Il ritorno
della grande avventura
di Riccardo Valla
su Nord New n. 1/2002 Secondo semestre 2002 - Ed.
Nord
Per prima
cosa mi scuso di parlare in prima persona, ma lo faccio per poter riferire
come testimonianza alcune esperienze personali. Qualche mese fa mi ero
procurato alcuni fascicoli di riviste americane degli anni '30 e in
uno di essi c'era la prima puntata di The Mightiest Machine di John
W. Campbell jr. Il romanzo è abbastanza noto anche in Italia,
è il primo episodio di Aarn Munro il gioviano, "I figli
di Mu": era apparso sui primi "Romanzi di Urania", è
stato più volte ristampato ed è uscito anche in volume
presso l'Editrice Nord. La prima edizione in fascicolo contiene però
alcune illustrazioni di Elliot Dold, un illustratore con uno stile "aerodinamico"
(verrebbe da dire "barocco") tutto volute e superfici curve.
Dold è uno strano illustratore, un po' al di fuori dei canoni
dell'epoca, che vedevano il predominio di Frank R. Paul, con le sue
architetture razionali alla Metropolis, e dell'altra scuola, quella
che favoriva il ritratto della figura umana in qualche posizione dinamica
(la scuola accademica di St. John, Krenkel, Frazetta). Le due scuole
erano ben rappresentate nei fumetti: a Paul si ispirano le vecchie tavole
di "Buck Rogers", alla scuola accademica appartengono i primi
"Flash Gordon" e "Brick Bradford". Dold è
però al di fuori delle due scuole e ha un certo livello simbolico:
le sue figure umane sono legnose e aspre, tutte superfici piane come
certe sculture di legno, mentre le macchine hanno una superficie sensuale,
curva, levigata. C'è lo stesso ribaltamento che vediamo in Giger,
l'artista di Alien, il quale disegna le macchine color della carne e
le persone grigie come certi oli lubrificanti industriali che contengono
in sospensione polvere di grafite.
Guardavo dunque quelle illustrazioni di Dold e cercavo di ricostruire
la forma delle sue astronavi, e non m'interessavo del romanzo di Campbell,
quando l'occhio mi è caduto sul testo e ne ho letto qualche riga.
Ebbene, senza accorgermene sono arrivato alla fine della puntata e ho
notato con sorpresa che si faceva leggere con lo stesso piacere della
prima volta.
Ora, io sono un po' un vizioso e mi diverto a leggere Albert Robida
e le sue invenzioni ottocentesche - i soldati con le divise della guerra
franco-prussiana accanto ai cannoni "miasmatici" della "guerra
chimica del XX secolo" trainati dai cavalli con la maschera antigas
- ma la prosa di Campbell è talmente asciutta da non lasciare
spazio a notazioni caratteristiche della sua epoca. A renderlo così
leggibile non era dunque il gusto retroattivo, il ritratto dell'epoca
che ci fa trovare interessanti i vecchi racconti di antologie come Le
aeronavi dei Savoia.
Quale può essere allora la caratteristica che rende così
accattivante questa vecchia fantascienza? Cos'è che la rende
più gradevole a leggersi di molta fantascienza degli anni '50,
che all'epoca colpiva per la sua novità e la sua intelligenza,
ma che oggi ci lascia un po' freddi? Conosco persone che rileggono regolarmente
i vecchi romanzi di Leigh Brackett, così come altri rileggono
I tre moschettieri o Il conte di Montecristo, ma non ho mai conosciuto
nessuno che si rileggesse regolarmente I mercanti dello spazio.
L'elemento che caratterizzava quella vecchia produzione e che s'è
perso progressivamente nell'ultimo mezzo secolo deve essere l'ottimismo.
Un ottimismo che ha vari aspetti: credere in ciò che si scrive,
nella possibilità di "magnifiche e progressive sorti"
(con juicio, magari), credere nella ragione e nel mistero e soprattutto
nella possibilità di immaginare meraviglie e di poterle condividere
con il lettore.
La vecchia critica della fantascienza pensava a questo insieme di attese
come al "senso del meraviglioso" e faceva il paragone tra
la fantascienza e la letteratura "mainstream", l'una rivolta
ai sogni del futuro e l'altra alle miserie del quotidiano. La mia impressione
è che la fantascienza si sia lasciata sedurre dal desiderio di
diventare 'mainstream' e che così facendo abbia perso la sua
caratteristica vitale".
Discutevo di questi argomenti, qualche settimana fa, con Emilio di Gristina,
altro goloso lettore di vecchi fascicoli americani, il quale si chiedeva
se "le grandi saghe, a cicli quasi storici, ritornino, dopo periodi
di 'oscurantismo'." Si pensava soprattutto alle fortune, dieci
anni fa, di un certo tipo di fantascienza "epica", al boom
di cicli come Dune o la Fondazione, lanciato dal primo film Guerre stellari.
Il boom si è progressivamente riassorbito e in genere si pensa
che il gusto dei lettori sia cambiato, poi esce il film sul libro di
Tolkien e Il Signore degli Anelli vola al primo posto nei best-seller.
Non risulta però che l'uscita del nuovo film di Lucas abbia prodotto
un analogo boom nelle vendite dei romanzi di Dick, che sono la sola
fantascienza di cui si parli alla grande sui nostri giornali.
Rispondevo a Emilio che "in questo caso l'oscurantismo è
la malattia infantile dello snobismo, quello che porta a difendere solo
la parte 'letteraria' della fantascienza nella speranza di essere accolti
entro la Letteratura con la L maiuscola. Ora, questa particolare fantascienza
- ossia la 'speculative fiction' - non ha un pubblico abbastanza vasto
e finisce per allontanare i lettori, finisce per ridurre lo zoccolo
duro che legge la fantascienza per l'avventura, le immagini nuove, il
'senso del meraviglioso'. È un paradosso, ma non si può
dire: 'E se ai lettori non piace, al diavolo anche i lettori'. Il paradosso
nasce dal fatto che spesso gli autori della speculative fiction sono
interessantissimi. Per esempio, Shepard, che una quindicina di anni
fa ha scritto una serie di storie molto belle. Lo stesso Simmons è
conosciuto per Hyperion, ma le altre sue opere non trovano un pubblico.
Un paio di ristampe del Canto di Kali e dei Figli delle paura, poi silenzio.
E questi sono i migliori. L'ultimo boom della fantascienza, iniziato
con l'uscita del primo Guerre Stellari, è stato progressivamente
eroso da un'editoria che ha puntato verso il 'romanzo d'autore' mentre
il pubblico voleva il feuilleton, con la sua cadenza rassicurante: uno
vi ritrova situazioni note, sa più o meno cosa aspettarsi. Rientrano
in questo schema non solo Fantomas, Rocambole e Arsenio Lupin, ma anche
Sherlock Holmes, Maigret e Poirot, per non parlare di James Bond. Nella
fantascienza, le storie che hanno 'fissato' i canoni del genere erano
feuilleton: le storie di E.E. Smith e di Campbell e a loro modo anche
la Fondazione e i robot di Asimov. Con il boom del 1950, anch'esso legato
ad alcuni film di grande successo, dalla Guerra dei mondi al Pianeta
proibito, il pubblico è riuscito ad alimentare per qualche tempo
anche una produzione più sofisticata e satirica, come quella
di Pohl, Sheckley, Bester, Tenn, ma già negli anni '60 questo
filone perdeva lettori, e col '68 era finito. In piena New Wave, a Londra
le librerie erano piene di storie di Elric e libri di Ballard non se
ne vedevano. Magari con le migliori intenzioni, gli editori italiani
hanno continuato a credere nella fantascienza letteraria, con la conseguenza
che la gente finiva per leggere altro dalle loro collane: Stephen King,
Crichton o romanzi fantasy".
La maggior parte dell'editoria italiana di fantascienza degli ultimi
anni ha preteso di alternare nelle stesse collane il filone epico con
quello speculativo nella presunzione che il lettore passi senza difficoltà
dall'antiutopia all'avventura, e così facendo ha trascurato molta
produzione validissima degli ultimi anni. L'Edirice Nord si è
sempre collocata in questo filone classico, con collane come "Cosmo
Oro", con la sua serie di grandi antologie storiche e con un'attività
complessiva rivolta alla valorizzazione della fantascienza nella sua
totalità, senza lasciarsi eccessivamente sedurre dalle mode del
momento. Questa posizione ancorata al passato del genere si è
dimostrata quella vincente, e la Nord è l'editore tradizionale
di Burroughs, di Campbell, di Dune, di Elric, di Conan, ma anche di
Ursula Le Guin e pure di Dick e del cyberpunk (prima che i soliti saccenti
li scoprissero dieci anni dopo). Ora che la fantascienza tradizionale,
avventurosa ed epica, attende di essere riproposta con serietà
e regolarità, la Nord porterà all'attenzione quanto si
è fatto di valido negli scorsi anni ma è stato trascurato
(forse per invidia dello "honesto diuertimento" di leggere
per il piacere di leggere, forse per lo snobismo si cui si parlava sopra),
e intende così confermare le sue collane come la biblioteca di
base della fantascienza.
E, fedele a quanto promesso, ecco che pubblica un romanzo di Christopher
Rowley. Questo scrittore è nato nel 1948 nel Massachusetts e
ha studiato negli Stati Uniti, in Canada e in Inghilterra. Dopo avere
fatto il giornalista per alcuni anni a Londra, dal 1977 si è
trasferito a New York. A partire dai primi anni '80 ha scritto una quindicina
di romanzi, a un anno o due di distanza l'uno dall'altro, e fin dal
suo primo volume si è segnalato vincendo il premio per il miglior
autore esordiente.
Rowley ama le serie aventi una cornice comune.
Le
sue prime opere si svolgevano sullo stesso sfondo: un universo che centinaia
di milioni di anni fa era abitato da alcune razze, assai progredite
nell'ingegneria genetica, che si sono reciprocamente distrutte in una
guerra condotta con armi ignote all'uomo.
Le antiche razze hanno lasciato vari tipi di resti: oltre alle armi,
anche interi pianeti con un'ecologia artificiale. Su uno di essi, il
pianeta Fenrille, si svolge un sotto-ciclo di romanzi che parlano della
scoperta graduale della strana ecologia del pianeta, e in seguito dei
giochi di potere attorno a un farmaco anti-invecchiamento prodotto da
una delle forme viventi locali.
Nello
stesso universo si svolge la serie del "Vang" che presentiamo:
una forma aliena super-perfezionata, così specializzata nel suo
lavoro (la guerra) che un singolo individuo è in grado di conquistare
un intero pianeta. A enunciarla così, sembrerebbe un'ipotesi
assurda, ma Rowley la sviluppa con grande rigore e plausibilità,
fino all'ironia finale che segna la fine del soldato perfetto.
Un altro romanzo di questa sub-serie è una spericolata avventura
avente per oggetto il recupero di un'antica superfortezza, tra pianeti
bizzarri e una successione mozzafiato di colpi di scena. Altre storie
ambientate in questo universo presentano affascinanti puzzle ecologici.
Negli
scorsi anni Rowley ha scritto una serie molto apprezzata, composta di
sei romanzi di fantasy sulle avventure di un drago e del suo cavaliere.
La sua ultima opera è una serie ambientata sulla terra dopo la
morte dell'uomo; il protagonista cerca di ricostruire la storia dell'umanità
e della sua scomparsa, con la convinzione che i discendenti dell'uomo
esistano ancora; una serie che si muove sulla scia di Anni senza fine
di Clifford D. Simak.
Nel complesso, Rowley ricorda uno dei beniamini della collana Cosmo
serie Argento, Alan Dean Foster, (del quale la Nord presenterà
tra breve il nuovo ciclo dell'Humanx Commonwealth) ma con una scrittura
più rapida e un maggiore gusto per l'immaginare enigmi e poi
risolverli.
Riccardo Valla
| Note
bibliografiche: Chritopher Rowley |
|
| Arna |
|
| 1.
The Ancient Enemy (2000) |
|
| 2.
The Shast War (2001) |
|
| Bazil
Broketail |
|
| 1.
Bazil Broketail (1992) |
|
| 2.
A Sword for a Dragon (1993) |
|
| 3.
Dragons of War (1994) |
|
| 4.
Battledragon (1995) |
|
| 5.
A Dragon at Worlds' End (1997) |
|
| 6.
The Dragons of Argonath (1998) |
|
| 7.
Dragon Ultimate (1999) |
|
| Fenrile |
|
| 1.
The Founder (1989) |
|
| 2.
The War for Eternity (1983) |
|
| 3.
The Black Ship (1985) |
|
| 4.
To a Highland Nation (1993) |
|
| Vang |
|
| 1.
Star Hammer (1986) |
|
| 2.
The Military Form (1988) |
|
| 3.
The Battlemaster (1990) |
|
| |
|
|
|
| Golden
Sunlands (1987) |
|
| The
Wizard and the Floating City (1996) |
|