Fanzine
   

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Virgil Finlay
1914 - 1971

 

Il re in giallo

Per raccontare la storia del “Re in giallo” con un minimo di completezza, bisognerebbe far cantare tutte le voci: Fabio Calabrese, Piero Cavalieri, Roberto F. Eletto, Francesco Faccanoni, Giancarlo Pellegrin, Eddy Triscoli e Gianni Ursini, i redattori della prima fanzine italiana dedicata al fantastico anziché alla fantascienza. Trovandomi a farlo da solo, preciserò: questa è la storia della fondazione del “Re in giallo”, non del suo sviluppo e progresso, giacché fin dal terzo numero ho dovuto lasciare la redazione per trasferirmi a Milano e cominciare la mia vita professionale. Si parla di tempi lontani: 1976, 1977, quando il mercato della fantascienza era più vario e maturo di oggi (fiorivano le collane da libreria, i saggi, l’impegno politico, i primi seri studi italiani sul cinema di genere, le riviste…); mentre quando si diceva “fantastico” non si pensava affatto allo splatter cinematografico o all’ultimo bestseller di Stephen King – che da noi era ancora un Signor Nessuno, o quasi – né tantomeno alle serie televisive demenziali. Si pensava come minimo ad H.P. Lovecraft e di lì si risalva a Robert W. Chambers, William Hope Hodgson, Arthur Machen, su su fino a Poe.
La redazione del “Re” comprendeva lettori di Gustav Meyrink e illustratori amanti di Escher (Leonardo Pellegrin e Bruno Micovilovich), scrittori “filosofici” come Fabio Calabrese, bibliofili del calibro di Giancarlo Pellegrin, fino al gran polemista Gianni Ursini che si faceva chiamare Ursich per sembrare ancora più russo e staliniano: una vita consacrata al Partito e alla fantascienza, ma che nel torrido ’77 aveva capito come nel fantastico più altisonante e blasé ci fosse tanta dinamite artistica quanta se ne poteva desiderare in una fumeria d’oppio per lottatori clandestini.
Così cominciò l’avventura. Questo gruppo di amici, che occasionalmente s’incontrava all’università (Calabrese e il sottoscritto, non ancora laureati) o al cinema (per vedere i pochi film che uscivano allora, in media due all’anno, e seguire le lunghissime rassegne sulla sf degli anni Cinquanta al glorioso cine Radio o al Filodrammatico, prima che diventasse una sala a luci rosse), si strinse intorno al progetto di una fanzine dedicata al fantastico e adottò come redazione la sala seminterrata del cineclub “La Cappella Underground”. Non la sala riservata alle proiezioni e ai commenti a ugola spiegata di Gianni Ursini – che ha sempre ritenuto la colonna sonora dei film un elemento trascurabile, da subissare coi suoi apprezzamenti – ma quella vasta e freddissima dedicata alle esposizioni e occasionali mostre, oltre che alle riunioni del direttivo. Gli anni Settanta erano zeppi di cellule, direttivi, gruppetti, all’insegna della più fanatica dedizione.
Il germe dell’idea nacque, credo, a Fabio Calabrese e al sottoscritto una volta che tornavamo da Padova, dove avevamo partecipato a un’edizione del premio Mary Shelley indetto dalla rivista amatoriale “The Time Machine”. Personalmente avevo tentato la sorte con un racconto, dal pretenzioso titolo “Antropologia fantastica”, che non arrivò al primo posto ma che in seguito fu pubblicato in un’antologia dal titolo Universo e dintorni (Garzanti). Anche il racconto di Fabio fu pubblicato e tutti e due – una volta incassato il pagamento di settantamila lire, un paio d’anni dopo – avemmo l’idea di invitare a cena la stessa ragazza. In giorni diversi, naturalmente, ma è la scelta che conta.
Concepimmo la Creatura passeggiando sul marciapiede della stazione patavina, e devo dire che nessuno dei due avrebbe sperato di dare alla luce una figlia così popolare da essere ricordata trent’anni dopo. Il fatto è che noi Volevamo Vivere: i tempi erano quelli che erano, ma il nostro interesse non superficiale per il fantastico era arrivato al punto da dover sbocciare in una creazione concreta, non poteva più limitarsi a bollire nei precordi. Era esattamente come l’amore, ma un amore platonico, conscio del suo valore ideale. “Il re in giallo” fu il nostro mito della caverna, e credo che lo stesso discorso valesse per tutti gli amici con cui lavorammo a realizzare l’iniziativa.
Il primo numero, uscito nel 1976, aveva una bella copertina disegnata da Sergio Cavalieri, padre di Piero, dentista di professione e artista per vocazione. La veste era dimessa (fogli interni tirati a ciclostile, coperta in cartoncino bianco spillata alle estremità, dorso mancante) ma il disegno era veramente buono. Sembrava uno schizzo fatto da Clark Ashton Smith durante un attacco di bile verde: una testa scheletrica, non completamente priva di pelle ma quasi; due occhi infossati, un unico dente e sul cocuzzolo una fascia diafana che faceva da corona, attraverso la quale continuava a vedersi la curva del cranio. Ai nostri occhi il Re simboleggiava l’intero ciclo dell’arte fantastica, da Alberto Martini a Kubin, con un veleno suo proprio che il tratto nero ed essenziale impreziosiva. (Il personaggio tornava all’interno in una tavola a piena pagina: qui era rappresentato in groppa a un destriero, nella posa di San Giorgio che trafigge un invisibile drago. Un esile ciuffo di capelli morti sostituiva corona, elmo e pennacchio dell’eroico chevalier-cadavre.)
Fin dal primo numero il fantastico nell’arte è stato uno dei cavalli di battaglia del “Re in giallo”, ma a parte questo il contenuto era quello tipico delle riviste amatoriali: recensioni, qualche saggio e gli immancabili racconti dei collaboratori. La differenza, a volte, stava nel tono: il ritratto del Re, le ascendenze letterarie del titolo (preso a prestito non dal racconto di Raymond Chandler ma dal Re in giallo di Robert W. Chambers, un romanzo a episodi della fine Ottocento e, nella finzione, un libro maledetto), l’elegante testata a svolazzi disegnata dal dottor Cavalieri, il tono sapiente degli articoli; tutto questo caratterizzava la nostra rispetto ad altre pubblicazioni del periodo. Credo che fosse una rivista romantica, dopotutto. Non c’era odore di giovanottismo, di in–joke tra appassionati, al suo interno, se non molto limitatamente; sentivamo di essere la Rivista del fantastico, quella che mancava e sarebbe continuata a mancare a livello professionale, ed eravamo collegati al corso di storia del cinema e alla “Cappella Underground”, allora il massimo faro intellettuale della città. Nel “Re in giallo” c’era la capacità triestina di trasformare qualsiasi cosa in ricordi e cultura: per quanto semplici, le nostre vagarie non si limitavano al sogno ad occhi aperti, diventavano madeleinette. Trieste è veramente una città proustiana, oltre che joyciana: quindi le pagine del “Re” (ma forse avremmo dovuto chiamarlo l’Imperatore in giallo) sprigionavano un’aria che soffiava dagli angoli remoti del mondo, un gusto d’infinito. Parlare di Robert W. Chambers, Poe, Roger Corman o H.P. Lovecraft era un po’ come mettere in scena Zeno, via del Monte dalle “tristezze molte”, i morti di Dublino e la Terra dimenticata dal tempo. D’estate quelle atmosfere soprannaturali venivano racchiuse e tirate a ragoût nel Cortile delle Milizie del castello di San Giusto, dove si proiettavano i film dell’annuale Festival internazionale del film di fantascienza; nelle altre stagioni il filtro decantava nelle pagine delle Opere complete di Lovecraft (uscite nel 1973), dei Miti di Cthulhu e Il re in giallo (Fanucci, 1974 e 1975), dell’Angelo della finestra d’occidente di Meyrink e così via, fino alle suggestioni ipnotiche del cinema.
Per molti di noi il “Re” fu la cosa migliore che avessimo fatta nella vita. Contemporaneamente all’uscita del n. 1, nel 1976, la rivista si mobilitò per dare man forte al Festival del film di fantascienza: non ufficialmente, ma nel senso che alcuni redattori aiutarono Lorenzo Codelli della “Cappella Underground” ad allestire la rassegna Fant’Italia dedicata ad “emergenza, apoteosi e riflusso del fantastico nel cinema italiano” (titolo volutamente altisonante che metteva allegria). Quando venne il momento di progettare il secondo numero, nel ’77, ricordo che la scelta di dedicarlo a Lovecraft fu unanime: in marzo sarebbe caduto il quarantesimo anniversario della morte e noi ci sentivamo già suoi moschettieri. I Moschettieri del Re si misero all’opera per onorare quelli di “Weird Tales”: il famoso Speciale Lovecraft conteneva una dedica a Robert E. Howard e senz’altro una traccia di Clark Ashton Smith. Uscì nel marzo ’77, due o tre mesi prima del convegno internazionale dedicato allo scrittore e che si tenne a Trieste, presso il Circolo della stampa, l’11 e il 12 giugno. (La manifestazione, organizzata dalla “Cappella Underground” e dalla redazione del “Re in giallo”, era accompagnata da una mostra di materiale raro e autografo e avrebbe visto la partecipazione di Gianfranco de Turris, Gillo Dorfles, Sebastiano Fusco, Alfred Galpin, Dirk W. Mosig ed Emilio Servadio.)
Il numero monografico del “Re” apparve dopo una gestazione lunghissima – quasi sei mesi – e dopo che avemmo preso alcune decisioni radicali. Ad esempio, quella di non pubblicare narrativa dei collaboratori ma solo del maestro (Lovecraft) e per il resto saggi, traduzioni, bibliografie. La parte grafica venne potenziata, con una seconda copertina sotto la prima (opera del Pellegrin junior, Leonardo) e all’interno una serie di tavole di Bruno Micovilovich. Le tavole piacquero a tal punto all’editore Fanucci da essere riprese nei loro successivi volumi, insieme a quelle di Domenico D’Amico, Alessandro Bani e altri giovani talenti. La tecnica di Micovilovich era esasperante (per lui, non per lo spettatore): ogni disegno a china era ottenuto dall’unione di una miriade di puntini, sicché l’effetto d’insieme era singolarmente “atomizzato” e non mostrava un’illusoria realtà solida, ma un mondo misterioso fatto di particelle indipendenti. Sembra disegnato da Bruno anche il ritratto giovanile di H.P. Lovecraft che illustra la copertina, anche se in realtà si tratta di una foto. Il secondo numero del “Re” venne stampato in offset, non tirato al ciclostile, e fra parentesi aumentò nel formato e numero di pagine. Questa tecnica di riproduzione trasformò la normale fotografia di HPL, tratta dalla biografia di L. Sprague de Camp e ingrandita dal sottoscritto, in un ritratto grafico dove la scala dei grigi è sostituita da una rete di punti neri e bianchi. Se Micovilovich aveva sostituito il tratto con i puntini, Domenico D’Amico e altri illustratori che abbiamo ospitato sul “Re in giallo” credevano nell’effetto denso della china nera. Il numero 2, che poteva considerarsi una vera e propria rivista, era plumbeo nelle fittissime pagine di testo, ma quando appariva un’illustrazione si trattava di visioni che ancora oggi non stento a definire deliranti.
I testi erano molti, italiani e stranieri: c’erano la versione integrale del saggio biografico di de Turris e Fusco, apparsa su “Playmen” sei anni prima in formato ridotto; la filmografia di Michel Caen e Jacques Van Herp; il saggio junghiano di Dirk W. Mosig sulle interpretazioni dell’”Estraneo”; alcune traduzioni di inediti di Lovecraft (poesia, un saggio sulla composizione e un racconto) e altro ancora. Col tempo, il secondo numero del “Re in giallo” diventò un punto di riferimento per gli appassionati di HPL e continuò ad essere richiesto. Oggi che è completamente esaurito, è un cimelio di una qualche notorietà.
In conclusione, la nostra non era una rivista “di fantasy” (non quella che oggi si chiama così, anche se avevamo un debole per la sword & sorcery di Howard, Leiber, Anderson e Vance). A nessuno di noi interessavano troll, elfi e principesse, che preferivamo ritrovare nella fiaba vera e propria. La fantasy come importante fenomeno di mercato era di là da venire e sospetto che ci avrebbe indotti a qualche sbadiglio. Del resto, a nessuno importava molto del cinema splatter, che allora cominciava a fare capolino ma era ancora un fenomeno singolare (vedi i primi film di Wes Craven e Tobe Hooper); né ci sarebbe venuto in mente di scrivere un pezzo sui telefilm di Spazio 1999 e UFO: non per snobismo, ma semplicemente perché preferivamo andare a caccia di altre cose.
“Cose” anche in senso orrorifico: Things, creature della notte, potenze delle tenebre, esseri sbucati da malefici universi paralleli le cui apparizioni costringevano a una riscrittura della storia, della scienza e della magia come nei racconti più arditi di Lovecraft e Howard. “Il re in giallo” ha cercato di essere, a suo modo, una fanzine sofisticata. A partire dal numero 3 la redazione decise di rimpicciolire il formato alle dimensioni di un quasi-digest, riprendere la pubblicazione di racconti e ridisegnare la testata: ne fui sorpreso, ma ormai, come ho detto, mi ero trasferito a Milano e non avrei potuto occuparmene personalmente. Tutt’a un tratto ero diventato un lavoratore della fantascienza, non più un dilettante: mentre la filosofia del “Re”, se ce n’era una, poggiava proprio sul diletto e il tempo speso a fantasticare.

Giuseppe Lippi

(17 Settembre 2005)

(fine)

 
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