Interviste    

Fondazione
science fiction magazine


n. 9 - Anno VI - 2006

 

Palermo – Genova (andata e ritorno)
Emilio Di Gristina
da FONDAZIONE n. 9 - Anno VI - 2006


Nel dicembre 2005, nella collana Urania, veniva pubblicato come supplemento al numero 1505 il romanzo L’altra realtà di Giulio Cesare Giacobbe, titolare dell’insegnamento di Fondamenti delle Discipline Orientali presso l’Università di Genova e psicoterapeuta, nonché autore di tre bestsellers di psicologia divulgativa Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita (2003), Alla ricerca delle coccole perdute (2004), Come diventare un buddha in cinque settimane (2005). Noi l’abbiamo per l’occasione “virtualmente” raggiunto, grazie anche alla complicità dell’amico Aldo Ottonello.

Fondazione Dai paesaggi, a volte dai toni cupi, di una silenziosa e deserta Manhattan, emerge un singolare rapporto fra i protagonisti del romanzo. Vargas, incaricato di rimuovere i cadaveri nella notte, e Ngozi, finita nella direttiva di eliminazione del Dipartimento di Polizia, incrociano i loro destini alla ricerca continua, in definitiva, della loro identità. Come è nata l’idea di questa “meravigliosa storia d’amore, ai limiti della sopportabilità umana”?
Giacobbe La “storia d’amore”, se mai c’è stata o se mai si possa chiamare tale, è nata strada facendo. Non so gli altri romanzieri (probabilmente io non sono uno di loro), ma io sono partito con un’idea, quella della fuga generale nella realtà virtuale e quindi di una New York (una città che conosco bene - ho vissuto tre mesi nella 116th - e amo molto) completamente vuota e poi sono andato avanti lasciandomi portare dalla mia fantasia, come ho fatto per tutti i miei libri. Nella prima parte la mia fantasia si è espressa sotto forma letteraria, dove ho buttato fuori tutti gli stili che avevo dentro (comico, grottesco, ironico, poetico), ma pare che questo oggi, dove il fast food è presente anche nella letteratura, non piaccia ad alcuni lettori.

Fondazione Ad una prima parte fa seguito di solito una seconda! In effetti nel romanzo a grandi linee si ha la sensazione di passare da una parte ricca di suggestioni, giochi stilistici, interessanti citazioni, seppur forse dilatata e a tratti riverberante, ad una più distesa che, concedendo meno spazio a tali elementi, paradossalmente, se dal punto di vista narrativo appare più scorrevole, non riesce a sostenere fino in fondo “il gioco delle parti”. Le due “realtà” che si confrontano, dove si muovono i protagonisti e si snodano i loro desideri, angosce e inquietudini, quasi sfidandosi, sembrano fare eco a due registri narrativi differenti che, sottolineandone simbolicamente la dicotomia, ne richiamano gli elementi costitutivi ed essenziali restituendoli al lettore modificati, psichicamente “censurati”, con un effetto di amplificazione sia delle situazioni paradossali che di alcune descrizioni grottesche. La stessa invenzione della “sedia”, elemento tecnologico centrale del romanzo, sembra assumere dimensioni e connotazioni “umane”. Vorrei anche che ci soffermassimo sulla tematica centrale del romanzo e della visione di un “futuro prossimo”, grande tematica della fantascienza, che dalle esperienze individuali e “stati allucinatori” dei protagonisti si sposta su un piano diacronico sul finire del romanzo.
Giacobbe Caro Emilio, constato che sei uno dei pochi sopravissuti portatori di una cultura ormai perduta: la tua analisi non sfigurerebbe sulle pagine della critica letteraria professionale. Il lettore di oggi, abituato al fast reading figlio delle fiction televisive di azione, non è evidentemente in grado di cogliere, come invece hai fatto tu, questo aspetto elementare del mio romanzo: la contrapposizione fra realtà virtuale e realtà reale, un problema concreto oggi già presente. L’altra realtà è stato accusato di avere una premessa troppo lunga e prolissa. Ma non si tratta di una premessa. Il romanzo, come tu hai evidenziato, è diviso in due parti: il mondo della realtà virtuale e il mondo della realtà reale. E non mi sembra che l’avere riservato 68 pagine alla realtà virtuale e 196 pagine alla realtà reale costituisca una lungaggine insistente troppo sulla prima parte. È vero poi che in essa mi sono lasciato andare al mio estro e ho sfoggiato una pluralità stilistica e poetica che si richiama sia pure modestamente all’Ulisse di Joyce, con una propensione particolare al surreale e al comico. Operazione che mi aspettavo fosse apprezzata dai lettori, anche perché se il surreale è già comparso, nella letteratura fantascientifica (vedi appunto Sheckley), il comico o meglio l’umoristico è limitato a pochissimi se non addirittura a un solo caso (Douglas Adams). È vero anche che in quella prima parte la descrizione sostituisce l’azione e quindi non può essere apprezzata da un fast reading, ma è proprio la descrizione, che spesso è anche descrizione di azione, a dare la cifra dell’irrealtà a un mondo di cui il lettore non sa e non capisce, e non deve né sapere né capire, assolutamente nulla. È proprio l’architettura da romanzo giallo a fare dell’Altra realtà, secondo me, un romanzo appetitoso. Certo, come ogni pasto, lo si apprezza pienamente soltanto quando è finito. Ma queste sono, probabilmente, soltanto argomentazioni difensive di un autore deluso. Mio padre mi diceva: «Se non apprezzi un libro o il libro non è alla tua altezza o tu non sei all’altezza del libro.» Probabilmente si tratta del primo caso. Veniamo adesso al tema in sé. La realtà virtuale. Si tratta di un pericolo sociale già presente. Gran parte della popolazione del mondo industrializzato (specie nelle fasce d’età estreme) vive nella realtà virtuale. Televisione, cinema, videogiochi, i-pod e telefonini hanno sostituito non soltanto il rapporto con la realtà ma anche il rapporto fra esseri umani. Milioni di persone credono che quanto avviene nei cosiddetti reality shows sia reale. Andiamo sempre di più verso un’umanità che fugge dal mondo reale per rifugiarsi nel mondo virtuale. L’altra realtà ha semplicemente portato alle estreme conseguenze questa tendenza oggi già evidente a tutti. È, come hai detto tu, un romanzo del “futuro prossimo”, che rimane il mio interesse principale. Ne L’altra realtà non c’è lo sfruttamento politico della fuga di massa della popolazione e quindi della sua estromissione dal controllo politico proprio perché c’è la non improbabile estremizzazione del fenomeno della realtà virtuale e quindi la sua estensione alla stessa classe di potere. Ma l’alienazione dal controllo politico di gran parte della popolazione, se non sul piano formale certamente sul piano sostanziale per il deterioramento o addirittura la privazione dell’informazione, è già una realtà. Chi vive di televisione d’evasione, di cartoni animati, di soap opera e di talk shows, è deprivato della sua capacità critica e del suo diritto politico di opinione perché la mancanza di informazioni sul reale induce un qualunquismo facilmente pilotabile con pochi interventi demagogici mirati. Non occorre neppure inscenare false tribune politiche. Bastano i telegiornali. Che essendo quotidiani sono efficacissimi. Anch’essi sono elementi della realtà virtuale.

Fondazione Ti ringrazio, potrei tentare una futura postfazione. Ma, a parte la narcisistica battuta, il tuo intervento tocca molteplici temi e oltremodo pregnanti che meriterebbero uno spazio ben diverso da questo e ci porterebbero anche lontano. Certo Joyce, anche nell’ambito di una sperimentazione linguistica, ha realizzato un monumento alla letteratura (opinione non condivisa da tutti) provocando una rivoluzione espressiva nella quale dalla polifonia vocale, ricca di suggestioni linguistiche e paesaggistiche, emerge il microcosmo umano che, grazie alla difficile tecnica dello Stream of consciousness, da frammenti sensoriali, onirici, reali e inconsci trova una sua ricomposizione graduale, e tutto questo, nell’ Ulisse, in una breve scansione temporale. Questo è stato raccolto invero tardivamente dalla “letteratura di genere” e la stessa fantascienza ha dovuto aspettare qualche anno, se non diversi, per recepirne le risonanze. Basti pensare allo stesso J. Ballard (quanto a Sheckley, maestro di short stories, nutro qualche lieve perplessità sulla sperimentazione in Scambio Mentale) che con il suo manifesto, per la futura New Wave e letteratura speculativa, sulla ricerca e traccia dei confini di uno “spazio interno” ha tenuto il passo per un certo tempo, il resto è storia. Per altri versi mi sembra interessante il tuo tentativo di avere inglobato, attraverso “l’estremizzazione della realtà virtuale”, la classe di potere. Tentativo che interpreto come una possibilità, se non addirittura, tentando una forzatura, la “variabile” nel processo di recupero della collettività e del singolo che sembra profilarsi sul finire del romanzo. Nondimeno i “Vargas” e le “Ngozi”, se mi permetti l’estensione, che agitano e sollecitano inconsapevolmente il lettore, appaiono fragili, adulti mancati, bloccati nel loro processo psicologico di individuazione e separazione, che si risolve nell’altra realtà e simbolicamente trova nell’elemento tecnologico, che si polarizza umanizzandosi, in definitiva nel “John il Divino”, un falso ed effimero “organizzatore”. Lo stesso ruolo di “eliminatore” assunto da Vargas mi sembra, più che un fuga consapevole di autonomia intellettuale e psicologica, la “sublimazione” di un processo ossessivo su base edipica.
Giacobbe Ancora una volta hai colpito nel segno. Vargas e Ngozi sono non solo due personaggi letterari, necessari nell’economia del romanzo che necessita di protagonisti delle due realtà, ma anche il ritratto della tipologia umana di coloro che vivono nella realtà virtuale. Trattandosi di una fuga dalla realtà reale essa sottintende incapacità di affrontare difficoltà responsabilità e sofferenza. Quindi decisamente personalità infantili (vedi il mio best seller Alla ricerca delle coccole perdute, che è un trattato su questo tema). Vargas e Ngozi ne rappresentano i due estremi. Vargas ha difficoltà a uscire dal sogno: non solo vi ricorre volontariamente anche dopo avere scoperto la doppia realtà ma anzi finisce per precipitarvi e probabilmente per rimanervi prigioniero (la continuazione della sua storia la lascio all’inventiva del lettore) con i suoi incubi da cattolico dilaniato dal rimorso. Ngozi ne esce definitivamente e ricostruisce con Mario la sua vita nella realtà reale. Sono le due possibili soluzioni dell’inganno. La loro praticabilità dipende dal grado di nevrosi (la fuga dalla realtà denuncia sempre, una condizione nevrotica). In Vargas essa è molto avanzata. Lo evidenziano anche i sogni che egli si autocostruisce, a base di sesso e violenza. Una proiezione fantasmatica e soggettiva di tanta televisione di oggi.

Fondazione Prima di passare ad altro, ci sono almeno ancora un paio di considerazioni. Nel romanzo il tema della sessualità, o forse sarebbe meglio dire “la sessualità”, oltre che fluire attraverso stati onirici, recupera simbolicamente le sue radici non sessuali da un corollario di elementi che fanno da cornice, ricomponendolo gradatamente, a quel mondo frammentato, quasi perduto per sempre, ed al quale tu sembri guardare con occhio nostalgico. Ne sono un esempio la revolver Smith&Wesson modello 60, la Dodge Viper Coupé del ’95, la Ferrari F50 del ’96, lo Zippo CCCXXXIII (con l’emblema dell’aquila americana), la Guinness, i sigari Romeo y Julieta, la Whoopi Goldberg, Marilyn Monroe, il lettore ne rintraccerà tanti altri, che divengono, da fotogrammi perduti nella mente dei protagonisti, immagini a forte carica libidica, proiezioni esplose dello stesso sé. Elementi che sul piano narrativo, reiterati volutamente, sono legati a quel crogiuolo di espressioni a volte dal sapore grottesco che tendono a culminare in quel melodico refrain “Ti è piaciuto?” – “Troppo”.
E arriviamo a New York. Si ha la sensazione, nel romanzo, di essere guidati da una webcam costantemente puntata nei più remoti angoli della città, nella quale come dici hai vissuto un lungo periodo. Essa stessa sembra farsi protagonista della dicotomia che permea il romanzo, quasi pretendendo l’attenzione del lettore, in un processo di graduale catarsi attraverso i frequenti cambi di prospettiva e inquadrature. Complessivamente, ed all’interno di un rapporto a doppio legame, le descrizioni della città oltre che riproporre, come detto, la contrapposizione fra le due realtà, sembrano fare eco ad un sentimento di ambivalenza. Una città, un mondo in sintesi, “amato” come dici, di cui ne richiami però al lettore, su un piano reale ed attuale, le contraddizioni implicite, in una visione che a tratti si fa pessimistica.
Giacobbe Gli ambienti di sfondo del romanzo, più psicologici che fisici, sono due: i mitici anni Sessanta e New York. I riferimenti al sesso sono soltanto uno scherzo cabarettistico e tale vogliono rimanere, anche quando diventano quasi pornografia. Rimane secondo me l’importanza letteraria dell’introduzione del sesso nella fantascienza insieme con il comico, anche se vi sono dei precedenti, rimasti comunque isolati. Gli anni Sessanta si ritrovano soprattutto nella Chevrolet cabriolet rosa del 1957, nei jeans Levi’s, nel giubbotto Carrera nero, negli stivaletti El Charro, che sono gli stessi che trovi in Happy Days. E Vargas, nel suo sogno dell’altra realtà, è proprio un Fonzi che vive in un mondo televisivo mitizzato. Dovevo rappresentare un mondo onirico e mi è parso che il mondo di Happy Days fosse un mondo facilmente riconoscibile dal lettore, che ha anche il vantaggio di essere, proprio perchè nostalgico, persino poetico. L’uso della poesia è presente in buona parte del romanzo, che senza attingere naturalmente alle vette di un Ray Bradbury, è spesso immerso in un clima poetico, non solo dentro l’altra realtà (Ngozi) ma anche dentro quella reale (i panorami, l’amore fra Aziz e Xin Mei). E poetica è anche, nelle mie intenzioni, la presentazione di New York. La sua descrizione è come quella che ne farebbe un innamorato. E come la descrizione di una persona, che deve necessariamente includere anche il suo passato, New York nel mio romanzo è vissuta diacronisticamente, anche in dimensioni temporali (quelle dei musei, dei parchi, dei grattacieli “antichi” che svuotati dal caos degli uomini appaiono nella loro essenzialità e bellezza) praticamente sconosciute a molti degli stessi newyorkesi, che come tutti gli abitanti delle grandi città la conoscono meno dei turisti. E di un turismo sentimentale in fondo si tratta, nei miei intenti, quel peregrinare per New York, che è quello stesso peregrinare che io ho vissuto in concreto quando abitavo là, proprio al numero 351 della 116th di Harlem, nell’ufficio di Vargas, di fronte al bar di Mario, che esiste davvero, dove altro non avevo da fare che girare Manhattan a piedi e curiosare dappertutto, al punto che la conosco meglio della mia città natale, Genova. E la conoscenza, tu lo sai, è amore.

Fondazione Certamente mi incuriosisce e diverte l’immaginare Henry Winkler nei panni di Vargas. Quanto alla sessualità, nelle sue molteplici e mutevoli espressioni, essa ha in effetti accostato spesso ed in epoche differenti la fantascienza, innestandosi in opere innovative e pregevoli dal punto di vista stilistico. A volte ciò è avvenuto in modo inconsapevole, mentre in altre occasioni si sono perseguiti fini non strettamente letterari, basta considerare le copertine di alcuni pulps come ad esempio Startling Stories o magazines anni ’50 come Immaginative Tales, fenomeno erede delle pin-up girls degli anni ’20, ma che affonda le sue radici in Europa sul finire dell’Ottocento e che ha influenzato successivamente anche i nostri artisti.
Il romanzo L’altra realtà è apparso nella mitica collana Urania, che in Italia ancora oggi, per molti, rappresenta di fatto e simbolicamente “la fantascienza”. Hai già accennato a qualche autore ma in effetti, qual è il tuo rapporto con questa “musa ispiratrice”? Innamoramento o amore? L’altra realtà è solo un primo appuntamento?
Giacobbe Scrivere su Urania per me ha avuto più valore che vendere quattrocentomila copie del mio primo libro, Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita. Per farlo infatti sono passato a Mondadori, che già da due anni mi faceva la corte. E li ho ricattati. O mi pubblicate il mio romanzo su Urania o non vi do i miei libri. Questo la dice lunga sul valore del mio romanzo. È stata soltanto un’operazione affettiva. Il secondo libro di Urania, della prima serie, quella nera, Hedrok l’immortale (A.E. Van Vogt, 1952) è stato il primo libro che ho letto in vita mia fuori della scuola. Per me Urania è un mito. La leggevamo tutti, in famiglia. Anche mia madre. E abbiamo continuato per tutta la vita. Anche se negli ultimi tempi c’è stata un’inflazione e quindi una caduta. Ma adesso gli autori italiani stanno dando a Urania una nuova dignità e una nuova speranza. Io non pretendo di inserirmi né nell’una né nell’altra. Non pretendo neppure di essere un romanziere. Il mio editore mi ha detto di lasciare perdere. Probabilmente ha ragione. Gli editori hanno quasi sempre ragione, perché hanno esperienza del mercato. E infatti il mercato gli ha dato ragione. Ma per noi scrittori il mercato non sempre ha ragione. A volte le nostre creazioni sono frutti così raffinati che soltanto pochi palati raffinati le sanno apprezzare. Rivendico pienamente la bellezza e la raffinatezza delle prime sessantanove pagine del mio modesto romanzo. In esse c’è umorismo, ricerca letteraria, invenzione, intelligenza, raffinatezza, persino genialità. Però, lo riconosco, non c’è aggiornamento letterario né adeguamento al mercato. Sono pagine descrittive. E oggi il lettore non è più abituato alle pagine descrittive. Le pagine descrittive costituivano il sessantanove, a volte il novanta per cento dei romanzi. Come I promessi sposi. Oggi nessuno riesce a leggere I promessi sposi. Lo so. Me ne rendo conto. Oggi ci siamo abituati ai telefilms americani. Tutti azione. E vogliamo romanzi fatti così. Come i telefilms americani. Ci hanno americanizzati anche nella letteratura. I loro romanzieri sono così. Azione, azione e solo azione. Dialogo e azione. Lo so. Ma le mie sessantanove pagine descrittive sono azione. È questo, che non mando giù. Sono d’accordo che le descrizioni di paesaggi o stati d’animo e di pensieri sono noiosissime. Io stesso non le sopporto. Ma, ripeto, le mie sessantanove pagine descrittive sono azione. Soltanto descrizione di azioni. E allora? Perché non sono piaciute? Anzi, perché sono state addirittura giudicate insopportabili? Ve lo dico io, perché. Perché sono fatte di periodi lunghi. Anzi, lunghissimi. E oggi la gente non è più capace di leggere. Il cervello della gente è stato frantumato dalla televisione e non è capace di seguire un’azione per più di quattro secondi. Ma la lunghezza dei periodi che uno scrittore compone non è il risultato di un’operazione a tavolino. È il risultato di una creazione spontanea. Perché non siamo noi scrittori, che scriviamo, ma il nostro inconscio. E la lunghezza dei nostri periodi non è determinata da una nostra scelta ma dalla materia stessa che stiamo trattando. «A ogni contenuto la sua forma» diceva Benedetto Croce, un filosofo della letteratura oggi completamente sconosciuto. Io sono capacissimo, a scrivere periodi brevi. I lettori dei miei saggi lo sanno benissimo. Sono lo scrittore più telegrafico di tutta la letteratura italiana. E forse questo è anche uno dei segreti del successo dei miei saggi. Ma anche nell’Altra realtà ci sono parti telegrafiche. Tutta la seconda parte, quella dopo le fatali prime sessantanove pagine, è telegrafica. E per questo è piaciuta. Ma è un madornale errore di lettura. È naturale, che sia telegrafica, perché è azione vissuta dall’interno. Quando l’individuo compie delle azioni le vive al loro interno e le vive scandendo gli istanti. Appunto telegraficamente. Ma quando l’azione è vissuta dall’esterno, da un osservatore, allora è rallentata. Nel cinema questa dimensione si rende proprio con il movimento al rallentatore. Esso indica il sogno, il ricordo. Allora non vi sono più istanti fulminei e scanditi ma un fluire continuo e rallentato dell’azione. Perché il tempo è sospeso. È quello che io ho fatto nelle prime sessantanove pagine del mio romanzo. Ho descritto l’altra realtà come un sogno. Quindi visto dall’esterno dell’azione. E la forma spontanea di questo è la descrizione. Dove non c’è tempo. Dove l’azione è rallentata. E quindi meditata. E quindi commentata. Forse è vero che non sono un romanziere. Ma come scrittore dico che la parte che è piaciuta, la seconda parte, per me scrittore è banale. Per me scrittore è geniale soltanto la prima parte, le fatidiche sessantanove pagine iniziali. Quella che alcuni lettori hanno fatto fatica a leggere. Perché non sono più abituati alla letteratura. Perché vogliono la televisione anche nei libri. La televisione americana. Credo proprio che smetterò di scrivere romanzi. Continuerò a scrivere quei saggi che vendono centinaia di migliaia di copie. Il prossimo, che uscirà in aprile con Mondadori sarà intitolato Come diventare bella ricca e stronza. E la frase più lunga è di due righe.

Fondazione Dovendoci congedare dai lettori, lo facciamo con la speranza di potere leggere ancora altri tuoi romanzi, e perché no anche sulla “nostra” amata Urania che, come ben dici, ha ormai da qualche anno dato spazio agli autori italiani.
Ringraziamo Giulio Cesare Giacobbe

(fine)

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