose, quanto piuttosto per una notevole capacità di sopravvivenza e, di fatto, di organizzazione. Penso al suk, “spettacolo affascinante ma al tempo stesso spaventoso” per Magda o, come lo hai sinteticamente proposto, “prova di forza fra geometria, urbanistica e intelletto”. Un processo sociale in atto, mi sembra…

Il suk di “Infect@” è una creatura puramente letteraria, una declinazione originale di ciò che nella realtà è molto meno suggestivo. Penso ai mercatini rionali frequentati quasi esclusivamente da immigrati di ogni etnia, colore e religione. Sono extracomunitari sia gli acquirenti sia i venditori, spesso clandestini, sui cui banchetti si trova un po’ di tutto, dalla frutta e verdura di giornata alla paccottiglia della loro terra di origine. E poco lontano dalle bancarelle, i più fortunati di loro - magari a Milano da più di una generazione - hanno aperto macellerie islamiche, minimarket, internet e phone point. Trovare un kebab a Milano è facile come trovare una pizza margherita…

Contrasti, spesso dai toni forti, appaiono trasudare in Infect@. Quasi una scelta vitale, forza necessaria all’anima delle storie. E di storie, nel romanzo, ve ne sono tante! Esplosioni di colore che, a tratti, virano vertiginosamente per fissarsi in immagini in bianco-nero, nitide, di alta definizione. Non mi riferisco solo allo scenario urbano e suburbano. Tali contrasti esaltano infatti la contrapposizione di alcune coppie protagoniste del romanzo, contribuendo ad impreziosirne le singole caratterizzazioni. Cletus e Magda da una parte, Mushmar e Lapo Montorsi dall’altra, tanto per fermarci alle più significative. Il lettore troverà anche altre direzioni. Come può passare inosservata la valenza simbolica del “lupus” di Montorsi, “notte e giorno che si baciano sul naso” dice Irina, o ancora la sottile ironia di Mushmar, che in più di un’occasione segna il “tempo” allo stesso Montorsi?

E’ vero, il romanzo vive attorno alle avventure di tre coppie: Montorsi e Mushmar, Cletus e Magda, Di Merbi e Ibremid, il suo papero. Tre storie parallele, tutte in chiave dicotomica. E tutti personaggi che trovano conforto e completamento nell’altro, perché da soli sarebbero molto meno a loro agio. Cletus è un debole, provato dalla vita ma pronto a riscattarsi; Magda è una con la testa sulle spalle, ma con qualche remora di troppo; Montorsi è un duro, un poliziotto vecchio stampo con un cuore enorme e un rapporto conflittuale con la tecnologia; Mushmar è il levantino per eccellenza, simpatico, geniale, capace di guardare il mondo da un prospettiva sempre diversa; Di Merbi è il cliche, virato in negativo, del tipico piccolo imprenditore lombardo, tanto lavoro e pochi scrupoli; Ibremid (che ne è la versione in qualche modo speculare) è quasi la sua coscienza. Il lupus di Montorsi? Direi che è quasi un cartone che gli sta aggrappato alla faccia, gli dà un’aria sinistra e al contempo bonaria, induce gli adulti a guardarlo con sospetto e i bambini a pigliarlo in giro.

Alziamo il tiro. Alcuni lettori sono rimasti interdetti nel confrontarsi con una ambientazione “cupa”, “angosciosa”, con elementi del romanzo ritenuti ridondanti, forzatamente spinti e monotoni nella loro aggettivazione e, ancora, con momenti della narrazione addirittura superflui all’economia del romanzo. Personalmente li ritengo elementi strutturali imprescindibili, una sorta di spina dorsale. Di storie, dicevo, se ne incontrano tante in Infect@, e mi sono divertito molto a seguire anche le minori, quelle incrociate per caso, e a interrogarmi sulle probabili e possibili evoluzioni. Una minuziosa e attenta costruzione di una tela che sarebbe, viceversa, andata “irrimediabilmente” perduta. Cosa ritieni si aspetti oggi da un romanzo di fantascienza il lettore?

“Infect@” è anche un romanzo di incontri, di coincidenze, di rendez-vous più o meno mancati, un gioco di sliding doors; ovvio che si sfiorino spesso personaggi, scene e situazioni che sull’economia della trama non hanno un impatto diretto. Pur rappresentandone però come dici tu lo scheletro, l’ossatura. Mi vengono in mente le peregrinazioni del dottor Intro e del suo “ospedale carrellato”; la figura di Mirko Klubacek (detto Kluba), che sogna di diventare un cartone animato e per questo, oltre a depilarsi, truccarsi, dipingersi i capelli e fare cure a base di ormoni, ingurgita una quantità inverosimile di colori attraverso pastiche di varie tinte, succhi di frutta, frullati, frappé, intrugli dalle cromie più disparate; l’incontro tra il pedofilo e i due mercanti di cartoon che gli vogliono vendere un Mickey Mouse d’antan o quello tra Magda, il cane da guardia cieco e il custode-assassino. Un romanzo vive e respira attraverso “storie” minori. Credo che il classico lettore di fantascienza se le aspetti e voglia che le pagine siano un formicaio di idee, un brulicare di visioni...

Ma ancora. T-shirt a rilascio di polisaccaridi e vitamine, +toon e tera disc, Xspad, occhiali per l’assunzione retinica… potremmo continuare! Non ritieni che, da lettore, piuttosto che soffermarsi a ricercare a tutti i costi una “scientificità” all’interno di questi elementi, sia più utile coglierne la plausibilità, la forza e la coerenza interna nella narrazione? In fondo Infect@ è anche, e soprattutto, una metafora.

Non ho alcuna intenzione di tediare il lettore cercando di spiegargli come funziona un +toon o una pastiglia di Xspad; non li userà probabilmente mai, è perfettamente inutile quindi che gli metta sotto il naso un manuale di istruzioni. Né, quando scrivo, mi sforzo di essere plausibile o “scientifico” a tutti i costi. Mi basta essere verosimile e soprattutto coerente. Chiedo al lettore che sottoscriva quel famigerato patto di credibilità con l’autore; insomma, se - e sottolineo “se” - la storia funziona, è superfluo e controproducente chiedere ragione di questo e di quello. Il 90% delle storie horror non esisterebbero se solo i personaggi al loro interno usassero l’interruttore per accendere la luce. Occhio però che questa non deve essere una delega in bianco per lo scrittore. C’è una regola che va rispettata, sempre e comunque: quella della coerenza. Anche se questa può essere declinata in termini di azzardo e di fantasia.

Nella parte introduttiva ho accennato appena alle tue numerose esperienze su pubblicazioni amatoriali e professionali. Ce ne parli un po’ più diffusamente?

Prima di arrivare a “Infect@”, ho pubblicato tre romanzi brevi: per Ucronia, Perseo Libri e un piccolo editore di Chieti - Solfanelli - per il quale, nel 1991, è uscito il mio primo romanzo vero e proprio in volume, “La baracca degli angeli neri”. Ma la mia produzione principale sono stati i racconti: una quarantina quelli pubblicati in antologie (per Mondadori, Stampa Alternativa, Addictions, Puntozero, Comic Art, Solid Books), riviste varie e quotidiani nazionali. Qualche titolo? “Fantasia”, curata da Franco Forte nel 1995 per Stampa Alternativa, “Passi nel delirio” (curata da Graziano Braschi, 2000, Addictions), “Jubilaeum” (Andrea G. Colombo, 2000, Edizioni Puntozero) e soprattutto le due raccolte di Mondadori del 1998 e del 2003: rispettivamente Millemondi “Strani giorni” (Franco Forte e Giuseppe Lippi), in cui compare il racconto “Garze”, tradotto e pubblicato in Francia sulla rivista “Antarés”, e Millemondi Horror “In fondo al nero” (Gianfranco Nerozzi), che ospita “Necroware”. Un passo fondamentale, dopo tanti racconti, è stato però decidermi a fare il grande salto con una storia molto più lunga, investendo due anni della mia vita: “Infect@” appunto. E poi voglio ricordare tre premi: il Tolkien (1989), i due Lovecraft (1994 e 1999) e i tre Premi Italia (1989, 1992 e 2000).

Infect@ è stato pubblicato sulla “mitica” collana Urania che, come detto, ha di recente proposto, in un arco di tempo relativamente breve, più autori italiani. Questo è un segnale importante. Un credito verso i nostri autori… Prospettive e vie che si aprono. Ma come immagini il “prossimo futuro” per la “nostra” fantascienza?

Due italiani su Urania nello stesso anno? Questa sì che è fantascienza! E’ un segnale straordinariamente incoraggiante per tutta la science fiction nostrana, che fa ben sperare anche per il futuro. Che qualcosa stia effettivamente cambiando a Urania mi pare sia sotto gli occhi di tutti. Sergio Altieri e Giuseppe Lippi stanno facendo un ottimo lavoro con gli autori italiani e sono convinto che il mercato, e soprattutto gli altri editori, non potranno fare finta di nulla; i titoli di fantascienza, poi, sono riapparsi, c’è persino spazio per qualche collana nuova. Da quanto tempo non ne nascevano?

Avviandoci necessariamente alla conclusione, nonostante numerosi sono ancora gli angoli che meriterebbero di essere esplorati, mi interessava almeno evidenziare l’epilogo del romanzo. Un epilogo accentato dalla nostalgica ritualità familiare di un Humphrey Bogart “in bianco e nero”. I +toon al declino, il MOS, e poi la musica, non una qualunque, ma “che viene da dentro”, unica e che paradossalmente non puoi raggiungere. Un rilancio, una posta più alta? Cosa ci riservi per il futuro?

L’epilogo del romanzo è traslato in avanti di due anni rispetto alle vicende narrate dai capitoli che precedono. I +toon sono alla frutta, soppiantati da droghe più potenti e sofisticate; al silenzio delle “cialde” si sovrappone l’audio delle nuove “apparizioni”. C’è effettivamente un salto qualitativo verso un livello di percezione più completo e coinvolgente, anche se ad affacciarsi sulla scena sono le star delle vecchie pellicole in bianco e nero, perfette ma appunto senza colore. L’interazione tra i due piani di realtà - quella che noi tutti conosciamo e quella indotta dalla droga - diventa totale. Le nuove sostanze allucinogene hanno una loro colonna sonora, una loro musica… Cosa riservo per il futuro? Permettimi di non parlarne ancora. Se vuoi ne discuteremo a cose fatte.

Nel congedarci da Dario Tonani, che ringraziamo, un’ultima considerazione. Infect@ è stato impreziosito dalla “grafica” di Franco Brambilla, che ormai da tempo realizza le immagini di copertina della collana Urania. Leggendo il romanzo, alcune scene, per la loro forza di impatto, si sono tramutate in tavole in bianco e nero. Perché non coinvolgere i lettori per un progetto? Fondazione ha da tempo avviato un concorso per immagini. Sarebbe interessante… non trovi?

Interessantissimo, sottoscrivo in pieno il progetto. Da più parti hanno sottolineato l’impatto “visivo” di “Infect@”. Franco Brambilla, nel suo ruolo istituzionale di autore della copertina, ha dato il la, peraltro con un’illustrazione azzeccatissima; mi piacerebbe che il testimone fosse raccolto da altri disegnatori. A differenza dell’ambientazione, tratteggiata nel romanzo in modo puntiglioso, la caratterizzazione fisica dei personaggi è abbastanza sfumata. Sarei davvero curioso di vedere come potrebbero venire interpretati Cletus, Montorsi, Mushmar e Magda. Grazie della chiacchierata e aspetto notizie su questo progetto…

Segrate, 1° luglio 2007

(fine)

da Fondazione science fiction magazine - n. 11- anno VII - 2007

ringraziamo Lucio Tellini per la foto di Dario Tonani alla Trifidata 2007

 
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Doc Moebius

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