“Se ci fosse una montagna alta mille chilometri e ogni mille anni un
uccello volasse sulla sua sommità sfiorandola con le ali, dopo un inconcepibile
numero di eoni la montagna sarebbe tutta consumata; ma in confronto
all’eternità, quell’immenso periodo non sarebbe neanche un attimo.”
da The Circe of Zero, Thrilling Wonder Stories, 1936
Ho accettato
molto volentieri l’invito di Enrico Di Stefano di scrivere per Fondazione
e colgo l’occasione per parlarvi di un autore a me caro, da poco tempo
riscoperto dal mondo dell’editoria grazie alla pubblicazione di una
recente antologia. Sto riferendomi a Stanley Grauman Weinbaum.
Ad Asimov sembra che nel luglio del ’34 sia sfuggita la copia di Wonder
Stories e lesse Weinbaum solo qualche anno più tardi su Astounding
Stories, nel racconto Flight on Titan del gennaio del ’35; dice
infatti: “…ma Il pianeta dei parassiti, nel numero successivo, mi
colpì con la forza di un maglio e mi trasformò immediatamente in un
adoratore di Weinbaum.” Confesso che tale effetto, nonostante la
fantascienza sia oggi estremamente mutata, mi trascina ancora a rileggere
periodicamente le sue storie. Per la verità anche quelle di altri autori,
ed è un vezzo che di questi tempi non accompagna spesso i lettori. Ma
chi abbia avuto modo di passare in rassegna le svariate biografie dell’autore
non può fare a meno di notare come la storia di Weinbaum appaia condensata,
relativamente alla prima apparizione delle sue opere, in pochi anni.
Breve fu infatti la sua carriera e breve la sua vita. Sul primo numero
speciale di Robot, nell’introduzione a Cerchio Uguale a Zero, si legge:
“La fantascienza, come ogni altra forma di narrativa, ha la sua dose
di tragedia; e forse la tragedia più impressionante fu quella di Stanley
G. Weinbaum…”. Nato nel ’900 a Louisville, nel Kentucky si spense
infatti pochi anni dopo, il 14 dicembre del ’35, per un cancro alla
gola. Ma nonostante la brevità della sua apparizione nel mondo della
sf, quasi una cometa come spesso si legge, l’impatto delle sue storie
nei lettori fu eccellente, tanto da ritrovare, quasi come costante per
alcuni anni, un immancabile articolo o notazione di un fan nei forum
delle riviste pulp di quei tempi. Nell’aprile del 1936 Astounding
pubblicò una lettera di “Doc” E. E. Smith, che ancora non sapeva
della sua morte: “Desidero ringraziarla per quel qualcosa di indefinibile
che lei ha portato nella fantascienza; un qualcosa che finora non c’era
mai stato e di cui si sentiva un grande bisogno”. E ancora - forse
il migliore tributo a tutt’oggi - H. P. Lovecraft: “ho notato
con piacere…che c’è un autore in grado di pensare ad un pianeta in termini
diversi da monarchi antropomorfi e belle principesse e battaglie di
astronavi… e attacchi da parte di subumani pelosi. Lui sa immaginare
situazioni, psicologie ed entità totalmente aliene, escogitare eventi
coerenti prodotti da motivi del tutto alieni… Credo che i racconti di
Weinbaum ambientati su Marte siano i migliori che abbia letto.”
Basterebbe questo per comprendere gli aspetti innovativi introdotti
nella sf da W. ; fino ad allora infatti, con alle spalle un fardello
di tutto rispetto che va da E. A. Poe a E. R. Burroughs
– per restringere il campo - le visioni aliene erano estremamente compresse
all’interno di uno schema pressoché monotono, persecutorio e alla lunga
privo ormai di immaginazione. Questa non mancò certo al nostro scrittore
che scostandosi da questa visione, peraltro antropomorfa, tentò la descrizione
del “diverso”, dell’ “alieno” sottolineando volutamente la possibilità
di una pacifica relazione ma connotata da una grande difficoltà di comunicazione.
Leggiamo dunque Weinbaum: “… Ma non riuscivo ad afferrare il senso
dei suoi discorsi: mi sfuggiva qualcosa di molto sottile, oppure semplicemente
non pensavamo allo stesso modo…”. In Odissea Marziana infatti, che
consacrò definitivamente W. fra i grandi scrittori di sf – qualcuno
tutt’oggi dissente – l’elemento innovatore non è tanto la descrizione
di Tweel o di Marte, o la plausibilità delle situazioni e luoghi, quanto
piuttosto la difficoltà di Jarvis a rintracciare un elemento antropomorfo
nelle categorie, seppure possibili, dell’alieno. La sua incapacità a
tradurre codici linguistici sconosciuti, contrariamente a quanto invece
riesce a fare Tweel, e la capacità di elaborare una comunicazione con
pochi elementi, rivelano il tentativo di W. di porre nuove basi per
la sf. Charles D. Horning, giovane “editor” di Gernsback,
così annunciava sul numero del luglio del ’34 di Wonder Stories: “Questo
autore ha scritto una storia di fantascienza tanto nuova e fresca da
spiccare nettamente ad di sopra di tutti i racconti di questo genere”.
In effetti quando uscì, A Martian Odissey ebbe grande successo ma W.
ne aveva già elaborato una differente stesura - A Valley of Dreams –
che Horning pensò di pubblicare, dopo avervi fatto apportare dovuti
rimaneggiamenti, sul numero di Novembre del ’34 di Wonder Stories; sottolinea
a questo proposito Sam Moskowitz, in una introduzione ad una
Antologia di W: “…se i lettori sospettarono di essere stati intrattenuti
due volte con la stessa storia, non è possibile indovinarlo dalle loro
lettere.” Questo comunque non fu da freno alla notorietà di W. se
non forse allo stesso Horning che, rifiutando Flight on Titan, contribuì
a spingere su Astounding gran parte dei racconti successivi. Ma c’è
anche un altro elemento che favorì il consenso di pubblico e che merita
di essere accennato – mi riferisco allo stile narrativo di Weinbaum
che lo stesso Asimov apprezzò pubblicamente: “…il suo stile sciolto
e la sua descrizione realistica di scene e di forme di vita extraterrestri
erano i migliori che si fossero visti fino a quel momento…”; un
testo infatti che appare scorrevole, fresco, peraltro condotto con maestria
e tecnica. Forse meno piacevole può apparire, da questo punto di vista,
la lettura dei postumi The Black Flame e soprattutto il precedente
Down of Flame. Val la pena di notare anche che W. ebbe una certa
influenza su molti scrittori di sf; leggiamo a titolo di esempio quanto
scrive Riccardo Valla nella presentazione a Notte di Luce di Philip
J. Farmer: “Seguendo una classica trafila dei lettori di fantascienza,
Farmer cominciò presto a scrivere racconti. Prima del 1940 iniziò storie
di giungle e di pirati, avventure di eroi fantastici alla maniera di
Tartan, e anche racconti di fantascienza nella vena di uno scrittore
degli anni ’30 che godeva di molto favore, Stanley G. Weinbaum. … Entrambe
le vene, quella dell’avventura esotica e quella dell’alieno pittoresco,
compariranno nella produzione di Farmer degli anni ’50, quando egli
comincerà a pubblicare le sue prime opere; …e nei racconti biologici
(The Lovers e la raccolta Strange Relations) c’è una forte componente
di Weinbaum.” Tornando ad Un’ Odissea Marziana, storia che
si trova peraltro immancabilmente in ogni antologia che voglia racchiudere
i classici delle origini, è da dire però che quanto prima detto ha alimentato
eccessivamente a volte la paternità dell’elemento innovatore. In effetti
prima di Weinbaum qualche tentativo in tal senso era stato fatto, se
si escludono i bestiari del seicento e del settecento, da Williamson.
Ma vuoi per ragioni legate al periodo storico, alla monotonia in cui
stava piombando la sf di allora, vuoi la breve vita dell’Autore, tutto
contribuì certamente a creare il mito ed a produrre, come effetto alone,
l’incremento vertiginoso delle pubblicazioni - Per inciso, A Martian
Odissey fu in seguito pubblicata in quegli anni su un altro noto
pulp: Startling Stories, novembre del ’39. Weinbaum, laureatosi
in ingegneria chimica alla University of Wisconsin, si lanciò nel campo
della narrativa sufficientemente presto, anche se non iniziò con la
fantascienza – The Lady Dance, pubblicato sotto lo pseudonimo
di Marge Stanley. Egli in un certo senso sfruttò le sue conoscenze
nella creazione degli innumerevoli mondi abitati accompagnando il lettore
ai confini del nostro universo. Quasi tutti i pianeti sono stati esplorati
e descritti con accurata plausibilità di eventi connessi, dal vicino
Marte, pianeta per eccellenza di mira degli scrittori di sf – escludendo
il nostro satellite – fino al lontano e nero Plutone. Ma Weinbaum non
si accontentò di questo, voleva che fossero non solo sede di battaglie
galattiche o semplici sfondi ad epici scontri fra razze, ma luoghi “protagonisti”
fra protagonisti. Ed è quello che apprezziamo, così solo ad esempio,
nella eccellente The Red Pery apparsa su Astounding Stories nel
novembre del ’35, che dedicò a W. in tale occasione l’onore della cover
con un disegno di Howard V. Brown. In questo numero un editoriale
diceva: “Stanley G. Weinbaum è stato molto male, io spero possa stare
seduto e godersi la copertina di questo mese e vedere stampata la sua
The Red Pery” - poco dopo W. ci lasciava. Ma eccellenti sono anche
le descrizioni delle città nel rosso Marte condotte con grande maestria,
secondo uno stile classico, come classici sono i riferimenti storici
e letterari utilizzati. Rileggiamo ad es. questo breve passo ne La Valle
Dei Sogni: “Quando Tweel finalmente si è calmato ci ha accompagnati
a fare il giro completo dell’enorme sala. Credo che fosse stata una
biblioteca, perché c’erano migliaia e migliaia di quegli strani volumi
stampati a linee bianche ondulate su pagine nere.” E poi ancora
oltre: “Usciti dall’alcova, Twell ha accostato la torcia alla parete,
e abbiamo visto che erano dipinte. Dio che affreschi! Partivano dalla
base e arrivavano fino al soffitto immersi nel buio…” E qui a seguire
una descrizione degli affreschi che ricordano vagamente, se non volutamente,
quelli delle tombe egizie quando più oltre si legge: “Voi pensate
che i marziani in passato siano venuti sulla Terra, e che gli egizi
li abbiano ricordati nella loro mitologia.” Potremmo continuare
oltre riferendo la descrizione della città imperiale in The Black Flame
o ancora soffermarci nei particolari abiti dei protagonisti. Ma preferisco
piuttosto ricordare un altro aspetto che traspare nella narrativa di
Weinbaum: la divertente ironia con cui si prende gioco delle scoperte
tecnologiche e scientifiche. Egli scrisse infatti tre storie, invero
molto simili, che si muovono intorno al binomio fra ciò che è e ciò
che potrebbe essere. Protagonista è l’ inventore Professor Van Manderpootz
in grado, grazie ad una eccezionale capacità, di realizzare curiose
e complesse macchine. Ma tale complessità è in effetti vuota di contenuti,
tali macchine infatti appaiono proprio troppo semplici in confronto
a quello che consentono di realizzare – visioni di realtà nuove e sconosciute,
materializzazioni di desideri – non c’è infatti vero ingegno tecnologico,
e come potrebbe essere diversamente, e non c’è volutamente alcun dettaglio
descrittivo. Weinbaum si diverte infatti, a mio parere, a prendere in
giro gli stessi protagonisti e mantiene rispetto alla scientificità
un atteggiamento ironico e distaccato. Ma Weinbaum non era comunque
uno sprovveduto. Sentite cosa riferisce Otto Binder in un tributo
postumo, apparso su Startling Stories nel Gennaio del ’39: “Era sufficiente
incontrare Weinbaum per capire perché scrivesse buoni racconti. Gli
feci visita a Milwaukee, in un giorno d’estate, e trascorsi uno dei
pomeriggi più interessanti della mia vita. La sua conoscenza della scienza
era straordinaria e molto aggiornata. La sua riserva di idee per nuove
storie sembrava inesauribile. La sua immaginazione piena di forza.”
E che la sua immaginazione fosse realmente grande è confermato da un
altro esempio molto significativo – mi riferisco alle molteplici forme
aliene che ci presenta nel già citato The Martian Odissey e sequel.
Ma dove forse raggiunge maggiore enfasi narrativa e fervida immaginazione
è, se così possiamo definirlo, il ciclo di Ham Hammond e Pat
Burlingame. Parasite Planet, The Lotus Eaters e The Planet of
Doubt infatti costituiscono forse la migliore produzione di Weinbaum
se vogliamo tralasciare comunque The Mad Moon o le speculazioni sulla
curvatura spazio-tempo in The Circe of Zero. In questo ciclo appare
chiaramente il tentativo di Weinbaum di fornire una lettura differente
del rapporto uomo-cosmo, uomo-alieno. Qui infatti non ci sono battaglie
galattiche ma esplorazioni dell’ignoto al fine di trovare una, se possibile,
corretta chiave di lettura attraverso un tentativo di adattamento alle
nuove condizioni e forme di vita sconosciute. Weinbaum comunque non
mancò in gran parte delle sue storie di mantenere un registro narrativo
semplice ma, ripetiamo, efficace, e forse è proprio questo che lo fece
apprezzare e fa si che anche oggi può essere letto con gusto. Una considerazione
a parte forse merita il rapporto che Weinbaum mantenne nella narrazione
e creazione dei profili delle figure femminili. Ci si può vedere, se
si vuole, una monotonia in costante equilibrio fra l’eroina - forte,
bellissima e seduttiva – ed una figura ingenua, meno bella forse ma
affabile e dolce. E lo si apprezza in ogni occasione; ripetutamente
infatti W. cede, con una valanga di aggettivi, in una narrazione che
può sembrare goffa e ripetitiva, nel tentativo di dare al lettore una
precisa e decisa immagine della protagonista che però sembra sfuggire
a lui stesso. Molti sono gli esempi che potrei citare, ma per tutti
leggiamo un passo da Dawn of Flame: “La bellezza di Margot era incredibile…
audace, scandalosa. Non era solamente l’assenza di difetti: era una
bellezza ardente, fiammeggiante, positiva, con una sfumatura imbronciata…le
labbra perfette sembravano essere sul punto di sorridere, ma d’un sorriso
crudele e sardonico. La sua perfezione era spietata, ma era perfezione,
persino nell’aria vagamente orientale conferitale dai capelli neri e
dagli occhi verde-mare.” Lei, Margot le Nera, capace di riuscire
a stare a capo di un intero esercito al di sopra del Maestro Joaquin
Smith, nonostante tutto infelice, infelice perché immortale e privata
della possibilità di essere amata; la sua grandezza e fierezza cedono
il passo ad un finale atto di compassione verso “la piccola” Vail, che
potremmo definire l’alter-ego di Margot. Il tema dell’immortalità per
inciso fu oggetto anche di un altro romanzo di Weinbaum The New Adam
- a tutt’oggi non tradotto in Italia. In L’arrivo della Fiamma
Hul, il giovane protagonista del romanzo, si dibatte fra due amori,
l’uno passionale e dirompente, al quale difficilmente riesce a sottrarsi,
e l’altro dolce e tenero. Leggiamo ancora: “Era una ragazza. Una
ragazza molto graziosa, dalla vita sottile, i capelli color rame, gli
occhi azzurri…”, timida, capace di arrossire allo sguardo del giovane
Hul, nemica inevitabile di Margot la Nera al cui cospetto quasi scompare.
Ed in effetti sembra che Weinbaum in molte occasioni utilizzi questo
registro. Da un lato Margot la Nera, quasi una maga Circe che vede approdare
al suo palazzo Hul, giovane eroe, insieme ai suoi seguaci, destinata
a vedere andare via per sempre il proprio amato, e dall’altro la giovane
Valis, consapevole della impossibilità di reggere il confronto. Ma è
in The Blacke Flame che Margot la Nera conquista efficacemente
l’ ammirazione dei lettori cedendo alla fine del romanzo “alla vita”.
Questo è infatti il dono più grande che ci offre, facendosi umana, mortale
perché questo è in fondo la vita stessa. Non a caso leggiamo anche:
“…ma chi, al mondo, poteva prevedere che la Fiamma Nera avrebbe accettato
la maternità… e con gioia? Tom, ecco il dono che ti farò… la vita”.
Le due opere, Down of Flame e The Black Flame, furono pubblicate postume,
la prima – che costituisce in certa misura una prima stesura – in una
antologia curata da Ray Palmer nel ’37 e la seconda nel primo
numero della rivista Startling Stories – gennaio ’39 – diretta da Mort
Weisinger. In seguito i due testi comparvero su Fantastic Story
nel ’52 - “twin masterpieces of science-fiction”. Ma Weinbaum anche
in altre occasioni non rinuncia a questo contrasto, anche se con toni
minori, basti pensare ancora alla Red Pery, pirata dai capelli ramati,
ed alla piccola ribelle Elza che nonostante serva fedelmente la sua
Pery “…nutre per lei un’ostilità nascosta”. A ben guardare complessivamente
il materiale narrativo di W. si nutre di elementi che non sono poi così
del tutto innovativi, pensiamo per esempio alle visioni del mondo futuro,
al contrasto fra le civiltà dominanti e dominate – gruppi di minoranze
– ma ciò che rese Weinbaum nuovo al lettore dei tempi, e se vogliamo
interessante al lettore di oggi, è proprio il suo tentativo di evitare
le lunghe narrazioni descrittive e lasciare spazio al dialogo fra i
personaggi attraverso una buona caratterizzazione degli stessi. Le tematiche
così in voga a quei tempi sono sì trattate ma con intenti diversi, e
non deve stupire come W. se da una lato sembra appoggiare le cause dei
minori e dei deboli non rinuncia a lusingare le imprese di grandi come
Joaquin o della stessa Margot così come su un altro piano la superiorità
dello stesso Tweel e lo fa proprio utilizzando personaggi e situazioni
opposte, di semplici caratterizzazioni. Potremmo concludere questo breve
viaggio auspicandoci che nel futuro possano apparire per noi tradotte
tutte le sue opere. Restano infatti in lingua originale ancora The
Mad Brain, The New Adam, i racconti Real and Imaginary e Graph
che rappresentano per altro la prima produzione che potremmo definire
fantascientifica. Oggi in Italia si è fatto un passo in avanti grazie
alla ottima antologia della Editrice Nord Un’Odissea Marziana
ma altre opere sono state pubblicate come potete trovare nella bibliografia
essenziale.
Emilio Di Gristina
Stanley
Grauman Weinbaum Bibliografia essenziale:
A Martian Odyssey
(nv, Wonder Stories, luglio 1934)
Un’Odissea Marziana (1) in Urania n. 314, 1963 – Mondatori
Valley
of Dream
(nv, Wonder Stories, novembre 1934)
La Valle dei Sogni (1) in Storie dello spazio interno – Grandi Opere
– Nord
Flight on Titan (anche A Man, a Maid, and Saturn’s Temptation)
(nv, Astounding Stories, gennaio 1935) n.p.
The Point of View
(ss, Thrilling Wonder Stories, gen-feb, 1935) n.p.
The Lotus Eathers
(nv, Astounding Stories, aprile 1935)
I Mangiatori di Loto (1) in Urania n. 4, 1953 – Mondatori
Pygmalion’s Spectacles
(ss, Thrilling Wonder Stories, giugno, 1935) n.p.
The Worlds of If
(ss, Thrilling Wonder Stories, agosto, 1935)
I Mondi del Se…(1) in Il senso del meraviglioso – Grandi Opere - Nord
The Ideal
(nv, Thrilling Wonder Stories, settembre, 1935)
L’Ideale (1) in Robotica – Grandi Opere - Nord
Parasite Planet
(nv, Astounding Stories, ottobre 1935)
Il Pianeta dei Parassiti (1) in Alba del domani – Grandi Opere – Nord
The Planet of Doubt
(nv, Astounding Stories, ottobre 1935)
Il Pianeta del Dubbio (1) in Storie dello spazio interno – Grandi Opere
– Nord
The Adaptive Ultimate (come John Jessel)
(ss, Astounding Stories, Novembre 1935)
Adattabilità (1) in I Mutanti – Grandi Opere – Nord
The Red Pery
(na, Astounding Stories, novembre, 1935)
La Peri Rossa (1) in Il senso del meraviglioso – Grandi Opere - Nord
The Mad Moon
(nv, Astounding, dicembre 1935)
La Luna Pazza (1) in Storie dello spazio interno – Grandi Opere – Nord
Smothered Seas (con Ralph Milne Farley)
(nv, Astounding Stories, gennaio, 1936) n.p.
Redemptation Cairn
(nv, Astounding Stories, marzo, 1936) n.p.
The Circle of Zero
(ss, Thrilling Wonder Stories, agosto, 1936)
Cerchio uguale a zero - La fantascienza delle Origini – Robot, Sp. n.
1 - Armenia
Proteus Island
(na, Astounding Stories, agosto, 1936)
L’Isola di Proteo in Urania n. 314, 1963 - Mondadori
Graph
(ss, Fantasy Magazine, settembre, 1936) n.p.
Real and Imaginary (anche The Brink of Infinity)
(ss, Thrilling Wonder Stories, dicembre, 1936) n.p.
Shifting Seas
(nv, Astounding Stories, gennaio, 1937)
Il Mutare delle Correnti (1) in Il senso del meraviglioso – Cosmo Oro
– Nord
Revolution of 1950 (anche The Dictator’s Sister – rev. di Ralph M. Farley)
(na, Amazing Stories, ott.-nov., 1938) n.p.
Tidal Moon ( completato dalla sorella Helen Weinbaum)
(ss, Thrilling Wonder Stories, dicembre, 1938)
Marea Lunare in Spade e Robot – Nova sf – 34 – Perseo
Dawn of Flame (1936)
(na, Thrilling Wonder Stories, giugno, 1939)
L’arrivo della Fiamma in La Fiamma Nera – Futuro – Fanucci
The Black Flame
(nv, Startling Stories, gennaio, 1939)
La Fiamma Nera in La Fiamma Nera – Futuro – Fanucci
The New Adam (1939)
(nv, Amazing Stories, feb.- mar., 1943) n.p.
The Dark Other (anche The Mad Brain)
(1) anche su Un’Odissea Marziana e altre storie – Cosmo Oro – Nord,
2000
Ringrazio Enrico Di Stefano e la Redazione di Fondazione,
settembre 2003