Romanzi    


Infect@
Dario Tonani


Infect@ - Dario Tonani - Urania n. 1521, aprile 2007

Urania
n. 1521
aprile - 2007
Mondadori

Dario Tonani

 

Infect@


Non giudicare un cartone animato prima di aver percorso almeno un miglio con i suoi mocassini… o con le sue zampe… o i suoi piedi palmati…

 

Crash B, Radio Smack, FM 104.600

Milano, 26 ottobre 2025

 

Prologo

 

Gooooodmorniiiing caaartoooooooooons. Sono le 7.30 spaccate, calpestate e maaaasticate di un pioooovosissimo mercoledì senza…

 

   Cletus allungò la mano ad abbassare il volume della radiosveglia. Urtò il bicchiere e ne sparse il contenuto sul vecchio monitor di computer che, capovolto, gli faceva da minuscolo comodino. Si sollevò dal cuscino e fissò ansimando i led rossi della sveglia. Le 7:3 8. Crash B. aveva ragione, erano le sette e… ora-di-alzarsi. Il led più a destra non era un led, lo sembrava soltanto. In realtà era un piccolissimo cartone, un pesce finto nell'acquario, un dente che faceva male. Era il simbolo di infinito (un attimo prima), una faccina sorridente (dopo), il dito medio alzato (adesso). Fuori era ancora buio, l'insegna al neon del bar sull'angolo sfrigolava tra le stecche della tapparella rotta. Sul muro di fronte una griglia di linee rosse che non assomigliava a niente.

   Devo fare l'appello, dannati fancazzisti?

Cletus sorrise e scosse la testa. L 'incidente col bicchiere gli aveva impedito di raggiungere la manopola del volume. Ma in fin dei conti lo aveva svegliato del tutto, e non c'era più ragione di abbassare la radio. Non era né in anticipo né in ritardo. Una volta ancora si chiese da dove trasmettesse Crash B. e chi fosse in realtà l'unico deejay della sola radio al mondo che trasmettesse 24 ore su 24 soltanto musica da cartone animato. “Radio Smack, cartoni sono il vostro pentagramma tracciato su un rotolo di carta igiiiienica. 24 ore seduti a toglierci un peso dallo stomaco”.

  Il quadrante della radiosveglia segnava le 7:3 > . Cletus si alzò (dormiva nudo) e andò a sbirciare tra le stecche della tapparella. Dovette strizzare gli occhi perché l'insegna di fronte sanguinava luce scarlatta da ogni lettera. C'erano un paio di cartoon che bighellonavano sul marciapiede, un Silvestro con il pelo zuppo di pioggia e un Dick Dastarly stretto in un impermeabile caramello.

Ritraendosi dalla finestra, Cletus frugò con lo sguardo nella penombra in cerca di qualcosa di nutriente da mettersi. Tutte le T-shirt a rilascio di polisaccaridi e di vitamine erano pressoché scariche o talmente sudate da scoraggiarne l'uso. Non possedeva armadi, il suo guardaroba era a vista, buttato alla rinfusa qua e là, tra un pezzo di computer e l'altro. Optò per una doccia ispiratrice. Poi magari un bicchiere di latte in polvere, il formaggio della sera prima…

  Cristo, da quanto tempo era che non usciva di casa? A prendersi una cazzo di dose? Probabilmente il frigo era vuoto. Se tutto andava bene, aprendo lo sportello avrebbe visto accendersi una debole lucina color burro… Altrimenti voleva dire che gli avevano tagliato di nuovo la corrente. D 'un tratto ricominciò a sentire lo spasmo allo stomaco. Bell'affare illudersi che il mattino dopo sarebbe stato tuuutto moooolto diverso. Che Crash B. avrebbe benedetto la sua rinascita nel mondo dei vivi…

  Dalla radio partirono le prime note di un pastiche .

  Doveva uscire, era asciutto da troppo tempo, rischiava di andare fuori di testa prima ancora di avere fatto un solo passo per evitarlo. Inforcò il bagno ed entrò nella doccia evitando accuratamente d'incrociare lo sguardo nello specchio. S'insaponò senza neppure aprire il rubinetto, con una scaglia secca di sapone. Sentì l'acqua che gorgogliava nei tubi; era gelata e rendeva la pulizia un esercizio di minimalismo. Uscì dalla doccia e si asciugò tra le coperte, rannicchiato come un bambino.

  Si alzò che era ancora scosso dai brividi, ma almeno il lenzuolo bagnato non gli si appiccicava alla pelle. Guardò la radiosveglia: le 7:5 ¥ . Aveva sentito da qualche parte che bruciare un cartone era un pessimo sistema di procurasi calore, per via del fumo nero e velenoso prodotto dalla loro combustione. C'era gente - tossici sballati come lui - che ci avevano rimesso le penne nel sonno.

  Il suo appartamento era stipato di pezzi di cartoon; ce n'erano dappertutto, ormai disfatti, in forma di sedimenti fibrosi, ma anche in porzioni molto grandi che andavano essiccando lentamente. Come le T-Shirt per l'assunzione cutanea, erano avanzi ormai scarichi di cui avrebbe dovuto, in un modo o nell'altro, cominciare a sbarazzarsi da tempo. Il pavimento era ricoperto di fiocchi bruni, che a seconda dello stato d'invecchiamento avevano la consistenza della fecola di patate o del tabacco masticato e davano l'impressione, quando ci camminavi sopra, di affondare su un tappeto di muschio. Cletus si chinò a raccoglierne una manciata e la versò in un pentolino d'acqua che mise a bollire sul fuoco. Si vestì in gran fretta, spense la radio e tornò nel cucinino a chiudere il fornello. Il suo tè di cartoni era pronto. Filtrandolo con un colino lo travasò in una tazza, si sedette - un vecchio giallo in edizione tascabile nella sinistra - e cominciò a sorbirlo adagio. Era scuro e schiumoso, il sapore familiarmente stomachevole.

  Qualcuno bussò alla porta. Cletus sollevò la testa e rimase in ascolto. Si alzò, uscì dal cucinino e si fermò in mezzo al modesto soggiorno. “Chi è?”.

  Dalla porta solo silenzio.

  “Se sei un cartone batti il solito codice”. Altrimenti non apro .

  Due colpi forti, tre deboli in rapida sequenza, un altro forte.

  Cletus si rilassò e andò ad aprire la mezza dozzina di chiavistelli e serrature che aveva adattato alla sua personale versione di porta blindata. In piedi sulla soglia, c'era una vecchina in vestaglia con un vassoio tra le mani. Sopra il vassoio, quelle che sembravano due michette di pane, un panetto di burro avvolto nella sua stagnola e una tazza di caffè nero.

  “Per me?”. Cletus si scostò dalla porta e invitò la vecchietta-cartone ad entrare. Era ingobbita dalla vecchiaia e con i colori slavati e coperti di macchie. La figura rimase ferma sulla soglia, da dove tese le braccia per incoraggiare il padrone di casa a prendere il vassoio. I cartoon non parlavano, avevano un modo tutto loro di comunicare. Cletus sorrise; ancora prima di afferrare il vassoio si era accorto che c'erano delle lettere che spuntavano da sotto le michette e la tazzina del caffè. Come aveva potuto non pensarci prima? Il vassoio non era un vero vassoio, era stato adattato a quella funzione, ma non avrebbe sopportato per molto il peso che lo gravava. Era una semplice tavoletta fatta di wafer. Passò il palmo aperto sulla sua superficie inferiore e con l'altra mano spostò la colazione per fare largo alla scritta.

  Lesse: “BUONCOMPLEANNO!”

  “Grazie, grazie molte. Non vuoi entrare?”.

  Il cartone scosse il capo e si ritrasse sul pianerottolo. Cletus portò la colazione sul piccolo divano a due posti e la consumò in fretta. Per prima cosa il panetto di burro, che si cacciò in bocca intero (sapeva di sabbia), e poi il resto. Il pane era posso e il caffè ormai freddo, ma entrambi conservavano intenso il sapore delle sorprese insperate. Sì, era il suo compleanno, doveva uscire a festeggiare. E procurarsi una dose. Appoggiò la tazzina per terra e si spazzolò le ginocchia con quello che era rimasto del vassoio: frammenti friabili e briciole giallastre. Si alzò, passò dal cucinino a prendere il libro, andò in camera da letto e guardò il quadrante della sveglia: le 10:1˜. Non era affatto prudente uscire in caccia prima del tramonto. Almeno se non avevi il becco di un quattrino per procurarti la roba legalmente. Presto l'effetto del tè di cartoni, associato a quello della caffeina, cominciò a farsi sentire. Le palpebre gli divennero pesanti.

Un'ombra grigia si levò al bordo dell'occhio destro. La macchia assunse varie forme, in attesa di trovare quella che le potesse calzare meglio. Si allungò e si contrasse fino a trasformarsi in un vicolo in discesa stretto tra due file di casupole diroccate. Cletus si affacciò alla finestra di una bottega. C'erano alcune sagome chine su una dozzina di tavoli da disegno. Non erano umane. Una di loro si accorse del repentino cambio di luce e alzò la testa verso la finestra. Poi , vedendo Cletus, sorrise: un ghigno sdentato, ricavato in un becco che si curvava all'insù. Il papero sollevò il foglio sul quale stava lavorando e lo girò in modo che Cletus potesse vederlo: c'era un uomo con il naso appiccicato a una finestra e le mani appoggiate sul vetro, ai bordi della testa. La faccia era quella di Cletus, gli occhi socchiusi di chi cerca di guardare da fuori l'interno di un locale male illuminato. File di bottegucce stipate di tecnigrafi e tavoli luminosi, cartoon che disegnavano uomini…

Non riusciva a tenere gli occhi aperti. Si grattò un orecchio e si girò su un fianco.

   Piove. Scroscia. Diluuuuuuvia…. Non c'è assolutamente tempo per realizzare il progetto della vostra vita. E non ci sarà, a quanto dicono i mezzibusti del meteo, neppure domani e dopodomani… Scaldatevi quindi in foooondo alle lenzuola con la vostra Jessica Rabbit …

  

***

 

  L'uomo coi capelli blu raggiunse di corsa la pensilina e guardò l'orologio, un vistoso cipollone da polso col quadrante color carota e le lancette a forma di braccia muscolose. Popeye aveva ragione: era terribilmente in anticipo. Crash B. si sarebbe insospettito di vederlo arrivare così di buon'ora.

In strada non c'era nessuno: troppo presto, troppo infame il tempo. Si guardò le scarpe. Aveva i piedi a mollo. Era fradicio di pioggia e zuppo di sudore per la corsa. Ma non smaniava di arrivare in radio, c'era tutto il tempo di prendersela comoda e dedicarsi ai suoi traffici mattutini. Infilò una mano nella tasca dell'impermeabile e ne trasse un flacone pieno zeppo di pasticche colorate. Prima o poi il trattamento avrebbe cominciato a produrre effetti più evidenti. I primi erano già comparsi, ma era roba da poco, ancora molto lontano dalla metà finale: caduta delle unghie, perenne gonfiore allo stomaco, riduzione della crescita pilifera. Esalò un lungo respiro, si sentiva un mostro: il mascara doveva essergli colato sul fondotinta. Si passò una mano sulla guancia. Quando la ritrasse vide che sui polpastrelli si era depositato un impasto grigio.

Trasalì. Odiava il grigio. Nessun cartone era… GRIGIO!

Strinse il flacone con entrambe le mani per svitarne il tappo, ma il vetro era viscido e gli sgusciò tra le dita bagnate andando a frantumarsi in mille pezzi sui cubetti di porfido. Le pasticche colorate rimbalzarono e si sparsero nelle pioggia.

L'uomo coi capelli blu imprecò e si chinò a raccoglierle tra le schegge di vetro. Prima di rimettersi in piedi ne ingollò una manciata, attento a sceglierne una per colore. Rossa, azzurra, verde, gialla, lilla, viola, arancione…

Erano le prime della giornata, tremava dal freddo e si sentiva di merda.

 

Dario Tonani

(fine)

da Infect@ - Dario Tonani - Urania n. 1521, aprile 2007 edito da Mondadori

Si ringrazia la Redazione di Urania – Mondadori

 
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