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Fondazione
Science Fiction Magazine
n. 10, Anno VII - 2007


Ripensando a
Stanley Grauman Weinbaum

Emilio Di Gristina, febbraio 2007

Il titolo scelto per questo breve articolo ha già implicita la domanda: perché tornare a parlare di Stanley Grauman Weinbaum? Dell’Autore infatti ce ne eravamo occupati nel n. 4 di Fondazione (Anno III, 2003). Ma, i lettori che ci hanno seguito converranno su questo punto, benché consapevoli delle scelte che avevamo fatto e dei molti aspetti, appena sfiorati, della narrativa “non di genere” dell’Autore, sentivamo da tempo la necessità di dovere tentare di colmare, almeno in parte, questa lacuna. Prima però di entrare nell’argomento, vorremmo proporvi qualche considerazione aggiuntiva. In generale è possibile constatare, leggendo quanto scritto su Weinbaum, che per un certo tempo è esistita una dicotomia fra l’opinione dei “lettori” e quella dei “critici”. Fatto di per sé non eccezionale e per nulla isolato. Dicotomia meno visibile, in apparenza, scorrendo le pagine dedicate ai lettori nei pulp dell’epoca, ma presente nelle vicende che riguardarono direttamente Weinbaum e le sue difficoltà presso alcuni editori, nonostante l’entusiasmo con cui erano state accolte alcune sue opere, come ad esempio “Un’Odissea Marziana” (A Martian Odissey, su Wonder Stories del 1934). Se questo entusiasmo aveva infatti coinvolto lettori, personaggi come lo stesso Charles D. Hornig e H. P. Lovecraft, è anche vero che alcune opere, piccoli gioielli, invero a nostro parere, furono rifiutati. Ne è un esempio “Cerchio uguale a Zero” (The Circe of Zero). Nonostante comunque opere successive fossero state accolte da Astounding Stories, Weinbaum volle in un certo senso rimanere fedele alla rivista che lo aveva reso noto e, come ricorda Sam Moskowitz, offrì “ai direttori quello che essi desideravano”, riferendosi ai tre racconti “Pygmalion’s Spectacles”, “The Worlds of Is” e “The Ideal”. Stando sempre a quanto riferisce Moskowitz, sembra che dalle registrazioni dell’agente Julius Schwartz, Weinbaum non ebbe alcun ricavato dalle opere fantascientifiche dal dicembre 1934 al giugno del 1935. Quello di Astounding però fu un ritrovato successo purtroppo foriero di nuove delusioni. Il successivo progetto che portò alla luce “La Fiamma Nera” (Down of Flame), fu rifiutato da molti, “considerato non sufficientemente scientifico”, nonostante Weinbaum ne avesse realizzato una seconda stesura. Apparve postumo in un volume commemorativo, insieme ad altri racconti alcuni dei quali già citati, ed in seguito sul numero del gennaio del 1939 di Startling Stories.
Wonder Stories, così come si può intuire leggendo l’editoriale del gennaio del 1934, aveva una forte concorrente e alte ambizioni, ridurre le ristampe, proporre idee e contenuti nuovi e soprattutto rompere con il “vecchio stile”. Si era stanchi di trame e melodrammi scontati, viaggi nel tempo e incontri con “orde di selvaggi o abitanti ostili che ancora devono nascere”. Se così da un lato non ci si può stupire del perché “Un’Odissea Marziana” avesse ottenuto un grande successo, è pur vero che il romanzo “La Fiamma nera” mostrava qualche punto debole e, nonostante molti aspetti fossero appetitosi per i pulp dell’epoca, mancava di quel “nuovo” cui tendeva Wonder Stories.
Senza per questo rinnegare quanto già detto nel precedente articolo, a cui per brevità si rimanda, forse il tallone d’Achille non sta tanto nella mancata caratterizzazione dei personaggi, seppur semplice ma al tempo stesso efficace in riferimento soprattutto alle figure femminili, quanto piuttosto al melange di stampo romantico che emerge complessivamente nell’opera, figlio in un certo senso di precedenti sufficientemente noti. Che poi la prematura scomparsa di Weinbaum abbia dato un ulteriore colpo al consolidarsi della sua notorietà è altro aspetto e cosa assai probabile. Anzi potremmo anche azzardare che questo fu un aspetto non indifferente, basta considerare le lettere e i vari annunci che vennero pubblicati sulle riviste al riguardo. Si legga per tutti l’editoriale apparso su Astounding Stories nel novembre del ’35. Ma al di là di tutto questo le potenzialità dell’autore erano tante e grande è stata la sua capacità di creare “ecosistemi” per molti aspetti innovativi, e forse, a ragione, risultano godere di questa capacità narrativa proprio le caratterizzazioni dei vari personaggi che popolano questi mondi, ivi compressi essi stessi, “protagonisti” fra i protagonisti. Indubbiamente a questo, unitamente ad una prosa leggera e godibile, non priva di note di umorismo, si deve il notevole impatto presso i lettori dell’epoca ed in parte dei nostri tempi. Non si tratta quindi di sottodimensionare la sua narrativa, o offuscare il ruolo che Weinbaum ha avuto nella fantascienza dell’epoca. Piuttosto il tentativo di comprendere le ragioni che spingono oggi ad una valutazione sul piano critico più ragionata e distaccata sia dall’eco dei tempi che dalle personali sovrimpressioni.
Una figura, quella di Weinbaum, che lascia trasparire dalle sue opere un desiderio profondo di raccontare e, come vedremo, di raccontarsi, che probabilmente si faceva strada durante le esperienze universitarie al corso di Ingegneria Chimica nell’Università del Wisconsin a cui si iscrisse nel 1920. Non è un caso che, prima ancora del consolidarsi del suo “background” scientifico, e delle sue esperienze da lettore su riviste come Amazing Stories abbia un anno dopo scoperto la Wisconsin Literary Magazine, unendosi successivamente al suo staff e cambiando il suo corso di studi dall’Ingegneria all’Inglese. Curioso appare a questo proposito l’aneddoto raccontato da R. Alain Everts sull’avventura che lo vide espulso dall’Università per avere sostituito un amico, per scommessa, durante un esame di una materia che non aveva neanche studiato. Di fatto Weinbaum superò brillantemente l’esame, ma fu scoperto. Il prezzo della scommessa fu invero molto alto per Weinbaum ma non se ne rammaricò troppo, “infatti sentiva che stava sprecando comunque il suo tempo, il suo genio gli permetteva di apprendere qualunque cosa volesse, con il minimo impegno”. Ma il suo indiscusso talento, a tratti geniale, oltre che regalare quelle indimenticabili pagine di fantascienza ai suoi lettori, si era espresso in opere giovanili spaziando dalla narrativa non di genere alla poesia. Spesso viene citata come prima opera del genere “romantico” The Lady Dances, pubblicata sotto lo pseudonimo di Marge Stanley, ma va ricordato anche il romanzo “The Mad Brain”, l’operetta “Omar, the Tent Maker” o ancora “Real and Imaginary” e il brano “Graph”. A questi andrebbero aggiunti quelli prodotti in collaborazione con Ralph Milne Farley, come ad esempio “Yellow Slaves” oppure, come ricorda Moskowitz, “Smothered Seas” pubblicato su Astounding Stories nel numero del gennaio 1936. Lo stesso Moskowitz sottolinea come Weinbaum avesse peraltro l’abitudine di “disseminare versi nel testo di quasi tutti i suoi romanzi”. Potremmo credergli. Ed è suggestivo supporre che quel “fascio di poesie”, rimaste non pubblicate per molti anni se non nella rivista Wisconsin Literary Magazine, abbiano contribuito a realizzare, nel marzo del 1988, per la The Strange Company, con l’introduzione di R. Alain Everts, il volumetto “Lunaria and Other Poems”. Il primo brano “Lunaria” che apparve nel numero dell’aprile 1921, fu seguita da “Semiramis” nel gennaio del 1922. Poi ancora nello stesso anno apparvero “Nothing Much”, “A Tale of the Desert”, “In Ispahan”, “A Ghazel”, “Yacinth”, “Two Sunsets” e, nel giugno del 1923, “To Kani”. Weinbaum vaga su altri lidi, in un’atmosfera sognante dai toni ora brillanti ora cupi, quasi spettrali, frammenti interiori, carichi di quel gusto e sapore esotico a cui successivamente abituerà i suoi lettori.

Lunaria

I

There flashed a momentary light
Of honey-hued mellifluence,
As though the cloud-swept purple height
The amber moon’s magnificence
Streamed for an instant, garish, bright,
On gray and gloomy battlements.

The turgid waters washed around
The shifting bow of our canoe,
A pall of graying flood did bound
Our lonely world. The south wind blew
And blew and with mournful sound,
And drove us toward that towered view.

And somber, still, the great pile lay
In shade or lunar brilliancy,
While wolfish clouds swept o’er in play,
Like creatures of insanity. –
A place to jest about by day,
By night a haunted mystery.

A universe of wave our world,
Ourselves the two inhabitants;
Our home a frail canoe that whirled
Between the waves in sprightly dance;
And still the south wind blew and hurled
Un on, our guides, the wind and Change.

About our craft shades came to creep,
As cloud and moon-born spirits roam
The dust-gray lake. It seemed so deep
Beneath our fragile canvas home, -
The very waters seemed to weep
Great tears of spray-wild sighs of foam.

Low o’er our heads we saw them soar,
Great, gaunt, gray clouds made mad with fear,
When suddenly the moon once more
Struck down between them, argent clear,
And there ahead we saw the shore,
For we had drifted very near.

And masked and silent lay the pile,
Save where a pale and feeble streak
From one high window gleamed the while
Some moon-bound soul was struggling, weak
With pain as sharp as chamomile,
And once we heard a ghastly shriek.

A sinister and somber scene
Of sullen stone and writhing tree;
And fearful forms and epicene
Crept through the shadows silently;
‘Mid horrid thoughts of things venene,
We drifted toward insanity.

II

Our Mistress Moon is gay tonight-
She peeps at us through rings of cloud;
She calls us, carefree, dazzling, bright,
She makes her subjects shriek aloud,
And now and then she shields her light
With graying mists, as with a shroud.

She calls us like some gay coquette
Who holds a plumed fan in her hand,
Whose hair is midnight-hued as jet,
Whose face is smiling, fair, and bland-
About to turn a pirouette,
Or tread a stately saraband.

She spreads her gray-plumed fan before
Her silver, bright, alluring face,
And half-concealing, shows the more
Her piquantly inviting grace,
That men may gather to implore
A dreamy waltz, a grave cinque-pace.

Ah, she is strong, our Mistress Moon,
And sweet and cruel as elemi;
She comes to us a gay triune
And multiplies herself by three-
In window, sky, and black lagoon,
She glows, a haunting trinity.

She wavers in the quivering lake,
And moves in a voluptuous dance;
Her selves in sky and window shake
Their heads, and stare at her, askance
That their third self should merry make
With passing waves in dalliance.

Ye whom the moon hath never called
Know not the reason why we weep,
Nor why we face the dusk appalled,
And fear the shadow-shapes that creep,
For ye who are not moon-enthralled,
When the hot night has come, can sleep.

Ye know not what it is to beat
At airy bonds that bind you tight
In tenuous threads. The fever heat,
Ye know it not-The futile fright-
O God! Our days may not be sweet;
At least they shall not be as night.

Ye do not hear the night-things groan
In dreadful impotent despair,
Ye do not hear the mournful tune
Of pale and ghoulish shapes of air,
Nor do ye fall into a swoon
At phantasms that are not there.

O gaunt, gray cloud-O pallid ghost-
O ghastly glaring eves of pain-
O dreadful dreams in horrid host-
Why do ye slay our souls in vain,
That we must live already lost,
And doubly-dead, must die again?

III

Fleeing from all these shapes of fright,
We left that haunted shore behind,
And lo! The night was empty night,
The wind was only wind that whined;
The moon was but the satellite,
That downward to the west inclined.

And dawn was near. A silver beam
Of light suffused a heavenly bay
Of cloudy isles. A great trireme
With hulk of darkness, sails of gray,
Moved silently athwart the stream,
And seemed the bearer of the day.

Stanley Grauman Weinbaum, aprile 1920

Per la bibliografia completa delle opere di Stanley G. Weinbaum, pubblicate in Italia, si rimanda al Catalogo Generale della Fantascienza, Fantasy e Horror, a cura di Ernesto VEGETTI, Pino COTTOGNI ed Ermes BERTONI http://www.fantascienza.com/catalogo/

 

 
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