In
occasione dell'uscita, su URANIA n. 1441, del primo volume de LA CRISI
DELLA REALTÀ di Peter F. Hamilton, Riccardo Valla ci racconta,
in questa breve intervista, le sue impressioni sul romanzo.
M.:
Mi sembra che questo lavoro di Peter Hamilton testimoni come le grandi
saghe, a cicli quasi storici, ritornino, dopo periodi di "oscurantismo".
R.:
In questo caso l'oscurantismo è la malattia infantile dello
snobismo, quello che porta a difendere solo la parte "letteraria"
della fantascienza nella speranza di essere accolti entro la Letteratura
con la L maiuscola.
Ora, questa particolare fantascienza - ossia la "speculative
fiction" - non ha un pubblico abbastanza vasto e finisce per
allontanare i lettori, per ridurre lo zoccolo duro che legge la fantascienza
per l'avventura, le immagini nuove, il "senso del meraviglioso".
È un paradosso, ma non si può dire: "E se ai lettori
non piace, al diavolo anche i lettori". Il paradosso nasce dal
fatto che spesso gli autori della speculative fiction sono interessantissimi.
Per esempio, Shepard, che una quindicina di anni fa ha scritto una
serie di storie molto belle. Lo stesso Simmons è conosciuto
per Hyperion, ma le altre sue opere non trovano un pubblico. Un paio
di ristampe del Canto di Kali e dei Figli delle paura, poi silenzio.
E questi sono i migliori. L'ultimo boom della fantascienza, iniziato
con l'uscita del primo Guerre Stellari, è stato progressivamente
eroso da un'editoria che ha puntato verso il "romanzo d' autore"
mentre il pubblico voleva il feuilleton, con la sua cadenza rassicurante:
uno vi ritrova situazioni note, sa più o meno cosa aspettarsi.
Rientrano in questo schema non solo Fantomas, Rocambole e Arsenio
Lupin, ma anche Sherlock Holmes, Maigret e Poirot, per non parlare
di James Bond. Nella fantascienza, le storie che hanno "fissato"
i canoni del genere erano feuilleton: le storie di E.E. Smith e di
Campbell e a loro modo anche la Fondazione e i robot di Asimov.
Con il boom del 1950, anch'esso legato ad alcuni film di grande successo,
dalla Guerra dei mondi al Pianeta proibito, il pubblico è riuscito
ad alimentare per qualche tempo anche una produzione più sofisticata
e satirica, come quella di Pohl, Sheckley, Bester, Tenn, ma già
negli anni 60 questo filone perdeva lettori, e col '68 era finito.
In piena New Wave, a Londra le librerie erano piene di storie di Elric
e libri di Ballard non se ne vedevano. Magari con le migliori intenzioni,
gli editori italiani hanno continuato a credere nella fantascienza
letteraria, con la conseguenza che la gente finiva per leggere altro
dalle loro collane: Stephen King, Crichton, la fantasy e magari Harry
Potter. Tanto per dire, io ho continuato a suggerire ai miei editori
alcuni libri di qualche anno fa ed essi non li pubblicavano, mentre
magari qualcuno di loro cercava di portare via all'altro le opere
degli autori semiesordienti.
M.:
Che libri sono?
R.: Non lo dico perché finalmente li farà la Nord e
non voglio che qualcuno cominci a promettere cifre esorbitanti agli
agenti per avere altri volumi di quegli autori, comunque si tratta
di opere che puntano sull'avventura e sull'esotico. Dico solo che
Viviani è intenzionato a seguire questo tipo di produzione,
che del resto è sempre stata quella classica della casa editrice.
M.: Torniamo allora a Urania e al ciclo di Hamilton. La tematica
della diversità fra razze è stato più volte utilizzato
nella sf, qui ci si sposta su un piano ancora più ampio. Antiutopia
ovvero l'ennesimo tecnicismo fallimentare...
R.: Il
ciclo di Hamilton è una grande saga spaziale, in un ambiente
complesso come quello di Dune, ma più unitario: in fondo la
civiltà dominante è una sola, quella umana, anche se
divisa in due "partiti", l'edenista, che usa le biotecnologie,
e l'adamista dell'impero di Kulu, che prosegue lo sviluppo industriale.
La riflessione di fondo ha qualcosa dell' antiutopia, certo, ma non
nel senso delle antiutopie classiche come quelle della fantascienza
degli anni 50; è piuttosto nella scia di quei grossi romanzi
di Niven come i due dei "Moties" o il suo ciclo dei "burattinai",
con la convinzione di fondo che certi problemi saranno sempre difficili
da risolvere. Però, mentre Niven scrive in fretta e spesso
non dà abbastanza respiro alle spiegazioni, Hamilton ha un
passo quasi alla Dumas e quando introduce un nuovo ambiente si sofferma
a narrane la storia, un po' come faceva lo scrittore francese. Inoltre
ha un certo gusto per l'umorismo che rende piacevole la lettura.
M.: Ed è anche piacevole il lavoro del traduttore? Tra l'altro,
come l'avete tradotto, in due?
R.:
È divertente da tradurre, anche se ha l'irritante abitudine
di lasciar passare magari due o trecento pagine prima di spiegare
qualcosa. Certi accenni diventano così assi nella manica, ma
secondo me sono trucchi degli autori perché la gente rilegga
i loro libri. Per esempio all'inizio parla del virus di Laton ma lo
spiega nella terza parte. Quanto alla traduzione, Gielle Staffilano
e io traduciamo insieme da un quarto di secolo e più o meno
adottiamo le stesse soluzioni; naturalmente ogni volta che c'è
un termine nuovo ci accordiamo sulla soluzione da adottare.
M.:
"La crisi della realtà" è un corposo romanzo,
che Urania ha necessariamente dovuto dividere in quattro fascicoli
che, come ricorda Lippi, usciranno da giugno a settembre. Ritieni
che tale lunghezza possa avere influito sulla fluidità del
romanzo o la battuta "lungo è bello" è ancora
valida in questo caso?
R.:
Non è mai chiaro se i romanzi lunghi piacciano a tutti o solo
a una parte del pubblico (secondo me piacciono a una parte, ma crescente).
Quando è uscito il primo dei romanzi lunghi, Straniero in terra
straniera, la lunghezza del testo era stata commentata sfavorevolmente,
ma negli anni successivi la lunghezza media dei romanzi è aumentata.
Nel nostro caso il romanzo è la prima parte di una trilogia
di 3600 pagine. D'altronde anche le storie di Eymerich sono un unico
romanzo e se uno le mette insieme quante miglia di pagine fanno? Il
fatto è che non bisogna leggerli per sapere in fretta come
va finire, ma per sapere cosa succede. L'autore stesso fa in modo
che ogni episodio sia una piccola storia a sé. Insomma, sono
scritti con lo stile del feuilleton, non tanto per le forti tinte
(che magari ci sono ogni tanto, ma solo come uno dei tanti elementi)
ma per il tipo di scrittura che si presta a essere letta a episodi.
Comunque, il lettore non deve avere paura: il ciclo di Hamilton è
lungo, certo, ma è lungo perché vi succedono tante cose!
"La Crisi della Realtà" di Peter F.
Hamilton - The Reality Dysfunction
URANIA n. 1441 vol. 1 Emergenza!
Traduzione di G. L. Staffilano e Riccardo Valla