Fanzine
   


Virgil Finlay
1914 - 1971

FUTURE SHOCK
FANZINE VENTENNE

di Antonio Scacco

 

Prima di parlare della nascita e dei primi passi di "Future Shock", debbo premettere che essa, come tutte le fanzine, ha conosciuto - e conosce - contrasti e difficoltà, successi e insuccessi, consensi e rifiuti, apprezzamenti e stroncature, tutte le luci e le ombre, insomma, del fandom, che così Barbesti e Fiorili hanno descritto: «Il fandom attivo italiano non è numeroso, anche se molto litigioso: circa un centinaio di persone, forse duecento. Costoro sono già tutti editori o collaboratori di varie fanzines: questo fenomeno di frazionamento è dovuto al fatto che ogni fan è convinto di conoscere la SF meglio di chiunque altro, e non è per niente disposto a avallare le interpretazioni altrui. Da qui la decisione di pubblicare in proprio la rivista che si desidererebbe leggere, e che nessun altro ovviamente potrebbe fare. Perché in realtà non è ai 10.000 lettori potenziali che essi si rivolgono, e nemmeno agli altri esponenti del fandom, ma a se stessi, in un desolante vaniloquio»1. Non voglio fare il "cicero pro domo mea", ma credo che "Future Shock" abbia, rispetto alle altre fanzine, qualcosa di diverso, che possa far guardare con una certa indulgenza alle sue inevitabili pecche. Forse, un rapido flash sulla sua linea editoriale potrebbe fugare qualche dubbio.

Un moncherino che non spiega un bel niente

future_shock_n1Questa, con "Future Shock" (anno di fondazione: maggio 1986), è la mia seconda esperienza nel campo delle riviste amatoriali o, come si dice in gergo, delle fanzines. La prima fu con "THX 1138" (anno di fondazione: novembre 1984), che si prefiggeva di richiamare l'attenzione dei lettori sulla svolta data alla nostra società dalla diffusione del computer e, più in generale, sull'ambivalenza della scienza. Il titolo era tratto dall'omonimo romanzo di Ben Bova, che era, a sua volta, la "novelization" del film di G.Lucas, L'uomo che fuggì dal futuro. Anche il titolo della seconda "fanzine" non è parto della mia fantasia, ma è ricavato dal celebre saggio del sociologo americano A.Toffler. Sulle pagine di "Future Shock", ho condotto (e conduco) una serrata critica contro coloro che vorrebbero omologare la "science fiction" alla narrativa fantastica, arrivando perfino ad amputare il termine "science" e pretendendo, col moncherino "fiction", di spiegare tutta una tradizione che va dai scientific romances di Wells alla scientifiction di Gernsback. Rispetto a "THX 1138", il legame tra scienza e fantascienza è diventato, con "Future Shock", più intimo e articolato.
Ecco, in sintesi, la linea editoriale che ho perseguito fin dall'inizio: a) le radici della "science fiction" non vanno cercate nell'utopia, nel mito o nel romanzo gotico, bensì nella rivoluzione scientifica galileiana; b) pur dibattendo i problemi che la scienza suscita in seno alla società, la fantascienza non è divulgazione scientifica: l'influsso della scienza sulla fantascienza riguarda non tanto la sostanza quanto la forma; c) se da un lato la fantascienza rispecchia la crisi culturale del mondo moderno, tuttavia essa non è letteratura della trasgressione, della dissacrazione e del nichilismo. La funzione più genuina della "science fiction" è di ricucire lo strappo fra le due culture, quella umanistica e quella scientifica, di tendere cioè più a costruire che a demolire, più ad umanizzare che a svilire, più ad integrare che a dividere; d) la soluzione alla crisi culturale provocata dallo shock da futuro innescato dalla scienza risiede in un umanesimo in sintonia con lo spirito scientifico (umanesimo scientifico)2: la fantascienza è in grado di favorire tale umanesimo.

Un bisturi che rischia di far male

Con "Future Shock", ho cercato di coinvolgere anche l'ambiente universitario nelle attività del fandom. A causa di codici interpretativi in gran parte diversi, si è creata - tra critici "togati" e appassionati di fantascienza - una frattura difficile da sanare. Ma del buono esiste in entrambi i campi. Come non necessariamente i postulati della teoria letteraria del mainstream portano a stravolgere lo specifico della science fiction, così la passione che anima il fan funge da barriera protettiva di quegli elementi extraletterari che rischiano di volatilizzarsi sotto il bisturi del critico accademico. Occorre, dunque, una mediazione tra i due mondi, che ho cercato di perseguire avvalendomi della collaborazione di docenti universitari di indiscusso valore nel settore della critica letteraria: Bruno Brunetti, Massimo Del Pizzo, Carlo Pagetti, Nicola Pantaleo, ecc.
Ma, nonostante tutti questi tentativi, devo amaramente constatare che, dopo vent'anni di esistenza in vita, "Future Shock" non riesce a decollare. Attualmente, a causa dell'esiguo numero di sostenitori, versa in una grave crisi finanziaria e rischia di chiudere. Eppure, la mia fanzine sembrava essere nata sotto una buona stella. Tutto era incominciato quando, agli inizi degli anni Ottanta del secolo appena trascorso, fui invitato dalla professoressa Rita D'Amelio, titolare della cattedra di Storia della Letteratura giovanile all'Università di Bari, a collaborare nel campo della fantascienza, tenendo seminari, partecipando alla commissione d'esame, pubblicando dispense sulla fantascienza. Ricercatore presso la cattedra c'era il poeta barese Daniele Giancane - divenuto, dopo il pensionamento della D'Amelio, il titolare - il quale aveva fondato e dirigeva il quadrimestrale di letteratura e poesia "La Vallisa". Trascinato dal suo entusiasmo e dal suo esempio, anch'io volli fondare una pubblicazione di fantascienza che, a differenza delle consorelle, non fosse fatta con il ciclostile (a Bari, allora, esisteva solo qualche fotocopiatrice: di personal computer e stampante laser neanche l'ombra), ma uscisse stampata in tipografia.

Incidente di percorso uno e... due

future_shock_n12Tutto sembrava procedere per il verso giusto, anche se la cerchia dei lettori fosse piuttosto anemica. Le collaborazioni prestigiose non mi mancavano. Sui primi tre numeri spiccavano, tra i saggisti, le firme di Massimo Del Pizzo con un saggio su Max Milner, Il mondo come immagine, uno su Ursula Le Guin, Fantastico, fantasy e fantascienza nella riflessione critica di Ursula Le Guin e un altro sulla fantascienza italiana, Sulle tracce di una fantascienza italiana; di Bruno Brunetti con il saggio Rileggendo "Futuro"; di Fabio Calabrese con Qualche riflessione a proposito di una critica ancora ignorata della fantascienza; di Gian Filippo Pizzo con Tempo libero e società del futuro3. Nella sezione narrativa, erano presenti Gustavo Gasparani con Ritorno e Luciano Nardelli con Cronofobia e Sub baby sitter4.
Perché mi sono soffermato sui primi tre numeri? Perché si verifica, dopo la loro uscita, il primo incidente di percorso per "Future Shock". Sia Giancane che io non eravamo molto esperti delle leggi che regolano la pubblicazione dei giornali e delle riviste. Pensavamo, in tutta buona fede, che fosse lecito pubblicare "Future Shock" come supplemento del quadrimestrale "La Vallisa". Ma c'era un errore: potevamo, sì, pubblicare un supplemento, ma non con un'intestazione autonoma, come stava ad indicare sia il titolo "Future Shock", sia la mia qualifica di "direttore". In pratica, senza volerlo, avevamo evaso la legge sulla carta stampata.
È inutile aggiungere che dell'irregolarità se ne accorse il Presidente dell'Ordine dei Giornalisti di Bari, che segnalò il caso al Tribunale di Bari. Il mondo sembrò cascarmi addosso! Subito mi rivolsi ad un legale per evitare una pesante sanzione. Fortunatamente, il Presidente del Tribunale si rese conto che avevo commesso l'infrazione non per malizia, ma per ingenuità, e fu indulgente, a condizione però che registrassi "Future Shock" come pubblicazione autonoma e mi cercassi un direttore responsabile, non essendo io né un giornalista, né un pubblicista.

Il ritorno ai vecchi amori

Purtroppo, i guai non erano finiti per "Future Shock". Un altro incidente di percorso fu quando la professoressa D'Amelio andò in pensione e il suo successore non ne volle più sapere di fantascienza. Premetto, per maggior chiarezza, che dai miei seminari e dalle mie dispense universitari ricavavo una modesta somma, che io impiegavo interamente per pagare le spese di stampa tipografica e quelle postali. Cessata la collaborazione, cessò anche la fonte di reddito. Inutile cercare un editore disposto a sobbarcarsi l'onere di stampare la mia fanzine, in quanto è risaputo che, in Italia, il numero dei potenziali lettori di fantascienza non supera le 10.000, il che «per ovvie ragioni di mercato sconsiglia gli editori dal prendere in considerazione una fascia così esigua di pubblico, oltretutto a volte fanatico e ipercritico»5. Mi trovavo nell'alternativa o di chiudere "Future Shock" o di mantenerla in vita con il sistema adottato dalle altre fanzine, cioè le fotocopie. Scelsi la seconda soluzione che, grazie al personal computer, alla stampante e allo scanner, mi permette di mantenere "Future Shock" al livello dignitoso che credo abbia tuttora.

Note

1 Silvano Barbesti-Piero Fiorili, Le riviste di fantascienza in Italia, in AA.VV., Nei labirinti della fantascienza, Feltrinelli, Milano 1979, p.234.

2 L'idea trae ispirazione dal pensiero dello scienziato-filosofo Enrico Cantore S.J., ampiamente esposto nel suo saggio L'uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza, (Ed. Dehoniane, Bologna, 1988).

3 I saggi di Del Pizzo sono apparsi rispettivamente sul n.1 (maggio 1986), sul n.2 (aprile 1987) e sul n.3 (di-cembre 1987) di "Future Shock", quelli di Brunetti e di Calabrese sul n.1 e quello di Pizzo sul n.2.

4 Il racconto di Gasparini è apparso sul n.2 (aprile 1987), quello di Nardelli sul n.3 (dicembre 1987) di "Futu-re Shock".

5 Silvano Barbesti-Piero Fiorili, op. cit., p.234.

(fine)

 
scrivi/leggi commenti segnala segnala questo articolo stampa
[Articoli correlati]
link esterni [Risorse Web]
Future Shock
Questo articolo stato letto da visitatori
 


Doc Moebius

Menù principale


(C) 2005 - URANIAsat - Testi e immagini sono di proprietà dei rispettivi Autori & Editori.