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Urania
festeggia il 55°compleanno
a cura di Giuseppe Lippi
ottobre


"dal 1952
la macchina del tempo
non si è mai fermata"

Le sabbie di Marte
Arthur C. Clarke
I Romanzi di Urania
10 ottobre 1952


Giuseppe Lippi

 

Buon compleanno, Urania!

1. Compagni di viaggio

Da quanti anni “Urania”, che questo mese ne compie cinquantacinque, è la vostra compagna di viaggio? (Non solo in treno, beninteso, ma in orbita: orbitiamo tutti intorno al sole alla velocità di 30 km/sec.)
Se parlassimo russo, dovremmo riformulare la nostra domanda così: da quanti anni “Urania” è il vostro Спутник (=Sputnik)? Non possiamo non ricordare che il 4 ottobre cade un altro fondamentale anniversario, il mezzo secolo dal lancio del primo satellite artificiale. Un vecchio romanzo della nostra collezione, A. I era spaziale, voleva essere la cronaca immaginaria dello sbocciare di quell’età favolosa e foriera di avventure: se oggi siamo tutti un po’ più vecchi, ma anche più saggi e celestiali, è anche perché abbiamo alle spalle cinquant’anni di esplorazioni e contatti nel cosmo. Impensabile, la nostra vita, senza lo Sputnik e senza “Urania”. Sarebbe come dire che messer Ludovico avrebbe potuto vivere senza Orlando e senza l’ippogrifo.
Ma c’è dell’altro, perché da quando “Urania” è apparsa nelle edicole (10 ottobre 1952) e lo Sputnik I ha preso il volo dal cosmodromo di Baikonur (4 ottobre 1957), la storia umana è radicalmente cambiata, non solo l’immaginazione. Senza “Urania” non avremmo avuto parole come “fantascienza”, “aeronave” (poi, fortunatamente, “astronave”), “extraterrestri” e “iperluce”; ma senza Sputnik non avremmo avuto i satelliti metereologici, geostazionari e per comunicazioni. Non avremmo avuto la parabola, il telefono cellulare e la mondovisione. Non avremmo dato la scalata alla luna e staremmo ancora qui a filare sulla conocchia.

Rielaborazione da 2001 - a cura di Giuseppe Lippi
Rielaborazione da 2001 - a cura di Giuseppe Lippi

Credo proprio che “Urania” avesse presentito tutto questo. Era uscita, cinque anni prima del vagito dello Sputnik (bip–bip), ad annunciare l’Era spaziale, a far capire che gl’ingegneri avevano finalmente partorito il futuro e che l’avvenire era nato con tutti i crismi. La bomba atomica, all’idrogeno, di neutroni? Erano il ticket da pagare per l’ingresso nel mondo dell’energia illimitata, delle “spazionavi” e delle colonie umane in cielo. Del resto, guai a prendere troppo letteralmente quella lamentosa setta di profeti che sono gli ambientalisti di professione: è vero che l’umanità del XX secolo si è incamminata sulla strada dell’autodistruzione, ma è anche vero che persino questa è una conseguenza dell’ambiente, perché è la terra che ci ha generati ed è la natura che si esprime attraverso di noi anche quando fabbrichiamo bombe H. Può sembrare un ragionamento capzioso, ma è l’esatto contrario. Rifletteteci. Se ci schierassimo contro il progresso tecnologico ci schiereremmo, almeno in parte, contro il progresso scientifico e filosofico. Se rifiutassimo di proseguire sulla strada del lavoro umano, dell’homo faber, rinnegheremmo cinquanta secoli di sforzi della nostra specie, perché la corsa verso lo spazio e verso comunicazioni sempre più veloci è cominciata a Ur dei caldei, a Ninive e Babilonia cinquemila anni fa.
Non parlerei di tutto questo se non fossi convinto che “Urania” – oltre ad essere un’importante collezione di sogni e avventure – sia anche l’erede del pensiero utopico, di una mentalità “laterale”che s’interessa alle possibilità dell’uomo e non certo alla loro negazione. Personalmente ritengo, e forse gran parte dei lettori con me, che l’energia nucleare pacifica ci serva, che le centrali vadano costruite, che i treni veloci siano indispensabili. Sono a favore dell’esplorazione dello spazio, del ri–sbarco sulla luna, delle colonie umane intorno alla terra e sui pianeti raggiungibili. Ritengo che i computer siano strumenti preziosi e che la vita tecnologica non sia altro che una nuova forma di esistenza affacciatasi sul nostro mondo per trasformarlo. Una forma di vita irregimentata e inorganica, dirà qualcuno; ma rifletta: le forme di vita organiche non sono ugualmente precarie e controllate dal destino? Se vogliamo cambiare questa sorte, dobbiamo correre l’alea. Dopotutto, alcuni segni di speranza ci sono: l’uomo delle caverne viveva in media trentacinque anni, oggi abbiamo più che raddoppiato questo termine.
Piuttosto, il fattore fondamentale sarà il mantenimento della pace, la volontà di tenersi entro i limiti della coesistenza, per difficile che possa sembrare. Fatto salvo questo discrimine, scienza, filosofia e tecnologia sono benvenute nel tentativo di modificare e comprendere sempre più a fondo il senso della nostra avventura su questo strano mondo. Se la civiltà che conosciamo non crollerà prematuramente, per mancanza di risorse naturali e umane, quella che verrà sarà un’epoca di imprese straordinarie, di prolungamento della vita e traguardi che oggi stentiamo a immaginare, ma che la fantascienza ci ha prospettato da tempo, fino alle soglie di una virtuale immortalità.
Perché il castello che abbiamo costruito con tanta fatica in cinquanta secoli non ci rovini addosso, sono necessari pace e comprensione. In primo luogo la comprensione – del resto già raggiunta – della limitatezza delle nostre risorse naturali. La scienza potrà aiutarci a far fronte a questi immani problemi, ma le soluzioni che troverà non potranno essere scartate a priori o demonizzate con una risata di scherno. Lobby, potentati e interessi particolari dovranno farsi da parte in nome dell’interesse generale della popolazione. Questo discorso vale sia per i tradizionali cartelli capitalistici che per le nuove superpotenze economiche, le logge corporative e i partiti oltranzisti.
La tecnologia dovrà essere usata creativamente e con cautela dagli amministratori, ma non demonizzata per se. Sappiamo che potrebbe condurre a disastri spaventosi, come è già accaduto nel secolo degli esperimenti faustiani che si è appena concluso, ma dobbiamo impedire che accada di nuovo senza precluderci la possibilità di un uso consapevole degli strumenti. Non ho una fiducia illimitata nel progresso e non dico che quello tecnologico sia necessariamente il migliore (per la mia indole un supersviluppo delle tecniche spirituali buddiste/indù o una rifondazione della polis filosofica greca sarebbero andate meglio), ma è la strada che abbiamo intrapreso e che dobiamo governare per impedire che muoiano milioni di persone.
Impedire che la gente muoia in massa, in tutti i continenti: è questa l’attesa di un futuro che si rispetti. Il progresso della medicina, la lotta contro la fame, la lotta agli armamenti e all’ignoranza saranno fattori fondamentali. La lotta contro gl’interessi di parte e contro l’oscurantismo subdolo o dichiarato saranno altrettanto determinanti. Viviamo in un momento, all’inizio del XXI secolo, in cui ogni genere d’irrazionalismo e oltranzismo rialza fieramente la testa dalla polvere: si dice di temere il materialismo dell’occidente, il capitalismo o la tecnologia ma a questi “mostri” si contrappongono nient’altro che fanatismo, ignoranza e superstizione religiosa. Non è così che si conquista il futuro, a meno che non si desideri un futuro feudale, un ritorno al medioevo come quello immaginato da Jack Vance nel memorabile Ultimo castello.
Dire di no alla superstizione e all’irragionevolezza in ogni sua forma è il punto di partenza per modificare e ammorbidire il duro mondo in cui viviamo. Dire di no all’intolleranza ammettendo che la terra stessa è un pianeta a tolleranza limitata, che non può essere messa a ferro e fuoco se non vogliamo esserne un giorno ripudiati.

2. Anticipazioni: parte seconda

Tutto questo ci ha portati molto lontani dallo scopo iniziale, che era quello di festeggiare il 55° anniversario di “Urania” e il 50° di Sputnik I. Abbiamo sconfinato nell’editoriale e, per una volta, l’abbiamo fatto con piacere, ma è ora di tornare à nos moutons. Il cinquantacinquesimo anno di “Urania” si è svolto, ci sembra,sotto i migliori auspici. La divisione edicola, cui facciamo capo insieme a collane prospere e gloriose come “Il giallo Mondadori”, “Segretissimo” e “I romanzi”, ha un nuovo editor molto capace e desideroso di fare, Sergio “Alan D.” Altieri; un editor che crede nella narrativa italiana per l’ottima ragione che è un affermato romanziere anche lui, che conosce il mondo del thriller e del fantastico. Del resto, il lavoro che svolgiamo a “Urania”, ai Gialli eccetera viene seguito con interesse dagli Oscar Mondadori diretti da Luigi Sponzilli – cioè la superdivisione cui appartiene l’edicola – e dalla Mondadori Libri, il macroscopico girone cui facciamo tutti capo. La casa editrice vede con rinnovata attenzione i fermenti vitalistici che scuotono la fantascienza, il mystery, lo spionaggio e la letteratura romantica. Perché, in fondo, quello che oggi tutti pubblicano e vogliono pubblicare è il romanzesco, questo ibrido dalle cento teste figlio sicuramente del feuilleton e dell’umile pulp, ma tornato alla ribalta anche a livello di narrativa generale. Quindi, se “Il giallo Mondadori” fa il filo ai nuovi autori noir e se “Urania” scopre gli eredi del cyberpunk (esistono e sono i connettivisti, ma di questo leggerete meglio sul numero di novembre dedicato al Premio annuale), tutta la Città dei Generi gioisce, l’intero soufflé del Romanzesco si gonfia di piacere. Evviva!
Per il 2008 di “Urania” proseguiremo sulla strada che ben conoscete con alcune rivelazioni e qualche scoperta in più. Il sottoscritto vi raccomanda fin d’ora l’esordio della nuova saga di fantascienza spaziale Terminal War che sarà l’evento avventuroso dell’anno; avremo l’esordio di un autore inglese importante come Alastair Reynolds (Pushing Ice è il titolo originale, un grande affresco che comincia tra le lune di Saturno). Il nuovo romanzo di Michael John Harrison verrà tradotto da Vittorio Curtoni e s’intitolerà Nova Swing (ripresa di temi e luoghi dell’affascinante Luce dell’universo); il ciclo di Lord Darcy, un celebre classico di Randall Garrett, tornerà completo delle storie ancora inedite in Italia. Tornerà anche Robert J. Sawyer, autore di cui ci siamo assicurati tutto il ciclo degli universi paralleli (Hominids eccetera); e arriverà Joe Haldeman con il premio Nebula Camouflage. Nel campo del fantastico puro, vi segnalo che è in traduzione un nuovo romanzo dell’impareggiabile Kim Newman intitolato Dracula cha cha cha (titolo che dovrà essere adattato): un affresco di prim’ordine sull’Italia degli anni Sessanta e… i vampiri che la infestavano.
Vi basta così, per il momento?

3. La storia di Urania - L'era di Monicelli

La storia di Urania - l'era di Giorgio Monicelli - Luigi CozziMa questo anniversario non sarebbe completo se non parlassimo del libro che ha fatto suonare, per così dire, la sveglia del compleanno. Alludiamo al primo volume della Storia di Urania e della fantascienza in Italia di Luigi Cozzi, pubblicato da Profondo Rosso: L’era di Giorgio Monicelli 1952–1961. E’ un’opera basata sulle personali reminiscenze dell’autore, che di “Urania” è stato anche collaboratore, e su una serie di interviste a personaggi legati all’ambiente della casa editrice (o a testimoni che li avevano conosciuti nei tempi pionieristici). Tutto questo materiale è accompagnato da numerose foto, illustrazioni e commenti – fra cui un editoriale della scomparsa Roberta Rambelli – ed è offerto come primo tomo di una storia in fieri della sf nostrana.
Il libro, che parte da ottime intenzioni, organizza le notizie in maniera forse un po’ troppo aneddotica, sfiorando qualche volta la leggenda metropolitana; e il lettore più esigente non è facilitato nel rintracciare le fonti delle varie affermazioni. D’altro canto le interviste, che sono la cosa più interessante, risalgono agli anni Ottanta o anche prima. Ci chiediamo: perché lasciar passare un così lungo lasso di tempo prima di pubblicarle? E perché non approfittare di questo quarto di secolo per mettere a frutto nuovi strumenti di analisi, tentando di capire veramente cosa abbia rappresentato l’avventura di “Urania” nel panorama dell’editoria italiana dagli anni Cinquanta?
Ma nonostante tutto il libro di Cozzi si muove nella direzione giusta e colma una lacuna importante; è un primo passo verso una corretta storiografia e dai prossimi volumi ci si attendono gli strumenti che permettano di valutare il percorso di “Urania” nel tempo, nell’evolversi del genere e dei gusti: in altre parole, nel suo peso commerciale e culturale lungo undici lustri. Lasciato da parte il taglio fin troppo monicelliano di questo volume primo (in un senso che avrebbe fatto arrossire lo stesso Monicelli: la Storia di Urania adotta un punto di vista estremamente partigiano a favore della collana qual era negli anni Cinquanta), Cozzi potrà affrontare una storia più ampia dell’editoria di fantascienza, con un esame ravvicinato delle leggendarie collezioni che hanno incarnato, per usare una formula a effetto, “le rivali di Urania”. Aspettiamo con interesse le puntate successive e confermiamo di aver letto con attenzione questo primo tomo dedicato a un personaggio fuor dell’ordinario come Giorgio Monicelli e agli albori di una musa – di una dea – che tutti veneriamo.

Giuseppe Lippi (ottobre 2007)

(fine)

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